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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Umberto Eco e la sua Beatrice ribelle: un Paradiso che somiglia a un inganno maschile …

È incontestabile: se il ricordo di Beatrice Portinari ha attraversato i secoli fino a farne, ancora oggi, una delle donne più famose della letteratura italiana, è tutto merito dei versi che colui che ci è noto come il “Sommo Poeta” dedicò alla sua angelica figura. Sia nella “Divina Commedia” che nella “Vita Nuova”, Dante ha riservato al suo amore dell’infanzia un posto speciale: la “sua” Bice infatti è nota a tutti come l’ispiratrice dell’opera dantesca, guida delle guide nel lungo viaggio attraverso l’aldilà, anima di numerosi versi scritti dalla mano del poeta.

Ma della vita e dei pensieri di questa donna straordinaria ci sono poche tracce, e la sua voce sbatte contro i limiti del quadro stabilito dallo stesso Dante. Sarebbe bello se per una volta potesse parlare di sé stessa al riparo dello sguardo del suo poeta. Potremmo chiederle come ci si sente ad essere la Musa di uno degli autori più grandi di tutti i tempi. E forse potremmo anche avere delle sorprese. Per esempio, potrebbe svelarci che, ben lontano di esserne lusingata, lo vive come un “inferno” in cui l’ha rinchiusa questo “porco sciovinista maschio del Signor Alighieri”.

Un poeta timido…

In una puntata delle Interviste Impossibili mandata in onda sulla Rai nel 1975, Umberto Eco ci propone l’insolito ritratto di una Beatrice Portinari, magistralmente impersonata dall’attrice Isabella del Bianco, che si confida sul suo legame con Dante: un legame che non solo non ha niente dell’amore idealizzato a cui abbiamo creduto tutti, ma, a suo dire, non è neanche mai esistito. Lei non ha per lui il minimo riguardo, e piuttosto si diverte a commentare la goffaggine di colui che la fissa con gli “occhi da pesce bollito” e i “polsi che li tremavano” proprio come quando si ritrovò di fronte alla lupa nella selva oscura – questo per dire che effetto gli faceva la sua amata – limitandosi a “borbottare delle parole in latino”.

È l’archetipo del poeta timido ed impacciato, di certo non aiutato dal fatto di essere stato allievo di Brunetto Latini, che come si sa, sulle donne non gli avrà potuto insegnare un bel niente. Ed è vero che è divertente, questo Dante che Beatrice saluta soltanto “per provocarlo” e di cui aspetta una risposta che per un’apparente timidezza non arriva mai. Forse perché è ovvio che Beatrice lo avrebbe rifiutato, lui che è così brutto con il naso che si ritrova, in confronto a lei che “quando passava vestita di nobilissimo colore ogni lingua la diventava tremando muta”.

Filippo Agricola, Dante e Beatrice, Purgatorio, Canto XXX, v. 73, 1822.

… o semplicemente opportunista?

Ma forse non è così timido. E se non si è mai dichiarato, è forse perché non avrebbe voluto che Bice diventasse sua moglie: come può uno spirito ancorato nella vita quotidiana essere innalzato al rango di tramite per la salvezza dell’uomo? Come può il poeta stilnovista lodare la donna angelica pensando alla madre dei suoi figli? Dante ha deciso: lui si sposerà con Gemma, e Bice diventerà la sua Beatrice, la sua Musa. Stringerà un contatto con lei – quel poco che basta per potersene vantare – anche a costo di sembrare un “cascamorto” o di intimorirla e di indurla a non uscire da casa.

Ma ecco che il Poeta vede i suoi progetti improvvisamente buttati via dalla morte della povera Bice. Più afflitto per la sua carriera artistica che per la scomparsa della donna, non gli ci vorrà molto tempo per vedere il vantaggio che gli offre quell’episodio tragico. Che affare per Dante che può modellare la “sua” Beatrice in modo da farne la donna ideale – che poi, amò proprio lui, fino a scendere nel Limbo per salvarlo! E che carte gioca, Dante, per costringerla a scendere. Nientemeno che la Vergine! – senza che le sue azioni terrene vengano a contraddirlo. Un beneficio così grosso che Beatrice lo sospetta addirittura di averle “lanciato un maleficio” per provocare la sua morte.

Henry Holiday, Dante and Beatrice, 1883, Walker Art Gallery di Liverpool, Inghilterra.

Beatrice, eterna portavoce delle idee altrui

Come ci si sente ad essere la Musa di uno dei poeti più grandi di tutti i tempi? A sentire Bice, spossessati dalla propria umanità. E il Poeta rimuoverà tutto di lei: dai “flirtini” che ha avuti all’amore sensuale che non sdegna – anzi – fino al suo aspetto fisico piacevole al quale Dante non allude mai. Per Beatrice, si tratta di un vero e proprio “strip-tease letterario”, anche se in salsa stilnovista. Non c’è stato bisogno dell’amore fisico per strumentalizzarla, anzi, per lei che ha perso la sua forma umana in terra e che non la ritrova nell’opera di Dante, non c’è neanche la possibilità di dire la sua.

Ed è così che, nascondendosi dietro alle parole della sua amata, Dante espone spudoratamente le sue idee sulla corruzione della Chiesa, sull’autorità imperiale che rimedierà a tutti i disordini che stanno portando Firenze alla perdizione, pensando che “tanto firma la Beatrice”, la povera donna che lo asseconda suo malgrado. “Beatrice l’era quella di Dante, mica l’era quella di Beatrice”, aggiunge.

Un’unicità ridotta a semplice strumento poetico

E lui negherà la sua unicità fino di farla diventare puro strumento delle sue “canzoni da quattro soldi”, un mezzo per arrivare a compiere un esercizio letterario al pari di madonna Pietra, colei che, al contrario della donna angelica, tormenta il poeta con un amore conflittuale. La storia di Bice gira esclusivamente intorno a quella del Poeta e persino qualcuno dei dati anagrafici di lei sono stimati in base a quelli di Dante, fino a far dubitare qualcuno della sua esistenza.

“E se, come madonna Pietra, Beatrice fosse soltanto un nome fittizio?”, uno si potrebbe chiedere. O se semplicemente Dante, disperatamente in cerca di una Musa, avesse messo gli occhi sulla povera Bice dopo aver letto uno di quei poeti provenzali che tanto ammirava e che ha cantato le lodi di una certa Biatriz? “Colei che rende beati”, un nome più che azzeccato per la donna angelica tanto sognata dal Poeta. Che affare per Dante che ne ha proprio una a portata di mano. Se l’amore si attacca al cuore gentile non appena incontra una donna nobile, il cuore “pieno di fiele” di Dante è incapace di amare, aggiunge, amareggiata, Bice.

“Vita Nova!”

A tutti quelli che, aprendo la Commedia di Dante, si limitano a leggere l’Inferno perché le sorti dei buoni non li interessano, pensate anche solo un’istante alla povera Beatrice rinchiusa in questo Paradiso che non ha scelto. “Vita Nova!”, grida lei alla fine dell’intervista. È stato sfatato il mito di Beatrice, o anzi, è stata Bice a sfatare il mito della donna angelicata.

Stufa di sentirsi strumentalizzata spudoratamente, stufa che le poetesse dai molteplici talenti siano oscurate dall’ombra di un uomo, Beatrice, che fa da portavoce a tutte le “donne dei poeti” sfruttate dalla letteratura al maschile, inizia nell’aldilà una crociata contro il Maschio – e farebbe bene a guardarsi le spalle, Dante Alighieri, che lassù c’è più di una donna pronta a dare battaglia. “Che il diavolo se lo porti dove lui sa bene”, ecco l’ultimo malaugurio che Bice destina a colui che le ha fatto un’offesa eterna incidendo nella storia i loro due nomi l’uno affianco all’altro, “e con che diritto?”.

Dove ascoltare l’intervista originale?

https://youtu.be/y7HkeMWCOvk
Tutte le Interviste Impossibili sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).
Anche dal fondo dell’Inferno, Francesca si lamenta: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/linferno-e-rimini-in-dicembre-la-francesca-in-salsa-felliniana-di-edoardo-sanguineti/

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

La Francesca in salsa Felliniana di Edoardo Sanguineti: l’inferno è Rimini in dicembre …

La figura romantica per eccellenza?

Una donna vittima della propria passione che per contrastare un infelice matrimonio combinato ha scelto di sfidare il pericolo e di abbandonarsi a una storia d’amore proibita. Solo la morte, caro ma inevitabile prezzo da pagare, porrà fine all’incanto: ecco l’immagine che ci viene immancabilmente in mente se pensiamo a Francesca da Rimini, figura romantica per eccellenza, rappresentante ufficiale delle storie d’amore che non conosceranno mai un lieto fine ed inesauribile fonte di ispirazione per i tanti artisti che attraverso i secoli hanno cercato di dare un viso alla passione, quella che non si spegne neanche tra le fiamme dell’Inferno.

E se provassimo per una volta a pensare a questa stessa Francesca da Rimini non come ad un’eroina tragica a cui è stata tolta la vita per l’unico motivo di aver amato, bensì come a una poveraccia ingannata da “questo mascalzone del Paolo“, che ha saputo sfruttare la sua debolezza per i romanzi d’amore? E se questa passione travolgente di una volta, che fa convivere i nomi dei due amanti al punto di non poter mai parlare dell’uno senza nominare l’altra, fosse stata ridotta nell’aldilà ad un’insignificante “mezza cotta”?

Una lagna eterna: il rimpianto degli anni d’oro

Paolo e Francesca, William Dyce, 1845, National Gallery of Scotland, (dettaglio).

Questo è proprio il ritratto che propone Edoardo Sanguineti della più famosa tra le donne infernali in una puntata delle Interviste Impossibili, mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974. In una telefonata faticosa, piena di rumori di sottofondo e interruzioni di linea, al secondo cerchio dell’Inferno, Edoardo immagina di chiedere a Francesca i dettagli della faccenda che le costò la vita insieme al suo amante, proprio come fece quel “giornalista” che era Dante secoli prima.

Rassegnato ad ascoltare la versione esposta dalla donna poiché, e si sa sin dai tempi della Commedia di Dante, non è da Paolo esprimersi, lascia spazio ad una non più giovane Francesca, anche lei rassegnata a raccontare la sua storia malgrado si fosse dimostrata un’altra volta riluttante a ricordare il suo passato felice. Per l’insolita Francesca delle Interviste Impossibili, impersonata in perfetto stile romagnolo da Laura Betti, la felicità assomiglia ad un tempo lontano in cui la “ragazzuola niente male” di Ravenna faceva girare la testa a tutti.

Mentre al di fuori infuria la bufera infernale, Francesca torna a raccontare la sua storia con Paolo, che rimpiange quanto i suoi giovani anni, caratterizzati dai privilegi di cui poteva godere una ragazza di buona famiglia e dalle estati spassose trascorse sul mare di Rimini. Non è più la giovane donna appassionata degli artisti romantici, piuttosto sembra la nonnina a cui i nipoti chiedono di raccontare una gioventù felice in compagnia del nonno, che ormai non vede più che come una “lagna eterna”, ognuno dando la colpa degli errori passati all’altra.

Sono intrappolato lì per colpa della tua debolezza”, piange disperatamente Paolo. “Mi è saltato lui addosso, rovinandomi il matrimonio con un marito brutto e zoppo, e mandandomi al macello”, ribadisce Francesca. E l’intervista con Edoardo Sanguineti ci permette di rispolverare una vecchia storia che pensavamo di conoscere bene.

“Niente più di una storia d’amore”

Niente più di una storia d’amore”, ecco come Francesca sintetizza un racconto che ha attraversato i secoli. Anzi, più che amore, era forse per lei un modo di sfuggire alla noia delle lunghe giornate d’inverno in cui, in provincia, non c’è niente altro da fare che leggere romanzi d’amore, “tradotti male”, per di più.

Tanti di quegli scrittori e cantanti hanno cercato di mettere le parole giuste su quel sentimento complesso che è l’amore, ma per Francesca la storia è alquanto semplice. Una storia d’amore avvincente letta in un famoso romanzo francese che le fa perdere la testa e Paolo, l’unico Galeotto della storia secondo lei (altro che il libro, o colui che lo ha scritto), colui che “si infiammava come niente” e che, vedendola immersa nella storia, coglie la palla al balzo. Per un’istante lei lo vede come “il Lancillotto” che conquista la moglie del Re Artù. E ad impersonare Ginevra non può essere che la malcapitata Francesca, che, e lo sa bene Paolo, non ha altra scelta che di cedere ai suoi istinti primari. E se per giunta Paolo fosse veramente il bell’uomo, atletico, con certi muscoli, che lanciava certe occhiate da togliere il fiato che racconta Francesca… “Beh, insomma, mi capite”.

Il sogno di una Francesca mai carcerata: né all’inferno, né in un matrimonio

Edoardo Sanguneti si rituffa per noi nella storia di Francesca da Rimini, che si lamenta di ricevere sempre meno visite: ed è vero che fra la prima fatta da Dante e quest’ultima, sono stati ben pochi a non rappresentarla come un mito, intrappolata in una storia in cui non ha voce.

Prima dell’addio, coglie l’occasione data da questa rara intervista per chiedere ad Edoardo: “se passa qui giù un giorno o l’altro, mi porti un romanzo?” facendo in seguito il nome di Françoise Sagan, la scrittrice francese probabilmente influenzata dal film “I Vitelloni” di Fellini, che descrive una vita che la stessa Francesca avrebbe potuto conoscere se fosse vissuta nel Novecento, la donna libera di cui avrebbe potuto invidiare lo stile di vita incurante dei pettegolezzi, l’autrice di “Bonjour Tristesse”, romanzo nel quale una donna può scegliere qualunque uomo senza ritrovarsi “carcerata” né all’Inferno, né in un matrimonio.

Alla fine, ci dicono Edoardo Sanguineti e Laura Betti, forse la storia di Paolo e Francesca non è un mito, bensì una semplice storia d’amore come tante altre, un colpo di fulmine durato il tempo di un bacio, un fatto accaduto in un momento di debolezza, con l’unica colpa che “un uomo è un uomo, e una donna è una donna, no?

DOVE ASCOLTARE L’INTERVISTA ORIGINALE

 https://youtu.be/K8CHGIpXTAE

Tutte le trasmissioni delle “Interviste Impossibili” sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

Non solo all’inferno, anche Beatrice ha qualcosa da dire: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/un-paradiso-che-somiglia-a-un-inganno-maschile-la-beatrice-ribelle-di-umberto-eco/

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DANTE ’70 ovvero “Le Interviste Impossibili”

Chi non ha mai, leggendo un capolavoro della letteratura o ammirando il dipinto di un artista il cui nome ha attraversato i secoli, fantasticato sulla possibilità di rivolgere le tante domande che in quei casi sorgono spontanee al primo interessato? Un sogno al quale noi del Museodivino di Napoli spesso ci abbandoniamo, immaginando di interrogare Don Antonio, un artista novecentesco che ci ha lasciato una serie di sculture in miniatura piene di misteri ancora irrisolti dedicata alla Divina Commedia, ospitata proprio negli spazi del museo.

Obiettivo: riportare i grandi del nostro mondo… alla nostra epoca

All’epoca dei social in cui tutto sappiamo dei nostri idoli fino ad entrare nelle loro sfere private, non abbiamo ancora trovato il modo di riportare nel nostro mondo i grandi personaggi defunti, e spesso, per avvicinarli, ci dobbiamo accontentare di quanto scritto sui manuali di scuola.

A renderci possibile un’interazione più coinvolgente e divertente con questi stessi personaggi fu Lidia Motta, voce nota nel panorama radiofonico della seconda parte del ‘900. Con le sue Interviste Impossibili, la cui prima puntata fu mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974, propose al grande pubblico un programma in cui le maggiori figure della cultura italiana dell’epoca, tra cui scrittori contemporanei di spicco come Italo Calvino e Umberto Eco, ma anche un certo Andrea Camilleri alla regia, intervistavano grandi personaggi passati a miglior vita in un modo spesso comico, a volte caricaturale ed ironico.

Dall’uomo di Neanderthal a Pablo Picasso…

Pur restando fedeli ai fatti storici, gli attori che davano loro voce (Carmelo Bene, Laura Betti e Mario Scaccia, tra l’altro) si divertivano ad interpretare il proprio personaggio in un modo decisamente soggettivo, dando loro dei tratti insoliti ed esagerati. Il programma, trasmesso quasi ogni giorno fino al mese di settembre prima di ricominciare l’anno seguente per soli pochi mesi, dava voce a uomini e donne che hanno fatto la storia dell’umanità, dall’uomo di Neanderthal al Pablo Picasso: dagli scrittori Gabriele D’Annunzio e Giovanni Verga allo scienziato Copernico, dal pittore Dante Gabriel Rossetti ai politici Giulio Cesare o Vittorio Emanuele II passando per le figure femminili che hanno segnato la storia come Cleopatra, Giovanna D’Arco o Mata Hari, sono stati “intervistati” ben 82 personaggi illustri, tra cui qualcuno inaspettato come l’inquietante Jack lo squartatore.

passando per le donne della Divina Commedia

Ma fra i tanti personaggi rivissuti per i venti minuti della trasmissione, ci interessano in particolare due donne che, pur avendo avuto una vita terrestre ben reale, hanno per noi una grande risonanza grazie all’opera che le ha eternate: l’una al rango di Musa poetica per eccellenza, e l’altra a simbolo dell’amore maledetto, della passione travolgente che resiste anche alla tormenta dell’Inferno. Noi che abbiamo dedicato più di un mese alle donne della Divina Commedia di Dante, non potevamo perderci le due puntate incentrate sulle due figure straordinarie che sono Beatrice Portinari e Francesca da Rimini.

DOVE ASCOLTARLE?

Tutte le trasmissioni sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

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Flannery O’Connor: tra i pavoni ai piedi dell’Angelo, con uno straccio in mano

Il misticismo dantesco di Flannery O’ Connor

Il miglior modo per affrontare l’enorme sfida che una scrittrice come Flannery O’Connor propone ai suoi lettori non sta forse nell’immergersi ex abrupto nelle sue opere più importanti, che a prima vista potranno risultare difficili, bizzarre, persino ciniche, bensì di iniziare dalla corrispondenza che intrattenne fino alla sua scomparsa con tante e variegate personalità, e dal suo “Diario di Preghiere”. Ecco almeno quanto suggerito da William Sessions, scrittore e grande amico della O’Connor che, se in un primo momento rifiutò di scriverne la biografia, vi si rassegnò dopo la scoperta di questo documento, tanto prezioso da definirlo, nella sua intervista a “Tempi” del 2014, “il forziere dell’Isola del tesoro”.

Immergersi nella vita e nei pensieri della O’ Connor potrebbe essere un modo per ristabilire la verità su questa scrittrice novecentesca troppo spesso fraintesa, che attraverso i suoi racconti, ingiustamente definiti “horror” dalla critica – incapace a suo avviso di individuare il vero orrore – cerca soltanto di farci specchiare nella cruda realtà, a costo di dover impiegare i modi più violenti, per portarci con tutta la sua forza in Purgatorio.

Scrittrice cattolica sì, predicatrice mai

Se Flannery O’Connor è ancor oggi considerata capostipite di quel “Southern Gothic” nato come critica sociale dalle ferite della Guerra di Secessione, se la sua opera partecipa della storia della letteratura americana, e se ancora viene apprezzata (o meno) da lettori di ogni estrazione sociale e religiosa, il merito è certo del suo sguardo lontano da ogni puerile manicheismo, il suo rifiuto di farsi predicatrice e di catalogare la realtà secondo gli schemi delle favole per bambini, dove i buoni sono buoni e i cattivi, cattivi.

E infatti non si troverà in questa scrittrice, che sempre rifiutò di essere ritenuta una santa, nessuna traccia di superiorità: piuttosto, addirittura, la tendenza a sottovalutarsi. Non esita a descriversi come una bambina dall’aspetto piuttosto ingrato, dall’aria di chi vuole essere lasciato in pace. Nemmeno si vanta dei suoi scritti, ma del film che la mostra mentre insegna ad un pollo a camminare all’indietro, e del fatto di essere nata nella stessa città di Oliver Hardy.

“Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”

Nel mezzo della sua breve vita, iniziata nella primavera del 1925, Flannery O’Connor partecipa ad un prestigioso laboratorio di scrittura all’Università dell’Iowa dopo aver vinto una borsa di studio. La giovane scrittrice ha appena iniziato il suo primo romanzo “La Saggezza del Sangue”, e si trova catapultata dalla nativa Georgia in una dimensione del tutto diversa, dove ha sì l’occasione di confrontarsi a figure che segneranno la poesia statunitense, come Robert Lowell e Elizabeth Bishop, e con cui stringerà un rapporto di amicizia duraturo, ma anche, e soprattutto, col diffuso scetticismo del Nord verso il sacro.

Fervente cattolica cresciuta in una famiglia di origine irlandese, Flannery resiste però alla tentazione di crearsi una campana di vetro nella quale proteggersi dalla dura realtà che la circonda. Al contrario, si apre onestamente ai propri dubbi, ammettendoli: “la mia mente non è forte. È preda di ogni sorta di cialtroneria intellettuale. Non voglio che sia la paura a farmi restare nella chiesa. Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”. È in questi anni di messa in discussione radicale delle modalità della fede che inizia la stesura del suo “Diario di Preghiera”, un tentativo per stabilire una comunicazione con Dio, a cui rivolge tra le altre questa preghiera: di consentirle di essere la Sua “macchina da scrivere“.

E, a quanto pare, i suoi desideri vengono esauditi. Con un talento indiscusso scrive, anche per coloro che credono che Dio sia morto, senza nessuna traccia di moralismo. È la grande sfida che lancia a sé stessa e, di rimando, anche ai suoi lettori: immettere nei suoi racconti qualcosa di indicibile, che il lettore crede di afferrare ma che non dura più di un breve lampo, qualcosa che altro non è se non il mistero della grazia divina, capace di turbare chiunque lo scorga.

Gli ostacoli dell’emarginazione

A questa già ardua missione si somma la distanza forzata dalle persone a lei care: un distacco tanto più difficile quanto più la allontana da tutte quelle situazioni concrete, e quotidiane, in cui poteva sperare di raggiungere il cuore della gente a cui era diretto il suo lavoro. Dopo qualche tempo a New York in compagnia di artisti come Sally e Robert Fitzgerald, con cui intratterrà poi una lunga corrispondenza e che cureranno molte delle sue pubblicazioni postume, Flannery è infatti costretta a tornare nella sua casa di Milledgeville, in Georgia, a causa dell’insorgere della LES, una malattia autoimmune comunemente nota come “lupus”, che può risultare in molti casi letale. E’ un morbo a lei noto, che si è portato via il padre Edward quando lei era poco più che adolescente, e che, lo sa bene, la forzerà a sottoporsi a cure invasive.

Ma questa emarginazione non le fa paura, anzi, la conosce bene, lei, che è nata cattolica nel bel mezzo della “Bible Belt” protestante, lei che, in Iowa, ai tempi del primo laboratorio di scrittura, doveva far leggere i suoi racconti dal professore perché altrimenti, a leggerli con il suo forte accento del sud, nessun l’avrebbe presa sul serio.

“La verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”

Ed è forse questo senso della realtà, che è stata costretta a sviluppare sin da molto giovane, a darle questa sua urgenza di scrivere, a permetterle di padroneggiare l’arte dei racconti brevi – poiché non può più scrivere lunghi romanzi per paura di non terminarli – in cui ai personaggi basta un lampo per capire qualcosa. Ed è forse questo senso della realtà a darle questa capacità di non indorare mai i suoi racconti. Scrive: “la verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”.

E infatti, le sue storie non conoscono il lieto fine. O meglio potremmo dire che il lieto fine non è ciò che crediamo, e risiede nel solo fatto che ogni anima, per quanto difettosa possa essere, sia capace di scorgere la grazia divina, e da qui, scegliere se accettarla o meno. Quando la nonna di “A Good Man is Hard To Find” scorge “un qualcosa” nel fondo dell’anima del “Balordo”, lo svitato che ha appena fatto fuori tutta la sua famiglia, bambini compresi, per un istante, lo accoglie come un suo figlio. Morirà, uccisa da quel suo “bambino”, ma con un sorriso rivolto al cielo. Questa nonna grottesca, bigotta, scritta in modo ironico e caricaturale come molti dei personaggi dei racconti di Flannery O’Connor, antieroi di tutte le età e di tutte le ideologie, questa nonna ha trovato la strada per la redenzione.

Flannery O’Connor scrive questo breve racconto, che darà il titolo alla sua raccolta più famosa, dal fondo della sua Georgia, in una fattoria di nome Andalusia in cui passa i suoi ultimi tredici anni di vita circondata da pavoni, oche, tucani e altri uccelli di ogni genere, svelando un amore incondizionato per la natura. Nulla di sorprendente considerato che, secondo lei, è proprio attraverso la natura che ci si rivela la grazia divina. In “The Displaced Person”, è un pavone a offrire, allo sguardo di chi saprà vederla, questa intuizione legata alla grazia, spiegando le sue ali coperte di migliaia di occhi, come fosse “una mappa dell’universo”.

La grazia si nasconde anche nel fondo delle selve oscure

E non importa se la natura è bella agli occhi degli esseri umani o meno: della prima coppia di pavoni acquisita dalla scrittrice, l’uno aveva un occhio cieco, ed entrambi erano alquanto spennati. Non importa, e le numerose incarnazioni di Cristo Redentore avvengono anche nelle selve oscure. “Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla facoltà di Pollamologia”, dichiara.

Flannery O’Connor nella sua casa di Milledgeville, Georgia.

Nonostante le sue condizioni fisiche declinino al punto da costringerla a camminare con l’aiuto di stampelle, Flannery continua a dare lezioni e conferenze attraverso il paese. E, fino alla sua scomparsa a soli 39 anni, non smetterà mai di scrivere: oltre ai suoi racconti, c’è una lunga corrispondenza con amici, parenti, e persino ammiratrici segrete. Amicizie e scambi che alimenterà dalla sua cameretta che somiglia, a detta della madre, più ad un pollaio che ad una stanza da letto.

Fino al Purgatorio, costi quel che costi

Flannery O’Connor dedicò la sua vita artistica a quelli che riteneva ciechi, incapaci di vedere la grazia, l’apertura verso la redenzione che porta tutti sulla via del Purgatorio. Che la accettino o meno, non è il suo problema, purché ognuno sappia che ogni anima può incontrarla a patto di abbandonare le proprie posizioni ideologiche e morali e la propria convinzione di agire in buona fede, e sia pronta a mirare la realtà dritto negli occhi, siano essi quelli del Cristo tatuato sulla schiena di Parker, o quelli disegnati sulla coda di un pavone.

E se qualcuno dei suoi personaggi resiste, nonostante i numerosi richiami, lei non esiterà a tracciare forme gigantesche e violente, non esiterà a scuotere brutalmente quell’anima, per fargli vedere la realtà, l’unica che valga, della grazia divina. Farà vedere, ma non spiegherà mai: perché, secondo la O’Connor, “imparare a guardare è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica”.

Fonti:

La mia amica Flannery O’Connor, la grande scrittrice americana che non smise mai di «perseguitare la gioia»”, Leone Grotti in “Tempi”, 13 luglio 2014.

Flannery O’Connor, Un Paon pour ange gardien.”, Marie-Claire Pasquier, Les Cahiers du GRIF, n°39, 1988. Recluses vagabondes. pp. 39-48.

Jacques Pothier. Une pascalienne catholique dans le Sud protestant : Flannery O’Connor et la pureté naturelle. Van Ruymbeke Bertrand. Réforme et révolutions : hommage à Bernard Cottret, Editions de Paris, pp.217-226, 2012, 2846211698.

Carta, penna e inchiostro rosso sangue”, Respinti Marco in “Tempi”, 16 agosto 2001.