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Divina Commedia presepi e natività

Dante se ne va al mare

Dante se ne va al mare

Come ogni estate dal 1998, anche questo anno la città di Jesolo avrebbe dovuto accogliere scultori venuti dai quattro angoli del mondo per partecipare al Festival Internazionale delle Sculture di Sabbia. Senza sorpresa, la mostra 2020 dal tema “Il Volo” è stata annullata in seguito all’emergenza sanitaria. Ma per quanto tutto ciò possa essere deplorevole, che cosa c’entra esattamente la mostra di Jesolo con il Museodivino napoletano? Di certo non sono i presepi giganteschi messi in mostra ogni inverno dal 2002, di cui solo la sabbia ricorda l’atmosfera mediorientale dei presepi in miniatura di Don Antonio. No, per capire cosa ci affascina di questo festival, bisogna risalire poco più di dieci anni indietro, nel 2009.

L’edizione 2019 del Festival Internazionale delle sculture di Sabbia, dedicata a Leonardo da Vinci in occasione dell’anno leonardiano

Dopo la passeggiata tra i musei più freschi di Napoli, e il viaggio attraverso il Liberty napoletano abbiamo infatti deciso oggi di trasportarvi in un tour estivo tra le fiamme ardenti dell’Inferno di Dante: vi portiamo a Jesolo, nel 2009, quando l’effimero della sabbia ha preso le forme di un capolavoro immortale. E quando fu possibile ai bagnanti esterrefatti trascorrere una giornata estiva tra le fiamme dell’Inferno dantesco, spaventose e altissime benché fatte interamente di sabbia.

Uno dei diavoli delle Malebolge, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo 2009.

Richard Varano e l’amore per la Divina Commedia

Dopo i viaggi nell’universo incantato di Alice nel Paese delle Meraviglie o attraverso la leggenda arturiana con Excalibur – la spada nella roccia, a Richard Varano, direttore artistico statunitense nonché vincitore della seconda edizione del concorso, viene l’idea piuttosto inquietante di realizzare i nove cerchi dell’Inferno di Dante.

Innamorato del Sommo Poeta? Non abbiamo potuto fargli la domanda, ma il fascino per l’opera dantesca è evidente. Iniziato alla scultura sin dall’infanzia dal padre -italiano-, ammette in un’intervista a ViviJesolo.it che quello della Divina Commedia di sabbia è l’evento che ricorda con più piacere. Inoltre, nel 2014, il direttore artistico lancia un nuovo tema, anch’esso universale e dalle molteplici interpretazioni: Inferno, Purgatorio, Paradiso e Terra. Se non si riferisce esplicitamente a Dante, la dicitura del tema non può che ricordarci l’opera più importante di tutta la poesia italiana. Purtroppo, le sculture andarono in rovina prima del previsto dopo le piogge torrenziali che hanno colpito la città.

Richard Varano con uno dei suoi castelli di sabbia

Devi iniziare ad avere pazienza…

I 18 scultori reclutati, venuti dagli Stati Uniti, dal Giappone o ancora dall’Australia hanno messo alla prova la propria immaginazione nel rappresentare la parte più affascinante della Divina Commedia. Con l’aiuto di volontari dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, hanno avuto il compito di trasformare in soli dieci giorni enormi blocchi di sabbia compressa in una spaventosa foresta popolata da belve selvatiche, o in un fiume in cui affogano le anime dannate dell’Inferno.

La selva oscura, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

Una missione molto difficile, sia dal punto di vista tecnico che mentale. Oltre ad avere un’infinita pazienza, che secondo Varano è la prima qualità dello scultore, l’artista deve anche accettare l’idea – non facile – che la propria opera verrà distrutta dopo neanche due mesi di vita. Bisogna abituarsi quindi all’effimerità della propria scultura, ma anche prendere in considerazione gli eventi meteorologici: se la pioggia in eccesso può facilmente rovinare l’opera, anche il calore è nemico delle sculture di sabbia. Infatti, l’acqua con la quale viene mischiata può evaporare in caso di alte temperature, come già è successo in passato.

Un materiale effimero per rappresentare l’eterno

Una sfida che sembra impossibile, quasi quanto raccontare il viaggio dantesco in un guscio di noce. Ma ben lontane dall’essere i castelli di sabbia della nostra infanzia, queste sculture si rivelano inaspettatamente forti e resistenti, oltre ad essere immense: certe di esse possono raggiungere fino ai quattro metri di altezza! C’è da sentirsi minuscoli in confronto a questi innumerevoli granelli di sabbia, così piccoli singolarmente, ma che insieme assumono le forme terrificanti di un diavolo colossale, o di un’enorme arpia scatenata. E cosa dire dell’idea di rappresentare il fuoco eterno con un materiale così effimero, e apparentemente fragile? L’instabilità della sabbia e la mancanza di solidità delle radici della scultura turbano lo spettatore, come se da un momento all’altro, tutto l’Inferno dantesco potesse crollargli addosso.

Lucifero, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

La potenza dell’Inferno di sabbia

Anche se l’immaginario degli artisti rimane fortemente attaccato all’opera originale, realizzano la prodezza di raffigurare l’Inferno in tutta la sua potenza e il suo orrore. Attraversiamo quasi ogni tappa del viaggio dantesco, dalla barca di Caronte, che sembra un pirata dell’Oltretomba, al Cerbero che sembra balzare fuori da una grotta per avventarsi contro lo spettatore, così infuriato che gli si gonfiano le vene del collo, passando poi per la città di Dite le cui porte, invece di chiudersi in faccia a Virgilio, sono appena socchiuse su un mondo che supponiamo agghiacciante, scoraggiandoci nell’avventurarci all’interno delle sue pareti roventi.

Cerbero, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.
La Città di Dite, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

Andare tra queste sculture infernali non ha niente di una passeggiata: è un viaggio lungo e stancante, ma alla fine, arpie diaboliche e demoni malvagi vengono distrutti per dare spazio alla dolcezza. Nel Natale del 2019, gli artisti incaricati del progetto di una Natività di sabbia hanno celebrato la Beatitudine con il tema “Poema dell’amor divino”. Chissà se dopo il recente lockdown sorgerà la necessità di dedicare una mostra, intera questa volta, al Paradiso dantesco…

La Natività, Lido di Jesolo, 2019.

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Storia di Napoli tradizioni napoletane

Passeggiata nella Napoli Liberty: la bellezza fiorita

La bellezza fiorita!

Oggi vi portiamo a fare una passeggiata virtuale sulle tracce del Liberty napoletano, partendo da quello che fu il quartiere “nuovo” della fine dell’Ottocento, ovvero il Vomero. La prima tappa del tour sarà proprio la via Luigia Sanfelice, tutta cosparsa di villette in stile floreale.

La Palazzina di stile Liberty “Russo Ermolli”, progettata da Stanislao Sorrentino.

Oltre alla Villa Santarella, famosa dimora del commediografo Eduardo Scarpetta, incontreremo vari palazzi edificati dall’architetto Adolfo Avena, che sperimentò lo stile in tarda carriera. Prima di interessarsi all’edificazione di palazzi, il fantasioso ingegnere aveva proposto al comune il progetto di una funicolare aerea, pienamente sostenuto da Gustave Eiffel. Il progetto alla fine verrà però abbandonato, e l’architetto napoletano si dedicherà invece alla sperimentazione dello stile floreale, in particolare al Vomero.

Noto testimone di questo periodo è il palazzo Avena, che fronteggia la funicolare di Piazza Fuga. Pur ispirandosi, ovviamente, al nuovo stile in voga, Avena aggiunge al Liberty un pizzico di Medioevo, di cui era molto appassionato. L’esempio di questo stile ibrido ma equilibratissimo si noterà particolarmente nel suo palazzo di via Tasso: un palazzo che ospitò anche lo straordinario cast del film “Giallo Napoletano” del 1979 con Ornella Muti, Michel Piccoli, Renato Pozzetto, Peppino de Filippo, Zeudi Araya, Capucine, Peppe Barra … e un arruffato, adorabile mandolinista interpretato dal grande Marcello Mastroianni.

Villa Spera, Adolfo Avena, dove fu girato il film “Giallo Napoletano” nel 1979.

Il Liberty vomerese

In generale, il liberty vomerese è diverso da quello delle altre città, e degli altri quartieri napoletani stessi. Lo stile floreale diventa un tratto distintivo del quartiere quando, alla fine dell’Ottocento, vengono intrapresi imponenti lavori per fare della collina – nota fino ad allora solo perché vi si coltivavano i broccoli! – un quartiere residenziale, destinato in seguito a diventare fra i più prestigiosi della città.

Il liberty nell’architettura napoletana non solo si può ammirare sulle facciate ornate da motivi floreali dei palazzi, o alzando la testa per contemplare le torrette che, secondo Eduardo Scarpetta, fanno sembrare queste ville un “comò sotto e n’coppa”. A volte, i gioielli sono proprio nascosti… come all’interno del palazzo Mannajuolo, dove si trova la maestosa scala elicoidale!

La scala elicoidale del Palazzo Mannajuolo, in via dei Mille.
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Storia di Napoli tradizioni napoletane

10 luoghi di Napoli da vedere d’estate (senza rischiare un colpo di sole)!

Il recente lockdown ci impedirà forse di girare il mondo, ma non è un motivo per rinunciare alle vacanze! Per i napoletani, è un’ottima scusa per riscoprire la propria città, e per i rari turisti, di visitare una Napoli quasi deserta. La situazione è insolita, ma noi preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno: meno fila davanti ai musei, mezzi di trasporto meno affollati… Napoli è ricca di luoghi suggestivi da visitare immediatamente, ad una condizione: non collassare dal caldo! Ecco quindi 10 luoghi di Napoli incantevoli e freschi, che potete tranquillamente visitare d’estate.

1. Passeggiata con Goethe al Parco Virgiliano

luoghi napoli estate

Dal Parco Virgiliano, sulla collina di Posillipo, vi aspetta un panorama mozzafiato che si estende, oltre che su gran parte della città, anche fino alle tre isole di Capri, Ischia e Procida e alla penisola sorrentina. Proseguendo fino alla “Valle dei re” si ammira la parte più spettacolare del promontorio, con Cala Trentaremi e Cala Badessa. Anche chiamato “Parco della Rimembranza”, il Parco Virgiliano deve il suo nome al grande poeta latino, benché la sua tomba sia sita nel Parco Vergiliano a Piedigrotta: un altro luogo da visitare d’estate, aperto al pubblico dalle 9.00 alle 19.00. Ma ora, prendetevi il tempo di passeggiare per il “Parco Letterario” di Napoli, all’ombra dei suoi oltre 250 alberi, in compagnia dei grandi artisti che si sono fermati ad ammirare questa tappa obbligatoria del “Grand Tour” grazie a dei cartelloni disposti lungo la strada. Infatti, si dice che è dopo aver ammirato questo panorama unico che Goethe avrebbe scritto: “Siano perdonati tutti coloro che a Napoli perdono il senno!

Ingresso: Viale Virgilio
Orario estivo: 07:00-24:00

2. Atmosfera settecentesca a Capodimonte 

luoghi napoli estate

Non lasciamo il Settecento, ma ci spostiamo sulla collina a fianco. Il Real Bosco di Capodimonte è uno dei polmoni verdi della nostra città: oltre 1000 alberi costituiscono questo splendido giardino all’inglese. Un pomeriggio intero non basterebbe per vederlo tutto: la maestosa Fontana del Belvedere, le aree giochi e gli edifici storici non sono che una parte di questo parco immenso. E se dopo esservi persi tra le mille sorprese nascoste nel parco, passeggiando o allenandovi per rimettervi in forma dopo il lockdown, non siete ancora stanchi, non perdetevi l’occasione di fare un salto al museo! Fra i tantissimi dipinti, potrete ammirare i quadri dei più grandi maestri napoletani, ma anche di Tiziano, Raffaello, El Greco o ancora Botticelli.

Ingresso principale del parco: Porta Grande, Via Capodimonte 24
Orari ingresso al parco:: 07:15-21:00
Ingresso al museo: 08-30 – 19.30. Attenzione! Per accedere al museo, è obbligatoria la prenotazione e l’acquisto dei biglietti online, o tramite l’app Capodimonte.

3 e 4. Immersione nelle tenebre delle Catacombe di Napoli

luoghi napoli estate

Sulla strada di ritorno da Capodimonte, prendetevi un momento e fermatevi alle Catacombe di San Gennaro. Scendete i cento scalini che vi separano dal mondo esterno, alla scoperta delle sepolture dei primissimi cristiani, sulle tracce del famoso patrono di Napoli. Con lo stesso biglietto poi, andate a dare un’occhiata alle Catacombe di San Gaudioso: antichi rituali macabri e tombe misteriose vi aspettano in questo luogo meno noto ma non meno suggestivo. Un percorso lontano dall’afa cittadina, in un’atmosfera fuori dal tempo e dallo spazio. Ma non è solo un luogo abbandonato ai numerosi scatti dei turisti: a volte viene ancora celebrata la messa nella Basilica ipogea di Sant’Agrippino, il primo patrono di Napoli.
Uscite dalle catacombe: siete nel mezzo della Sanità, uno dei quartieri più vivi di Napoli, chiamato così perché, si dice, sono proprio le numerose tombe di santi a proteggerla.

Catacombe di San Gennaro: Basilica del Buon Consiglio, Via Capodimonte, 13
Dal lunedì al sabato dalle 10:00 alle 17:00 (ultimo ingresso ore 17:00)  Domenica dalle 10:00 alle 14:00 (ultimo ingresso ore 14:00)

Catacombe di San Gaudioso: Basilica Santa Maria della Sanità, Piazza Sanità 14
Lunedì-domenica: dalle 10:00 alle 13:00

5. La vita anche a 35 metri di profondità: il piccolo orto della Napoli sotterranea

luoghi napoli estate

Stanchi di esplorare il sottosuolo di Napoli? Se la risposta è “no”, una tappa alla Napoli sotterranea è d’obbligo. Lasciamo le tenebre delle catacombe per compiere un viaggio sotterraneo nella storia partenopea, dall’antichità fino alla seconda guerra mondiale. Ma il tragico lascia spazio alla tenerezza: tra cunicoli, cisterne e anfiteatri romani si nasconde infatti un piccolo orto. I 35 metri di profondità non impediscono al basilico, al prezzemolo o al melograno di crescere, al riparo dall’inquinamento cittadino. Forse molti di noi hanno iniziato a soffrire di claustrofobia dopo il lockdown: niente paura, le guide vi indicheranno man mano i percorsi adatti a voi.

Indirizzo: Piazza San Gaetano, 68
Per le prenotazioni delle visite guidate, vi rimandiamo al sito ufficiale di Napoli Sotterranea.

6. Sotto la Basilica di San Lorenzo Maggiore, un’intera città nascosta

Avete avuto un assaggio dello splendore di Napoli in epoca greco-romana. Siete pronti a visitare un’intera città? È questo che vi aspetta alla Basilica di San Lorenzo Maggiore, il più rilevante sito archeologico del centro storico di Napoli. Questo straordinario complesso cela nel proprio sottosuolo i resti dell’antico Foro di Neapolis: un salto nel passato, attraverso il mercato romano e le sue nove botteghe. Risalendo, si arriva alla Basilica di San Lorenzo Maggiore, con la sua sontuosa sala capitolare in stile gotico.

Indirizzo: Piazza San Gaetano, 316
Orari: tutti i giorni dalle 9:30-17:30

7. Il giardino incantato del complesso monumentale di Santa Chiara

Il centro storico di Napoli è un museo all’aria aperta, e non si finirà mai di scoprirne le bellezze. Ma se cercate un punto di riposo e di refrigerio, nonché uno dei luoghi più suggestivi della città, vi consigliamo il Complesso Monumentale di Santa Chiara. La chiesa conserva ancora oggi le sue originarie forme gotiche, con ampie volte a crociera, che furono ricostruite dopo il bombardamento che la dilaniò durante la guerra. Ma non perdetevi un altro gioiello: il chiostro settecentesco. Diviso in quattro sezioni, i suoi viali sono sostenuti da pilastri a pianta ottagonale e rivestiti da maioliche con festoni vegetali. Sito nel cuore del centro storico, il chiostro fu anche testimone figurativo delle vicende napoletane del Seicento e del Settecento, raccontate attraverso una serie di affreschi: li potrete ammirare, insieme a raffigurazioni di Santi e scene dell’Antico Testamento, sedendovi sulle panche che collegano i vari pilastri. Indirizzo: Via Santa Chiara 49

Orari apertura/ chiusura complesso monumentale
Lunedì-Sabato: 9:30 – 17:30
Domenica: 10:00 – 14:30
Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura

Orari apertura/ chiusura basilica
Tutti i giorni 7:30 /13:00 – 16:30 / 20:00

8. La galleria borbonica: un viaggio attraverso la storia partenopea

Dopo la piacevole e leggera passeggiata tra i fiori delle maioliche di Santa Chiara, siete pronti ad affrontare un viaggio attraverso le ore più buie della storia napoletana. La Galleria Borbonica venne in origine progettata per conto di Ferdinando II di Borbone. Si trattava di un percorso militare rapido che permetteva la difesa della Reggia e la fuga dei monarchi in caso di emergenza. Ma durante la seconda guerra mondiale ebbe anche funzione di riparo dai terribili bombardamenti aerei per i cittadini napoletani. Testimoni del loro passaggio – più o meno breve – sono oggetti vari, giochi per bambini, e scritte piene di speranza sui muri.

Ingresso principale: Vico del Grottone, 4 (zona Piazza Plebiscito)
Gli orari delle visite possono variare ad agosto, per cui vi invitiamo a tenervi aggiornati sul sito ufficiale

9. Tra sogno e realtà al MANN

Tra i luoghi di Napoli da vedere d’estate, merita una menzione speciale per il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli): un posto da non perdere d’estate, non solo per via dell’ambiente fresco, grazie all’ottima posizione della struttura e ai suoi splendidi giardini e al fornitissimo MannCaffè dove rinfrescarsi, ma soprattutto perché, in questo periodo, il Museo Archeologico offre tante interessanti novità. Sarà in corso fino ad agosto la mostra “Thalassa, meraviglie sommerse del Mediterraneo”, così come la mostra interattiva “Capire il cambiamento climatico” in collaborazione con National Geographic Society. Se non avete né il tempo né la forza di vedere tutte le meraviglie di questo museo, niente panico: la mostra sugli Etruschi, in cui i visitatori sono condotti alla scoperta di una civiltà florida e ricca di bellezza, prosegue fino al 2021.

Indirizzo: Piazza Museo, 19
Orari: 09:30-19:30 (chiuso il martedì)

10. I presepi soleggiati del Museodivino

Dulcis in fundo, non possiamo che consigliare anche il nostro Museodivino nato appena un anno fa. Pensate che i presepi siano belli da vedere solo d’inverno? Cambierete idea quando scoprirete le miniature di Don Antonio Maria Esposito e il suo Gesù Bambino che nasce sotto le palme, in mezzo al deserto. Scolpite in gusci di noce, noccioli di ciliegia e persino in un seme di canapa, le opere non si possono ammirare senza l’aiuto di una lente d’ingrandimento. Oltre ai presepi mediorientali, scolpita in gusci di noce c’è anche una serie dedicata alla Divina Commedia, unica nella storia dell’arte. E non vi fidate del caldo sole che splende sui presepi, o delle ardenti fiamme dell’Inferno dantesco… al Museodivino, gli ambienti sono particolarmente freschi, ed è meglio portarsi una giacca! E se le sere estive a Napoli sono ancora troppo calde per voi, potrete frequentare il museo anche di notte, con un bicchiere di vino in mano mentre vi godete uno spettacolo teatrale.

Indirizzo: Via San Giovanni Maggiore Pignatelli 1b
Orari: 10.00  – 00.00

E voi, avete suggerimenti da aggiungere a questi splendidi luoghi di Napoli da vedere d’estate?

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Da Francesca a Beatrice: la sublimazione delle storie d’amore tragiche di Dante Gabriel Rossetti

Dante Gabriel Rossetti e la sublimazione delle storie d’amore tragiche

Non si tratta di una coincidenza se una così splendida rappresentazione della Francesca da Rimini di Dante sia stata realizzata da un giovane pittore inglese chiamato proprio come il Sommo Poeta. Il padre, nella sua veste di poeta innamorato dell’opera dantesca, diede al secondogenito il nome di Gabriel Charles Dante Rossetti.

E non solo il nome: Gabriele Rossetti, patriota italiano costretto all’esilio per aver partecipato ai moti insurrezionali del 1820 e trasferitosi a Londra poco dopo, trasmette al figlio anche il gusto per la poesia per cui troverà una certa propensione sin dalla tenera infanzia e l’amore per la cultura italiana e particolarmente per l’opera dantesca. Essa ispirerà gran parte della sua opera, dalla traduzione della Vita Nova alle numerose rappresentazioni pittoriche della Divina Commedia. Dante Gabriel Rossetti, che nel frattempo ha deciso di mettere il nome del Poeta in primo piano, trae infatti grande ispirazione dalle storie d’amore tragiche narrate nei massimi capolavori della letteratura.

D. G. Rossetti, Salutatio Beatricis, National Gallery of Canada, Ottawa.

Innamorato delle storie d’amore, ma non del lieto fine

E conoscerà anche lui la storia d’amore di una vita, bellissima e altrettanto tragica, con la modella di umili origini Elizabeth Siddal. È una donna sensuale, dai lunghi capelli rossi, dai tratti dolci che si addice perfettamente ai canoni della Confraternita dei Preraffaelliti, associazione artistica fondata proprio da Rossetti nel 1848 insieme ai compagni della Royal Academy, Millais e Hunt, che stufi dei modelli vigenti all’epoca si propongono di riscoprire i pittori primitivi, i temi medievali e, appunto, i miti e le grandi storie della letteratura.

Elizabeth Siddal, o Lizzy, diventa la modella preferita di Dante Gabriel Rossetti e gli ispira gran parte delle donne raffigurate nei suoi quadri. Da un lato, è una donna dal carattere forte capace di affermarsi anche come poetessa e pittrice. Dall’altro lato però, trascina in sé una malinconia che la seguirà fino al termine della sua vita, e che la rende perfetta per impersonare alcune delle protagoniste di grandi storie tragiche, come la famosa Ofelia di Millais.

Ma per Rossetti, Elizabeth è Beatrice, l’amore assoluto del Poeta, la musa che illumina tutta la sua opera. La relazione tra i due tuttavia è per lo meno burrascosa: Rossetti non è quello che potremmo chiamare un uomo fedele e Lizzy, già debole, sprofonda sempre di più in una cronica malinconia, al punto da dedicare al suo amante questi terribili versi: “se il semplice sogno di un amore fosse vero, allora, dolcezza, saremmo in Paradiso. Ma noi siamo in terra, mia cara, dove il vero amore non è dato”.

D. G. Rossetti, Dante’s Dream, Walker Art Gallery, Liverpool, UK.

La tragedia di Lizzy, e la follia di Rossetti

Lizzy cerca di placare il dolore affidandosi ai poteri del laudano, un sedativo che aveva assunto per la prima volta dopo una polmonite contratta proprio durante una delle sedute in cui faceva da Ofelia per Millais e a cui è ormai dipendente. Anche dopo la prima overdose della modella, la relazione tra i due amanti non si fa più serena: timoroso di presentarla alla sua famiglia, come nelle migliori storie d’amore a ostacoli, Dante Gabriel Rossetti aspetta che la sua Lizzy, debilitata psicologicamente e fisicamente, sia in fin di vita per chiederla in sposa. Nel 1860 i due finalmente si sposano, ma un altro dramma sconvolgerà la povera donna prendendo questa volta la forma di una bambina nata morta.

Elizabeth Siddal non regge il colpo e si suicida poco dopo, nel 1862, assumendo una forte dose di laudano.

D.G. Rossetti, Beata Beatrix, 1872, Tate Britain, Londra, UK.

La sua musa si è spenta ma, proprio come il poeta che gli ha dato il nome, Dante Gabriel Rossetti non smette di ispirarsi alla sua amata. La rappresenta per l’ultima volta nella Beata Beatrix, forse uno dei suoi capolavori, fitto di riferimenti al loro amore e alla morte dell’amata. L’artista, ossessionato dai ricordi e dedito anch’egli all’uso di alcol e droga, si incammina tra pensieri oscuri sul sentiero della follia.

Convinto dagli amici George Meredith e Algernon Swinburne, inuma il corpo della moglie per recuperare una raccolta di poesie a lei dedicate che aveva posto all’interno della bara, fra i suoi lunghi capelli rossi; e a detta dell’amico che lo aiutò nell’impresa la chioma rossa e fluente di Lizzy aveva continuato a crescere durante la sepoltura … Il ricordo dell’amata perseguiterà il pittore fino alla morte che lo coglie nel 1882: solo, folle e quasi cieco, in una casa diroccata e abitata da decine di animali selvatici.

Da Francesca a Beatrice

Amore, follia, morte, rimpianto, tenerezza e passione, fanno della storia tra Dante Rossetti ed Elizabeth Siddal uno dei simboli più alti del tragico intreccio tra arte e vita. E non ci stupisce, ma continua a incantarci, come questo artista il cui nome stesso era un omaggio al nostro sommo poeta, abbia dato le fattezze dell’adorata Lizzy non solo all’angelica Beatrice, ma anche alla sua splendida Francesca da Rimini, coinvolta insieme all’amante in un tenero abbraccio destinato a durare per l’eternità.”

D. G. Rossetti, Paolo and Francesca da Rimini, 1855.
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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Umberto Eco e la sua Beatrice ribelle: un Paradiso che somiglia a un inganno maschile …

È incontestabile: se il ricordo di Beatrice Portinari ha attraversato i secoli fino a farne, ancora oggi, una delle donne più famose della letteratura italiana, è tutto merito dei versi che colui che ci è noto come il “Sommo Poeta” dedicò alla sua angelica figura. Sia nella “Divina Commedia” che nella “Vita Nuova”, Dante ha riservato al suo amore dell’infanzia un posto speciale: la “sua” Bice infatti è nota a tutti come l’ispiratrice dell’opera dantesca, guida delle guide nel lungo viaggio attraverso l’aldilà, anima di numerosi versi scritti dalla mano del poeta.

Ma della vita e dei pensieri di questa donna straordinaria ci sono poche tracce, e la sua voce sbatte contro i limiti del quadro stabilito dallo stesso Dante. Sarebbe bello se per una volta potesse parlare di sé stessa al riparo dello sguardo del suo poeta. Potremmo chiederle come ci si sente ad essere la Musa di uno degli autori più grandi di tutti i tempi. E forse potremmo anche avere delle sorprese. Per esempio, potrebbe svelarci che, ben lontano di esserne lusingata, lo vive come un “inferno” in cui l’ha rinchiusa questo “porco sciovinista maschio del Signor Alighieri”.

Un poeta timido…

In una puntata delle Interviste Impossibili mandata in onda sulla Rai nel 1975, Umberto Eco ci propone l’insolito ritratto di una Beatrice Portinari, magistralmente impersonata dall’attrice Isabella del Bianco, che si confida sul suo legame con Dante: un legame che non solo non ha niente dell’amore idealizzato a cui abbiamo creduto tutti, ma, a suo dire, non è neanche mai esistito. Lei non ha per lui il minimo riguardo, e piuttosto si diverte a commentare la goffaggine di colui che la fissa con gli “occhi da pesce bollito” e i “polsi che li tremavano” proprio come quando si ritrovò di fronte alla lupa nella selva oscura – questo per dire che effetto gli faceva la sua amata – limitandosi a “borbottare delle parole in latino”.

È l’archetipo del poeta timido ed impacciato, di certo non aiutato dal fatto di essere stato allievo di Brunetto Latini, che come si sa, sulle donne non gli avrà potuto insegnare un bel niente. Ed è vero che è divertente, questo Dante che Beatrice saluta soltanto “per provocarlo” e di cui aspetta una risposta che per un’apparente timidezza non arriva mai. Forse perché è ovvio che Beatrice lo avrebbe rifiutato, lui che è così brutto con il naso che si ritrova, in confronto a lei che “quando passava vestita di nobilissimo colore ogni lingua la diventava tremando muta”.

Filippo Agricola, Dante e Beatrice, Purgatorio, Canto XXX, v. 73, 1822.

… o semplicemente opportunista?

Ma forse non è così timido. E se non si è mai dichiarato, è forse perché non avrebbe voluto che Bice diventasse sua moglie: come può uno spirito ancorato nella vita quotidiana essere innalzato al rango di tramite per la salvezza dell’uomo? Come può il poeta stilnovista lodare la donna angelica pensando alla madre dei suoi figli? Dante ha deciso: lui si sposerà con Gemma, e Bice diventerà la sua Beatrice, la sua Musa. Stringerà un contatto con lei – quel poco che basta per potersene vantare – anche a costo di sembrare un “cascamorto” o di intimorirla e di indurla a non uscire da casa.

Ma ecco che il Poeta vede i suoi progetti improvvisamente buttati via dalla morte della povera Bice. Più afflitto per la sua carriera artistica che per la scomparsa della donna, non gli ci vorrà molto tempo per vedere il vantaggio che gli offre quell’episodio tragico. Che affare per Dante che può modellare la “sua” Beatrice in modo da farne la donna ideale – che poi, amò proprio lui, fino a scendere nel Limbo per salvarlo! E che carte gioca, Dante, per costringerla a scendere. Nientemeno che la Vergine! – senza che le sue azioni terrene vengano a contraddirlo. Un beneficio così grosso che Beatrice lo sospetta addirittura di averle “lanciato un maleficio” per provocare la sua morte.

Henry Holiday, Dante and Beatrice, 1883, Walker Art Gallery di Liverpool, Inghilterra.

Beatrice, eterna portavoce delle idee altrui

Come ci si sente ad essere la Musa di uno dei poeti più grandi di tutti i tempi? A sentire Bice, spossessati dalla propria umanità. E il Poeta rimuoverà tutto di lei: dai “flirtini” che ha avuti all’amore sensuale che non sdegna – anzi – fino al suo aspetto fisico piacevole al quale Dante non allude mai. Per Beatrice, si tratta di un vero e proprio “strip-tease letterario”, anche se in salsa stilnovista. Non c’è stato bisogno dell’amore fisico per strumentalizzarla, anzi, per lei che ha perso la sua forma umana in terra e che non la ritrova nell’opera di Dante, non c’è neanche la possibilità di dire la sua.

Ed è così che, nascondendosi dietro alle parole della sua amata, Dante espone spudoratamente le sue idee sulla corruzione della Chiesa, sull’autorità imperiale che rimedierà a tutti i disordini che stanno portando Firenze alla perdizione, pensando che “tanto firma la Beatrice”, la povera donna che lo asseconda suo malgrado. “Beatrice l’era quella di Dante, mica l’era quella di Beatrice”, aggiunge.

Un’unicità ridotta a semplice strumento poetico

E lui negherà la sua unicità fino di farla diventare puro strumento delle sue “canzoni da quattro soldi”, un mezzo per arrivare a compiere un esercizio letterario al pari di madonna Pietra, colei che, al contrario della donna angelica, tormenta il poeta con un amore conflittuale. La storia di Bice gira esclusivamente intorno a quella del Poeta e persino qualcuno dei dati anagrafici di lei sono stimati in base a quelli di Dante, fino a far dubitare qualcuno della sua esistenza.

“E se, come madonna Pietra, Beatrice fosse soltanto un nome fittizio?”, uno si potrebbe chiedere. O se semplicemente Dante, disperatamente in cerca di una Musa, avesse messo gli occhi sulla povera Bice dopo aver letto uno di quei poeti provenzali che tanto ammirava e che ha cantato le lodi di una certa Biatriz? “Colei che rende beati”, un nome più che azzeccato per la donna angelica tanto sognata dal Poeta. Che affare per Dante che ne ha proprio una a portata di mano. Se l’amore si attacca al cuore gentile non appena incontra una donna nobile, il cuore “pieno di fiele” di Dante è incapace di amare, aggiunge, amareggiata, Bice.

“Vita Nova!”

A tutti quelli che, aprendo la Commedia di Dante, si limitano a leggere l’Inferno perché le sorti dei buoni non li interessano, pensate anche solo un’istante alla povera Beatrice rinchiusa in questo Paradiso che non ha scelto. “Vita Nova!”, grida lei alla fine dell’intervista. È stato sfatato il mito di Beatrice, o anzi, è stata Bice a sfatare il mito della donna angelicata.

Stufa di sentirsi strumentalizzata spudoratamente, stufa che le poetesse dai molteplici talenti siano oscurate dall’ombra di un uomo, Beatrice, che fa da portavoce a tutte le “donne dei poeti” sfruttate dalla letteratura al maschile, inizia nell’aldilà una crociata contro il Maschio – e farebbe bene a guardarsi le spalle, Dante Alighieri, che lassù c’è più di una donna pronta a dare battaglia. “Che il diavolo se lo porti dove lui sa bene”, ecco l’ultimo malaugurio che Bice destina a colui che le ha fatto un’offesa eterna incidendo nella storia i loro due nomi l’uno affianco all’altro, “e con che diritto?”.

Dove ascoltare l’intervista originale?

https://youtu.be/y7HkeMWCOvk
Tutte le Interviste Impossibili sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).
Anche dal fondo dell’Inferno, Francesca si lamenta: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/linferno-e-rimini-in-dicembre-la-francesca-in-salsa-felliniana-di-edoardo-sanguineti/

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

La Francesca in salsa Felliniana di Edoardo Sanguineti: l’inferno è Rimini in dicembre …

La figura romantica per eccellenza?

Una donna vittima della propria passione che per contrastare un infelice matrimonio combinato ha scelto di sfidare il pericolo e di abbandonarsi a una storia d’amore proibita. Solo la morte, caro ma inevitabile prezzo da pagare, porrà fine all’incanto: ecco l’immagine che ci viene immancabilmente in mente se pensiamo a Francesca da Rimini, figura romantica per eccellenza, rappresentante ufficiale delle storie d’amore che non conosceranno mai un lieto fine ed inesauribile fonte di ispirazione per i tanti artisti che attraverso i secoli hanno cercato di dare un viso alla passione, quella che non si spegne neanche tra le fiamme dell’Inferno.

E se provassimo per una volta a pensare a questa stessa Francesca da Rimini non come ad un’eroina tragica a cui è stata tolta la vita per l’unico motivo di aver amato, bensì come a una poveraccia ingannata da “questo mascalzone del Paolo“, che ha saputo sfruttare la sua debolezza per i romanzi d’amore? E se questa passione travolgente di una volta, che fa convivere i nomi dei due amanti al punto di non poter mai parlare dell’uno senza nominare l’altra, fosse stata ridotta nell’aldilà ad un’insignificante “mezza cotta”?

Una lagna eterna: il rimpianto degli anni d’oro

Paolo e Francesca, William Dyce, 1845, National Gallery of Scotland, (dettaglio).

Questo è proprio il ritratto che propone Edoardo Sanguineti della più famosa tra le donne infernali in una puntata delle Interviste Impossibili, mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974. In una telefonata faticosa, piena di rumori di sottofondo e interruzioni di linea, al secondo cerchio dell’Inferno, Edoardo immagina di chiedere a Francesca i dettagli della faccenda che le costò la vita insieme al suo amante, proprio come fece quel “giornalista” che era Dante secoli prima.

Rassegnato ad ascoltare la versione esposta dalla donna poiché, e si sa sin dai tempi della Commedia di Dante, non è da Paolo esprimersi, lascia spazio ad una non più giovane Francesca, anche lei rassegnata a raccontare la sua storia malgrado si fosse dimostrata un’altra volta riluttante a ricordare il suo passato felice. Per l’insolita Francesca delle Interviste Impossibili, impersonata in perfetto stile romagnolo da Laura Betti, la felicità assomiglia ad un tempo lontano in cui la “ragazzuola niente male” di Ravenna faceva girare la testa a tutti.

Mentre al di fuori infuria la bufera infernale, Francesca torna a raccontare la sua storia con Paolo, che rimpiange quanto i suoi giovani anni, caratterizzati dai privilegi di cui poteva godere una ragazza di buona famiglia e dalle estati spassose trascorse sul mare di Rimini. Non è più la giovane donna appassionata degli artisti romantici, piuttosto sembra la nonnina a cui i nipoti chiedono di raccontare una gioventù felice in compagnia del nonno, che ormai non vede più che come una “lagna eterna”, ognuno dando la colpa degli errori passati all’altra.

Sono intrappolato lì per colpa della tua debolezza”, piange disperatamente Paolo. “Mi è saltato lui addosso, rovinandomi il matrimonio con un marito brutto e zoppo, e mandandomi al macello”, ribadisce Francesca. E l’intervista con Edoardo Sanguineti ci permette di rispolverare una vecchia storia che pensavamo di conoscere bene.

“Niente più di una storia d’amore”

Niente più di una storia d’amore”, ecco come Francesca sintetizza un racconto che ha attraversato i secoli. Anzi, più che amore, era forse per lei un modo di sfuggire alla noia delle lunghe giornate d’inverno in cui, in provincia, non c’è niente altro da fare che leggere romanzi d’amore, “tradotti male”, per di più.

Tanti di quegli scrittori e cantanti hanno cercato di mettere le parole giuste su quel sentimento complesso che è l’amore, ma per Francesca la storia è alquanto semplice. Una storia d’amore avvincente letta in un famoso romanzo francese che le fa perdere la testa e Paolo, l’unico Galeotto della storia secondo lei (altro che il libro, o colui che lo ha scritto), colui che “si infiammava come niente” e che, vedendola immersa nella storia, coglie la palla al balzo. Per un’istante lei lo vede come “il Lancillotto” che conquista la moglie del Re Artù. E ad impersonare Ginevra non può essere che la malcapitata Francesca, che, e lo sa bene Paolo, non ha altra scelta che di cedere ai suoi istinti primari. E se per giunta Paolo fosse veramente il bell’uomo, atletico, con certi muscoli, che lanciava certe occhiate da togliere il fiato che racconta Francesca… “Beh, insomma, mi capite”.

Il sogno di una Francesca mai carcerata: né all’inferno, né in un matrimonio

Edoardo Sanguneti si rituffa per noi nella storia di Francesca da Rimini, che si lamenta di ricevere sempre meno visite: ed è vero che fra la prima fatta da Dante e quest’ultima, sono stati ben pochi a non rappresentarla come un mito, intrappolata in una storia in cui non ha voce.

Prima dell’addio, coglie l’occasione data da questa rara intervista per chiedere ad Edoardo: “se passa qui giù un giorno o l’altro, mi porti un romanzo?” facendo in seguito il nome di Françoise Sagan, la scrittrice francese probabilmente influenzata dal film “I Vitelloni” di Fellini, che descrive una vita che la stessa Francesca avrebbe potuto conoscere se fosse vissuta nel Novecento, la donna libera di cui avrebbe potuto invidiare lo stile di vita incurante dei pettegolezzi, l’autrice di “Bonjour Tristesse”, romanzo nel quale una donna può scegliere qualunque uomo senza ritrovarsi “carcerata” né all’Inferno, né in un matrimonio.

Alla fine, ci dicono Edoardo Sanguineti e Laura Betti, forse la storia di Paolo e Francesca non è un mito, bensì una semplice storia d’amore come tante altre, un colpo di fulmine durato il tempo di un bacio, un fatto accaduto in un momento di debolezza, con l’unica colpa che “un uomo è un uomo, e una donna è una donna, no?

DOVE ASCOLTARE L’INTERVISTA ORIGINALE

 https://youtu.be/K8CHGIpXTAE

Tutte le trasmissioni delle “Interviste Impossibili” sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

Non solo all’inferno, anche Beatrice ha qualcosa da dire: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/un-paradiso-che-somiglia-a-un-inganno-maschile-la-beatrice-ribelle-di-umberto-eco/

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

DANTE ’70 ovvero “Le Interviste Impossibili”

Chi non ha mai, leggendo un capolavoro della letteratura o ammirando il dipinto di un artista il cui nome ha attraversato i secoli, fantasticato sulla possibilità di rivolgere le tante domande che in quei casi sorgono spontanee al primo interessato? Un sogno al quale noi del Museodivino di Napoli spesso ci abbandoniamo, immaginando di interrogare Don Antonio, un artista novecentesco che ci ha lasciato una serie di sculture in miniatura piene di misteri ancora irrisolti dedicata alla Divina Commedia, ospitata proprio negli spazi del museo.

Obiettivo: riportare i grandi del nostro mondo… alla nostra epoca

All’epoca dei social in cui tutto sappiamo dei nostri idoli fino ad entrare nelle loro sfere private, non abbiamo ancora trovato il modo di riportare nel nostro mondo i grandi personaggi defunti, e spesso, per avvicinarli, ci dobbiamo accontentare di quanto scritto sui manuali di scuola.

A renderci possibile un’interazione più coinvolgente e divertente con questi stessi personaggi fu Lidia Motta, voce nota nel panorama radiofonico della seconda parte del ‘900. Con le sue Interviste Impossibili, la cui prima puntata fu mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974, propose al grande pubblico un programma in cui le maggiori figure della cultura italiana dell’epoca, tra cui scrittori contemporanei di spicco come Italo Calvino e Umberto Eco, ma anche un certo Andrea Camilleri alla regia, intervistavano grandi personaggi passati a miglior vita in un modo spesso comico, a volte caricaturale ed ironico.

Dall’uomo di Neanderthal a Pablo Picasso…

Pur restando fedeli ai fatti storici, gli attori che davano loro voce (Carmelo Bene, Laura Betti e Mario Scaccia, tra l’altro) si divertivano ad interpretare il proprio personaggio in un modo decisamente soggettivo, dando loro dei tratti insoliti ed esagerati. Il programma, trasmesso quasi ogni giorno fino al mese di settembre prima di ricominciare l’anno seguente per soli pochi mesi, dava voce a uomini e donne che hanno fatto la storia dell’umanità, dall’uomo di Neanderthal al Pablo Picasso: dagli scrittori Gabriele D’Annunzio e Giovanni Verga allo scienziato Copernico, dal pittore Dante Gabriel Rossetti ai politici Giulio Cesare o Vittorio Emanuele II passando per le figure femminili che hanno segnato la storia come Cleopatra, Giovanna D’Arco o Mata Hari, sono stati “intervistati” ben 82 personaggi illustri, tra cui qualcuno inaspettato come l’inquietante Jack lo squartatore.

passando per le donne della Divina Commedia

Ma fra i tanti personaggi rivissuti per i venti minuti della trasmissione, ci interessano in particolare due donne che, pur avendo avuto una vita terrestre ben reale, hanno per noi una grande risonanza grazie all’opera che le ha eternate: l’una al rango di Musa poetica per eccellenza, e l’altra a simbolo dell’amore maledetto, della passione travolgente che resiste anche alla tormenta dell’Inferno. Noi che abbiamo dedicato più di un mese alle donne della Divina Commedia di Dante, non potevamo perderci le due puntate incentrate sulle due figure straordinarie che sono Beatrice Portinari e Francesca da Rimini.

DOVE ASCOLTARLE?

Tutte le trasmissioni sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

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arte spirituale Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Flannery O’Connor: tra i pavoni ai piedi dell’Angelo, con uno straccio in mano

Il misticismo dantesco di Flannery O’ Connor

Il miglior modo per affrontare l’enorme sfida che una scrittrice come Flannery O’Connor propone ai suoi lettori non sta forse nell’immergersi ex abrupto nelle sue opere più importanti, che a prima vista potranno risultare difficili, bizzarre, persino ciniche, bensì di iniziare dalla corrispondenza che intrattenne fino alla sua scomparsa con tante e variegate personalità, e dal suo “Diario di Preghiere”. Ecco almeno quanto suggerito da William Sessions, scrittore e grande amico della O’Connor che, se in un primo momento rifiutò di scriverne la biografia, vi si rassegnò dopo la scoperta di questo documento, tanto prezioso da definirlo, nella sua intervista a “Tempi” del 2014, “il forziere dell’Isola del tesoro”.

Immergersi nella vita e nei pensieri della O’ Connor potrebbe essere un modo per ristabilire la verità su questa scrittrice novecentesca troppo spesso fraintesa, che attraverso i suoi racconti, ingiustamente definiti “horror” dalla critica – incapace a suo avviso di individuare il vero orrore – cerca soltanto di farci specchiare nella cruda realtà, a costo di dover impiegare i modi più violenti, per portarci con tutta la sua forza in Purgatorio.

Scrittrice cattolica sì, predicatrice mai

Se Flannery O’Connor è ancor oggi considerata capostipite di quel “Southern Gothic” nato come critica sociale dalle ferite della Guerra di Secessione, se la sua opera partecipa della storia della letteratura americana, e se ancora viene apprezzata (o meno) da lettori di ogni estrazione sociale e religiosa, il merito è certo del suo sguardo lontano da ogni puerile manicheismo, il suo rifiuto di farsi predicatrice e di catalogare la realtà secondo gli schemi delle favole per bambini, dove i buoni sono buoni e i cattivi, cattivi.

E infatti non si troverà in questa scrittrice, che sempre rifiutò di essere ritenuta una santa, nessuna traccia di superiorità: piuttosto, addirittura, la tendenza a sottovalutarsi. Non esita a descriversi come una bambina dall’aspetto piuttosto ingrato, dall’aria di chi vuole essere lasciato in pace. Nemmeno si vanta dei suoi scritti, ma del film che la mostra mentre insegna ad un pollo a camminare all’indietro, e del fatto di essere nata nella stessa città di Oliver Hardy.

“Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”

Nel mezzo della sua breve vita, iniziata nella primavera del 1925, Flannery O’Connor partecipa ad un prestigioso laboratorio di scrittura all’Università dell’Iowa dopo aver vinto una borsa di studio. La giovane scrittrice ha appena iniziato il suo primo romanzo “La Saggezza del Sangue”, e si trova catapultata dalla nativa Georgia in una dimensione del tutto diversa, dove ha sì l’occasione di confrontarsi a figure che segneranno la poesia statunitense, come Robert Lowell e Elizabeth Bishop, e con cui stringerà un rapporto di amicizia duraturo, ma anche, e soprattutto, col diffuso scetticismo del Nord verso il sacro.

Fervente cattolica cresciuta in una famiglia di origine irlandese, Flannery resiste però alla tentazione di crearsi una campana di vetro nella quale proteggersi dalla dura realtà che la circonda. Al contrario, si apre onestamente ai propri dubbi, ammettendoli: “la mia mente non è forte. È preda di ogni sorta di cialtroneria intellettuale. Non voglio che sia la paura a farmi restare nella chiesa. Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”. È in questi anni di messa in discussione radicale delle modalità della fede che inizia la stesura del suo “Diario di Preghiera”, un tentativo per stabilire una comunicazione con Dio, a cui rivolge tra le altre questa preghiera: di consentirle di essere la Sua “macchina da scrivere“.

E, a quanto pare, i suoi desideri vengono esauditi. Con un talento indiscusso scrive, anche per coloro che credono che Dio sia morto, senza nessuna traccia di moralismo. È la grande sfida che lancia a sé stessa e, di rimando, anche ai suoi lettori: immettere nei suoi racconti qualcosa di indicibile, che il lettore crede di afferrare ma che non dura più di un breve lampo, qualcosa che altro non è se non il mistero della grazia divina, capace di turbare chiunque lo scorga.

Gli ostacoli dell’emarginazione

A questa già ardua missione si somma la distanza forzata dalle persone a lei care: un distacco tanto più difficile quanto più la allontana da tutte quelle situazioni concrete, e quotidiane, in cui poteva sperare di raggiungere il cuore della gente a cui era diretto il suo lavoro. Dopo qualche tempo a New York in compagnia di artisti come Sally e Robert Fitzgerald, con cui intratterrà poi una lunga corrispondenza e che cureranno molte delle sue pubblicazioni postume, Flannery è infatti costretta a tornare nella sua casa di Milledgeville, in Georgia, a causa dell’insorgere della LES, una malattia autoimmune comunemente nota come “lupus”, che può risultare in molti casi letale. E’ un morbo a lei noto, che si è portato via il padre Edward quando lei era poco più che adolescente, e che, lo sa bene, la forzerà a sottoporsi a cure invasive.

Ma questa emarginazione non le fa paura, anzi, la conosce bene, lei, che è nata cattolica nel bel mezzo della “Bible Belt” protestante, lei che, in Iowa, ai tempi del primo laboratorio di scrittura, doveva far leggere i suoi racconti dal professore perché altrimenti, a leggerli con il suo forte accento del sud, nessun l’avrebbe presa sul serio.

“La verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”

Ed è forse questo senso della realtà, che è stata costretta a sviluppare sin da molto giovane, a darle questa sua urgenza di scrivere, a permetterle di padroneggiare l’arte dei racconti brevi – poiché non può più scrivere lunghi romanzi per paura di non terminarli – in cui ai personaggi basta un lampo per capire qualcosa. Ed è forse questo senso della realtà a darle questa capacità di non indorare mai i suoi racconti. Scrive: “la verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”.

E infatti, le sue storie non conoscono il lieto fine. O meglio potremmo dire che il lieto fine non è ciò che crediamo, e risiede nel solo fatto che ogni anima, per quanto difettosa possa essere, sia capace di scorgere la grazia divina, e da qui, scegliere se accettarla o meno. Quando la nonna di “A Good Man is Hard To Find” scorge “un qualcosa” nel fondo dell’anima del “Balordo”, lo svitato che ha appena fatto fuori tutta la sua famiglia, bambini compresi, per un istante, lo accoglie come un suo figlio. Morirà, uccisa da quel suo “bambino”, ma con un sorriso rivolto al cielo. Questa nonna grottesca, bigotta, scritta in modo ironico e caricaturale come molti dei personaggi dei racconti di Flannery O’Connor, antieroi di tutte le età e di tutte le ideologie, questa nonna ha trovato la strada per la redenzione.

Flannery O’Connor scrive questo breve racconto, che darà il titolo alla sua raccolta più famosa, dal fondo della sua Georgia, in una fattoria di nome Andalusia in cui passa i suoi ultimi tredici anni di vita circondata da pavoni, oche, tucani e altri uccelli di ogni genere, svelando un amore incondizionato per la natura. Nulla di sorprendente considerato che, secondo lei, è proprio attraverso la natura che ci si rivela la grazia divina. In “The Displaced Person”, è un pavone a offrire, allo sguardo di chi saprà vederla, questa intuizione legata alla grazia, spiegando le sue ali coperte di migliaia di occhi, come fosse “una mappa dell’universo”.

La grazia si nasconde anche nel fondo delle selve oscure

E non importa se la natura è bella agli occhi degli esseri umani o meno: della prima coppia di pavoni acquisita dalla scrittrice, l’uno aveva un occhio cieco, ed entrambi erano alquanto spennati. Non importa, e le numerose incarnazioni di Cristo Redentore avvengono anche nelle selve oscure. “Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla facoltà di Pollamologia”, dichiara.

Flannery O’Connor nella sua casa di Milledgeville, Georgia.

Nonostante le sue condizioni fisiche declinino al punto da costringerla a camminare con l’aiuto di stampelle, Flannery continua a dare lezioni e conferenze attraverso il paese. E, fino alla sua scomparsa a soli 39 anni, non smetterà mai di scrivere: oltre ai suoi racconti, c’è una lunga corrispondenza con amici, parenti, e persino ammiratrici segrete. Amicizie e scambi che alimenterà dalla sua cameretta che somiglia, a detta della madre, più ad un pollaio che ad una stanza da letto.

Fino al Purgatorio, costi quel che costi

Flannery O’Connor dedicò la sua vita artistica a quelli che riteneva ciechi, incapaci di vedere la grazia, l’apertura verso la redenzione che porta tutti sulla via del Purgatorio. Che la accettino o meno, non è il suo problema, purché ognuno sappia che ogni anima può incontrarla a patto di abbandonare le proprie posizioni ideologiche e morali e la propria convinzione di agire in buona fede, e sia pronta a mirare la realtà dritto negli occhi, siano essi quelli del Cristo tatuato sulla schiena di Parker, o quelli disegnati sulla coda di un pavone.

E se qualcuno dei suoi personaggi resiste, nonostante i numerosi richiami, lei non esiterà a tracciare forme gigantesche e violente, non esiterà a scuotere brutalmente quell’anima, per fargli vedere la realtà, l’unica che valga, della grazia divina. Farà vedere, ma non spiegherà mai: perché, secondo la O’Connor, “imparare a guardare è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica”.

Fonti:

La mia amica Flannery O’Connor, la grande scrittrice americana che non smise mai di «perseguitare la gioia»”, Leone Grotti in “Tempi”, 13 luglio 2014.

Flannery O’Connor, Un Paon pour ange gardien.”, Marie-Claire Pasquier, Les Cahiers du GRIF, n°39, 1988. Recluses vagabondes. pp. 39-48.

Jacques Pothier. Une pascalienne catholique dans le Sud protestant : Flannery O’Connor et la pureté naturelle. Van Ruymbeke Bertrand. Réforme et révolutions : hommage à Bernard Cottret, Editions de Paris, pp.217-226, 2012, 2846211698.

Carta, penna e inchiostro rosso sangue”, Respinti Marco in “Tempi”, 16 agosto 2001.

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arte spirituale Diario del Lockdown Teatro Museodivino Ensemble

Erasmo da Rotterdam al Museodivino: non sapevo che fare!

L’Elogio della Follia nato da un noioso lockdown

Cosa succede quando siamo costretti a stare chiusi in casa per lunghi periodi, senza poterci dedicare al lavoro né allo svago? Una domanda che qualche mese fa sarebbe parsa forzata e oziosa, e che invece ci ha investito tutti come un uragano … Che fare quando non puoi fare nulla? Una bella risposta ci arriva a distanza di cinquecento anni dall’Olanda: durante il lockdown si può scrivere un vero e proprio bestseller, un libro che influenzerà l’intera civiltà e che sarà ricordato nei secoli. Quanti di noi ci hanno provato? 

Erasmo confessa: cos’altro avrei potuto fare?

L’Elogio della follia, scritto nel 1509 da un Erasmo da Rotterdam poco più che quarantenne, è un titolo che tutti conoscono, ma pochi sanno che fu scritto nell’arco di poche settimane proprio in seguito a un ritiro forzato.

« Cos’altro avrei potuto fare? », scrive Erasmo stesso in una lettera del maggio 1515 in cui ricostruisce le circostanze della sua creazione più nota «Tornato dall’Italia, dimoravo in quei giorni presso il mio caro Moro, e un dolore di reni mi tratteneva in casa da un bel po’ di giorni. La mia biblioteca non era stata ancora portata, e, anche se lo fosse stata, la malattia non mi permetteva di occuparmi con una certa concentrazione dei miei studi più impegnativi. Cominciai allora, nel tempo libero, a comporre lo scherzo letterario dell’Elogio della Follia, non con l’intenzione di pubblicarlo, ma per trovare sollievo dai fastidi della malattia con quello che definirei un passatempo. Mostrai un saggio dell’inizio dell’opera a certi miei cari amici, affinché il divertimento, condiviso, fosse maggiore. Ed essendo piaciuto molto, insistettero perché lo continuassi. Accondiscesi, e dedicai a questo lavoro più o meno sette giorni (un impiego del mio tempo che mi sembrava davvero eccessivo rispetto al peso dell’argomento)» 

Hieronymus Bosch, Estrazione della pietra della follia, olio su tavola (48×35 cm) , 1494 cs, Madrid, Museo del Prado.

L’Elogio della Follia: il bestseller del Cinquecento

L’Elogio della follia fu uno dei più grandi successi letterari del secolo: letto ovunque in Europa, fu tradotto in varie lingue ed ebbe numerosissime edizioni e imitazioni. L’autore stesso rimase sbalordito dalla risposta dei lettori a quello che per lui era poco più che uno scherzo. Per gli studiosi, i teologi, gli appassionati di storia della filosofia e della religione, molte altre sono le opere e i motivi per cui egli viene ricordato. Prima fra tutte, la disputa sul libero arbitrio che contraddistinse il suo rapporto con Lutero, di cui condivideva le critiche alla Chiesa ma non questo punto essenziale nella concezione dell’uomo. Ma anche la sua critica alla guerra come “offesa alla ragione umana” che viene letta con entusiasmo da quanti ne condividono la condanna alla violenza e alle armi…

Erasmo da Rotterdam vs Lutero: a voi la sentenza. L’uomo è libero? E siete sicuri che la vostra risposta non sia già scritta?

Soldati spirituali, proverbi, traduzioni

… I suoi testi sull’ideale della vita cristiana, in cui il monaco è additato come esempio di “soldato spirituale”, un esempio che Erasmo stesso elogia ma che non seppe né volle seguire concretamente. E ancora, la sua raccolta di proverbi dall’antichità alla contemporaneità, scelti e commentati, che inizia nella prima edizione con 818 proverbi e ne annovera, nell’ultima del 1536, più di quattromila. C’è la sua straordinaria opera di traduttore dei testi sacri, per la quale studiò il greco in pochissimi anni, considerando «il colmo della follia anche solo accennare a quella parte della teologia che tratta in particolare del mistero della salvezza, se non si è padroni anche del greco».

Illustrazione della Bibbia di Lutero, che include la traduzione del Nuovo Testamento di Erasmo

Famoso per la follia

Ben oltre la follia e il suo satirico elogio spazia dunque l’opera di Erasmo, ma accade a volte agli scrittori e ai grandi artisti proprio questo: che la loro fama si concentra nell’opera a cui meno avevano fatto attenzione, su cui meno avevano contato per lasciare traccia imperitura sulla terra. A dimostrazione, una volta ancora, che “lo spirito è libero e soffia dove vuole”. E anche, aggiungiamo, quando vuole e quando meno ce lo aspettiamo: per farci fare, quando non possiamo fare nulla, la cosa più importante della nostra vita.

Erasmo da Rotterdam, dipinto da Hans Holbein, reso pop dal folle web
Schizzo della mano di Erasmo da Rotterdam
Hans Holbein, Disegni e illustrazioni, 1523, 20.6×15.3 cm, Parigi, Louvre

Erasmo vi porta a teatro

Vi aspettiamo tutti i giovedì di luglio alle 21.30 al Museodivino per lo spettacolo a cura di Museodivino Ensemble tratto dall’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam. Ingresso libero con donazione a piacere, inclusivo per chi vuole della visita al museo e di calice di vino. Numero massimo di partecipanti: 10. Prenotazione fortemente consigliata con whatsapp al n 3394640080

🌹 Vi aspettiamo giovedì 2 luglio alle 21.30  🌹 Museodivino Ensemble presenta “Senza follia non si può proprio vivere” 🌹 Erasmo da Rotterdam risponde alla domanda sul senso della vita, alle 21.30 per 10 spettatori 🌹Ingresso libero con contributo volontario a fine spettacolo, inclusivo per chi vuole di visita al museo e aperitivo 🌹 ultimi posti disponibili, affrettatevi a prenotare! 🌹 Via San Giovanni Maggiore Pignatelli 1b Napoli 🌹 WhatsApp 3394640080

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arte e miniatura arte spirituale wunderkammer

Le Small Wonders olandesi: la prova che con l’arte non bisogna andare di fretta

Il significato profondo di un’opera d’arte non salta all’occhio di chi la guarda di fretta. Il mistero fa parte del gioco, le zone grigie sono lasciate all’interpretazione dello spettatore e molti aspetti dell’oggetto stesso non sono subito visibili all’occhio di chi dà soltanto uno sguardo veloce.

Delle origini incerte

Esiste, sparsa fra varie città del Nord Europa e New York, una collezione di opere in miniatura chiamata «Small Wonders», ossia «piccole meraviglie». Queste miniature raffigurano scene bibliche complesse intagliate nel legno, con figure, alte al massimo una decina di millimetri.

Rosary Bead, 1500–1525 South Netherlandish, Boxwood; Overall (open): 4 7/8 x 3 3/4 x 1 1/4 in. (12.4 x 9.6 x 3.2 cm) Upper hemisphere: 2 1/2 x 2 1/8 x 1 1/4 in. (6.4 x 5.4 x 3.2 cm) Lower hemisphere: 2 7/16 x 2 3/8 x 1 1/4 in. (6.2 x 6.1 x 3.1 cm) The Metropolitan Museum of Art, New York, Gift of J. Pierpont Morgan, 1917 (17.190.474a)

Dette «olandesi» per via delle iscrizioni incise in alcune di queste opere, le loro origini sono ancora incerte. La tecnica usata lascia intendere che gli oggetti provengano da studi diversi. Il lavoro accurato degli esperti ha permesso di risalire fino ad un certo Adam Dircksz. Peccato che dell’artista, non ci sia traccia. La città dove operava, Delft, ha infatti visto i suoi archivi distrutti dalle fiamme di un terribile incendio avvenuto proprio nel Cinquecento, contemporaneamente alla creazione delle opere.

Oggetti religiosi, ma non solo

Le Small Wonders, in tutto una sessantina di opere, rappresentano scene bibliche. Certi oggetti sembrano proprio destinati alla preghiera, come dimostra il rosario che si può ammirare nella foto sottostante. Il Cinquecento, epoca in cui le sculture sono state realizzate, vide fiorire un nuovo modo di relazionarsi alla preghiera. Le opere sembrano quindi iscriversi in questa nuova tradizione, come oggetti di devozione personale, e dal punto di vista stilistico presentano una mescolanza di elementi gotici e rinascimentali.

Photography by Craig Boyko

La meticolosità nella realizzazione e l’ammirazione che suscita sempre la miniatura potrebbero soddisfare la curiosità dello spettatore frettoloso Ma sarebbe troppo semplice fermarsi a considerare queste microscopiche sculture dal solo punto di vista religioso o guardarle di sfuggita. Le numerose sfaccettature degli oggetti sono nascoste all’occhio di chi le guarda senza prestarci molta attenzione. Una delle opere più interessanti di questa collezione è una piccola sfera di legno che svela all’apertura la famosa scena del Giudizio Universale. Ma attenzione! Le sorprese non finiscono qua. La seconda metà dell’opera è fatta di piccoli sportelli che contengono altri disegni, altre incisioni. Anche nel rosario sono nascoste delle immagini, e  i grani possono essere slegati in diversi modi.

La contemplazione e il gioco sono parte di questa collezione, che non si limita a servire uno scopo religioso. L’immaginazione dello spettatore trova spazio anche nelle opere la cui funzione sembra evidente al primo sguardo. Oltre a guardare, bisogna scrutare.