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Mosè, portaci in zona verde (Veronese)!

I fratelli e le sorelle d’Italia oltre la retorica del potere: la pittura di Mosè Bianchi, che unì la nazione dei poveri e fece dell’Inferno di Dante un lago dorato

Era l’aprile dello scorso anno, e Napoli era ancora quasi immune dalla prima, spaventosa ondata. Seguivamo con apprensione gli sviluppi anche politici della crisi lombarda, e come sempre l’arte ci aiutava a sopportare la tensione, l’impotenza, l’indignazione. Dedicammo in quell’occasione un articolo alla figura di Mosè Bianchi, il cui ritratto di Paolo e Francesca ci aveva conquistate, per omaggiare chi aveva raccontato la povera gente, gli umili, gli ultimi di Milano. Ora che l’intero paese, nessuna regione esclusa, ha subito e subisce gli effetti della seconda/terza ondata, nel giorno in cui si ricorda l’Unità d’Italia, nell’anno dedicato alla memoria di Dante Alighieri, riproponiamo questo stesso articolo. Per ricordare che l’Italia s’è desta da tempo, e che l’unità del popolo è sempre a portata di mano, di pennello, di mouse, ed è forza potente, e bella. (S.C.)

Un pensiero d’arte a Milano – 2020/2021

Il nostro viaggio attraverso le più belle rappresentazioni di Francesca da Rimini nell’arte oggi ci porta in Lombardia: in questa terra ferita e violentata, maltrattata e mal gestita, simbolo suo malgrado del dolore e della rabbia delle vittime di una storia che è ancora tutta da scrivere. Lo facciamo raccontando la storia di Mosè Bianchi, importante artista della seconda metà dell’Ottocento in cui convergono quelle che furono le avanguardie dell’epoca e la grande lezione dei classici, l’estro rivoluzionario e il rispetto dei maestri, l’inquietudine della metropoli e la pietas cristiana verso gli umili, e una grande, fluente barba ottocentesca.

“Ho trascorso la maggior parte della vita in galera …”

Dalle bettole del Naviglio fino al cuore dell’Accademia.

Nato a Monza nel 1840, Mosè si forma all’Accademia di Brera; tra i suoi compagni Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni, con cui condivide lo studio a via San Primo, le speranze e le battaglie per l’Unità d’Italia e soprattutto il desiderio di rinnovamento dell’arte. La generazione degli anni ’60 è infatti tutta percorsa da un fremito d’inquietudine, nella pittura, nella poesia, nella musica: l’insoddisfazione verso le forme ormai fruste del romanticismo e verso la retorica risorgimentale, appena vittoriosa e già boriosa e viziata di formalismo, sfocia nel movimento della Scapigliatura, che si rifà alla Bohème francese immergendola però tutta nell’atmosfera italiana.

Questo giovinotto è Carlo Dossi, tra i rappresentanti più importanti della Scapigliatura letteraria, che arrivò a proporre un nuovo segno di punteggiatura (le due virgole!) e che vien considerato il precursore dello sperimentalismo di Carlo Emilio Gadda.

“In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste … una certa razza di gente – fra i venti e i trentacinque anni non più; pieni d’ingegno quasi sempre, più avanzati del loro secolo; indipendenti come l’aquila delle Alpi, pronti al bene quanto al male, inquieti, travagliati, turbolenti … serbatoio del disordine, dello spirito d’indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe, ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e pretta parola italiana, l’ho battezzata appunto: la “Scapigliatura Milanese”.

Così nel suo romanzo “La Scapigliatura e il 6 febbraio” del 1862 Cletto Arrighi (Carlo Righetti) ci racconta la generazione in cui Mosè Bianchi si trova a pieno titolo: in una biografia si legge che trascorse gran parte della vita in galera, per quanto fosse irrequieto. La sua è però un’inquietudine che non si brucia al fuoco di una vita da “maledetto”, ma si immerge nella realtà, ne dà testimonianza, esplora la società e la storia dell’arte, le nuove tecniche, le istanze più rappresentative.

I fratelli sono al campo

Giovanissimo, partecipa alla guerra d’indipendenza combattendo al fronte e raccontandone il lato intimo con una delle sue opere più note: “I fratelli sono al campo, Ricordo di Venezia”.

Mosè Bianchi, I fratelli sono al campo, Ricordo di Venezia, 1869 circa, Pinacoteca di Brera, Milano, Italia

Vengono qui raffigurate tre giovani donne enfaticamente prostrate in preghiera per la salvezza dei fratelli combattenti nella III Guerra d’Indipendenza: un’immagine che ci colpisce come una freccia in questo momento storico. Le donne non possono vedere i loro cari, non possono parlare con loro, non possono curare le loro ferite. Sperano, forse pregano. I loro vestiti formano un tricolore che non è vuota retorica ma è compartecipazione a un dolore comune

Ma la scelta cromatica e la composizione sono anche un sorprendente omaggio alla grande arte italiana, come racconta Paola Giorgi, che nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia è stata invitata a creare una suggestiva installazione sartoriale a fianco di questo dipinto. Normalmente chiuso negli archivi (chissà perché?) “I fratelli sono al campo” fu infatti scelto nel 2011 come emblema a rappresentare le celebrazioni unitarie nella Sala Napoleonica dell’Accademia di Belle Arti di Brera

“”Ricordo di Venezia”, dice il sottotitolo. Allora il verde non richiama soltanto il Tricolore ma più strutturalmente e profondamente il “verde Veronese”. La tessitura pittorica dei tre scialli che indossano le tre donne del quadro è una rappresentazione della storia della pittura, della grande scuola del colore, dei toni e degli accordi, che ha Venezia per patria. E’ veneziano l’accordo del bianco con il rosso …”

Ecco il verde veronese in un particolare delle mastodontiche Nozze di Cana,
Paolo Veronese, Nozze di Cana, 1563, olio su tela, 6,77 m x 9,94 m, Musée du Louvre, Paris

Mosè Bianchi è dunque un uomo, patriota, immerso nel suo tempo, che vede gli ideali unitari dissolversi in mille vuote forme retoriche, mille piccoli feudi di potere personale, ruberie, compromessi; e la borghesia milanese, l’unica autentica, forse, del paese, che anziché rinsaldare l’Unità d’Italia contro la casta nobiliare si distacca dal popolo e si trasforma in nuova casta, lasciando soli “accattoni, contadini e lavandaie”, soggetti che Mosè continuerà a dipingere fino alla fine della sua vita.

Mosé Bianchi, Il maestro di scuola, Olio su tela, 140 x 96 , Milano, Collezione Privata

L’accademia e il suo outsider

Ma egli è anche pittore del tutto dedito alla storia dell’arte, in rapporto col futuro e col passato: anticipa con gli scapigliati l’esplosione dell’Impressionismo, è sperimentatore audace, tanto che è tra i primi a esplorare il rapporto tra la pittura e la neonata arte fotografica. Ed è anche, d’altro lato, un pittore in dialogo continuo con i maestri, con la massima tradizione pittorica, con il “fare” dell’artista, come dimostrano i suoi numerosi viaggi a Venezia, dove all’amore per Veronese di cui abbiamo già accennato si coniuga quello per l’opera di Gianbattista Tiepolo

Giambattista Tiepolo, La Nobiltà e la Virtù abbattono l’Ignoranza, olio su tela, 1744 – 1745, Fondazione Musei Civici di Venezia, Cà Rezzonico, Sala del Tiepolo
Mosé Bianchi, Flora, olio su tela, 1890 ca, Collezione privata

Esaltato da artisti come Antonio Fontanesi e Domenico Morelli, Mosè come tutti gli originali fatica tuttavia a trovare uno spazio nell’accademia ufficiale, tanto che l’Accademia di Belle Arti di Torino gli rifiuta ripetutamente la cattedra e solo nel 1898 sarà nominato insegnante e direttore dell’Accademia Cignaroli di Verona; l’anno successivo è costretto dalla malattia a tornare a Monza, dove la morte lo coglie il 15 marzo 1904.

Mosé Bianchi, Lupo di Mare o Il Nocchiero, Collezione Privata

Paolo e Francesca o l’Inferno dorato

E cosa dire dei suoi “Paolo e Francesca”? Creato nell’ambito degli affreschi per la Villa Giovanelli a Lonigo, in questo “acquerello e oro su carta” datato 1877 confluiscono lo studio del Settecento veneziano e l’attenzione all’arte contemporanea, con la “pennellata veloce, i colori chiari e brillanti e lo sfarfallio delle forme … affermatisi in questi anni grazie al fortunato esempio di Fortuny” e il richiamo alle rappresentazioni dei due amanti realizzate da Ary Scheffer dal 1822 al 1855 (Claudio Poppi).

Mosè Bianchi, Paolo e Francesca, 1877, Galleria d’Arte Moderna di Milano.

Un dipinto, insomma, tutto rivolto alla storia dell’arte, antica e contemporanea, senza alcun legame con il lato “sociale” del pittore? Può essere. I due amanti che paiono fluttuare sullo sfondo dorato, in posa quasi Liberty, sembrano esistere in una dimensione lontana anni luce dalla “Vecchia Milano” che Mosé dipinse nel 1890: la città a tre velocità, chi in carrozza, chi in carretto e chi, ultimo tra gli ultimi, a piedi.

Mosè Bianchi, Vecchia Milano, olio su cartone, cm 53,5×77, collezione privata

Eppure, anche nel raggiante dipinto dantesco troviamo una scintilla di storia, posteriore alla morte dell’artista.

L’amore di Bianchi per Tiepolo ha trovato come dicevamo certo ispirazione nei tanti soggiorni a Venezia, ma forse (ipotesi tutta da verificare) anche nella stessa Milano: a Palazzo Archinto, dove sugli affreschi della volta fluttuavano, su sfondo dorato, Perseo e Andromaca dolcemente abbracciati, tanto simili ai nostri Paolo e Francesca.

Quella di Palazzo Archinto è l’unica opera milanese di Tiepolo.

Giambattista Tiepolo, Perseo e Andromaca, bozzetto per il soffitto di Palazzo Archinto.

O meglio, era.

Perché il 13 agosto 1943 un bombardamento la distrusse completamente.

Alla terra lombarda ferita, ripetutamente, dalla storia, giunga su sfondo dorato il caloroso saluto del nostro piccolo museo napoletano.

Mosè Bianchi, Paolo e Francesca, 1877, Galleria d’Arte Moderna di Milano.
Fonti

“Sventurati amanti. Il mito di Paolo e Francesca nell’800” (Rimini, Museo della Città, 15 luglio-11 settembre 1994), a cura di Claudio Poppi, Milano, Mazzotta, 1994

Paola Giorgi, progettista dell’allestimento sartoriale per l’esposizione di I fratelli sono al campo. Ricordo di Venezia in occasione della 150° anniversario dell’Unità d’Italia all’Accademia di Brera, 22 marzo/6 aprile 2011, intervistata da Enrico Mercatali

La grande Milano di Mosè Bianchi: accattoni e lavandaie, natura e verità – Domenico Bilotti – 01.07.2017 Il Sussudiario.net

Mauro Lucentini, “I capolavori milanesi di Tiepolo perduti nella Guerra in mostra alla Frick Collection”, in La Voce di New York, 16 aprile 2019

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