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Una particolare forma di spirito chiamata Napoli

“Napoli è la città meno americanizzata d’Italia, anzi direi d’Europa”. Così parlò Mastroianni, evocando il suo amore per la città partenopea. Ed è forse per questo motivo che abbiamo scelto di scrivere degli spiriti di Napoli non nella notte di Halloween, bensì all’inizio del mese di novembre, dopo la festa di Ognissanti e la festa dei morti, così care al popolo napoletano. Oppure, perché invece dei soliti zombie, vampiri e mostri che infestano le strade in quella notte, abbiamo preferito soffermarci sulla bellezza racchiusa nella parola “spirito”: dai miracoli di cui si campa a Napoli fino all’arte spirituale, capace di sublimare anche le emozioni più negative, passando ovviamente per lo spirito che plana su questa città, conferendole quel “quid”, quell’atmosfera rimasta (quasi) inalterata attraverso i secoli.

Un paradiso abitato da diavoli?

Ma come parlare di spiriti senza almeno evocare qualcuno dei numerosi fantasmi che popolano la città partenopea?  Non si tratta però di narrare le leggende di entità malvagie che infestano le vie buie della città, bensì di soffermarci sulle storie di fantasmi che appartengono al popolo napoletano e che vengono ricordati con tenerezza e rispetto. L’esempio più eclatante è ovviamente il culto delle anime pezzentelle: in cambio di protezione, le preghiere dei vivi aiutano le anime sole a trovare la propria strada verso il Paradiso.

Massimo Stanzione, Madonna delle anime purganti, 1638-1642, Chiesa del Purgatorio ad Arco, Napoli. Nella chiesa, si trova il teschio di Lucia, ricoperto da un velo di sposa per ricordare la fanciulla morta perché non poteva sposare l’uomo amato, come molte delle anime che incontreremo lungo il nostro cammino.

E le strade di Napoli sono infestate di anime col cuore infranto. Il nome delle strade le ricorda pure: si pensi a via Donnalbina, vico Donnaromina e Largo Donnaregina che si ispirano alla leggenda di tre sorelle innamorate dello stesso uomo che per salvaguardare il rapporto che le univa hanno preferito scegliere la via del convento. Le loro sagome che si cercano e si abbracciano potrebbero intravedersi nelle notti buie… Come andando verso Posillipo ci si figura, attraverso le finestre del Palazzo Donn’Anna, “occhi senz’anima” secondo il racconto di Matilde Serao, il fantasma della nobile Anna Carafa, che per gelosia della bella Mercede de Las Torras che aveva sedotto il suo amante li fece uccidere entrambi.

Una rapida planata sulla vita di Matilde Serao in questo video della Rai … ma le storie fosche che si raccolgono intorno al Palazzo Donn’Anna volteggiano anche intorno alla sua figura di donna giornalista, redattrice, scrittrice, e appassionata …

La casa del diavolo, dove gli spiriti malvagi non sono solo quelli che crediamo

Ma non solo le donne perdono la testa per amore. Infatti, in Largo dei Banchi Nuovi si trova un palazzo chiamato “Casa del Diavolo”, per via dell’antico proprietario, Antonio Penne, che vendette la propria anima al diavolo in cambio della mano della sua amata. La storia però ha un lieto fine. Il felice proprietario del palazzo, che lo dovette far erigere in una sola notte con l’aiuto di Belzebù, riuscì a ingannarlo, riguadagnando così sia la propria anima che la promessa di sposare la donna amata.

Il Palazzo Penne, il cui ultimo proprietario fu il vulcanologo Teodoro Monticelli che si dedicò allo studio della mineralogia del Vesuvio, a’ muntagna che ha anch’essa molte storie da raccontare.

Nonostante la bella storia che si cela dietro le mura di Palazzo Penne, l’edificio è ormai in uno stato di degrado avanzato. Malgrado la buona volontà dei cittadini che si sono proposti per risanarlo e l’azione di persone influenti in grado di lottare per la salvaguardia dei beni culturali come Guido Donatone – che ci lasciò lo scorso luglio – la cosiddetta Casa del Diavolo fu nuovamente vandalizzata. Sono infatti stati tagliati gli alberi del bel giardino che era stato creato mentre i tronchi ammucchiati ne impedivano l’accesso, costituendo così un importante rischio incendio. Lo ricorda l’articolo di Lucilla Parlato su Identità Insorgenti: non tanto tempo fa il palazzo era ancora pieno di vita e ora, porta bene il suo nome. Non per la fantasia alla quale è legata la sua storia, ma per l’aspetto di casa fantasma che assumerà se non viene salvato.

A Napoli si campa di miracoli…

Operazione San Gennaro, film di Dino Risi realizzato nel 1966. Tre ladri statunitensi cercano di impossessarsi del tesoro di San Gennaro (il più ricco al mondo!), ma si sa, il tesoro come il suo padrone, appartiene al popolo napoletano…

La citazione è tratta dal film “Operazione San Gennaro” (lo aspettavate, eccolo finalmente arrivato!) diretto da Dino Risi nel 1966. Abbiamo scoperto che, tra i numerosi record della città partenopea, c’è anche quello del maggior numero di santi: ben 52! Tra quelli, ovviamente, il santo patrono della città che appartiene al popolo al punto che loro gli si rivolgono come ad un membro della propria famiglia. Ma, come si dice nel film, “per avere una grazia da San Gennaro, bisogna parlargli da uomo a uomo”. Noi che al Museodivino siamo tutte donne, abbiamo deciso invece di rivolgerci a quelle che contano, le protettrici femminili della città di Napoli, iniziando proprio dal Duomo in cui la vera padrona è Santa Maria Assunta, e che nella Cappella di Santa Restituta custodisce il battistero più antico d’Occidente.

Allora, che sta succedendo qui? Ne ho viste tante nella mia vita da qui ma così proprio mai …

Andando verso i Quartieri Spagnoli, troviamo la cappella dedicata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, la prima donna napoletana a essere stata fatta santa per aver sopportato una serie di sofferenze pregando per la salvezza delle anime. A lei si può chiedere di rimanere incinta, a patto di sedersi sulla sua sedia e di avere fede. E sono infatti numerose le testimonianze di donne che sarebbero state protagoniste del miracolo dopo aver eseguito il rito secondo le regole.

A Napoli, si campa anche di miracoli 2.0

Ma la Santa più amata di Napoli resta Santa Patrizia, lei che ogni anno realizza lo stesso miracolo di San Gennaro con la liquefazione del proprio sangue, benché passi quasi inosservato rispetto a quello del santo patrono della città. La giovane fuggì da Costantinopoli per sbarcare a Napoli, scappando così da un matrimonio infelice combinato dai suoi genitori. Morì nel Castel dell’Ovo (anch’esso fitto di leggende varie su cui non si soffermeremo oggi, ma che potete scoprire qui). E questa fanciulla, fuggita dal proprio paese pur di non incatenarsi in un matrimonio senza amore, divenne per uno strano gioco del destino o, forse, per questa famosa ironia di cui avremo occasione di riparlare, la protettrice delle single in cerca di un buon partito.

Anatomia del Miracolo (2017), diretto da Alessandra Celesia, o come tre donne, napoletane e non, dalle storie diversissime, si rapportano al culto della Madonna dell’Arco.

…e di liquori

Come non nominare gli spiriti di fama mondiale? Tra i tanti, c’è ovviamente il nocillo che porta con sé la sua leggenda: si dice infatti che delle streghe – di Benevento e non di Napoli, ve lo concediamo – si radunano sotto un noce prima della tradizionale raccolta a giugno… O ancora, il limoncello, che nel 2015 ha addirittura avuto un suo tour turistico dedicato con la Ruta del Limoncello durante il quale i partecipanti dovevano bere un cicchetto di liquore…ogni volta che passavano davanti a una chiesa. Forse perché, come narra la leggenda, il limoncello sarebbe nato per aiutare i frati a proteggersi dai disagi del freddo durante l’inverno?

Noci e Nocillo tra sogno e destino, il racconto di Nino Leone per il primo compleanno di Museodivino

L’arte spirituale per esorcizzare il dolore: la storia di Don Antonio

Se l’ironia è capace di sublimare le situazioni anche più difficili, può anche essere che, tra dolore e disperazione, qualcuno trasformi le emozioni negative in un’arte tenera e dolcissima, quando viene toccato da un’ispirazione venuta da chissà dove. Parlando del Museodivino, non potevamo non nominare il nostro Don Antonio, che si dedicò a questo esercizio per quasi tutta la vita. Nel suo studio di Castellammare di Stabia, infatti, è riuscito a trasformare il dolore per la morte della madre in presepi minuscoli e silenziosi, soleggiati e senza tempo. Uscendo per un attimo dal chiasso della città, usò le proprie contraddizioni sforzandosi a trovare la pazienza necessaria per creare una collezione di opere in miniatura. Rappresentò inoltre numerose scene della Divina Commedia, guidato da Virgilio che, insieme a San Gennaro, tiene in piedi la città di Napoli dal fondo del Castel dell’Ovo.

Don Antonio con un suo presepe in guscio d’uovo.

Quando un giornalista dell’Arena-Cronaca Veronese chiese a Don Antonio perché i suoi presepi fossero così piccoli, lui rispose: “Eh cosa vuole, è il mio carattere, il mio carattere…”

“Anche se non fosse vero, farebbe lo stesso”

E questo spirito napoletano, dalle case si intrufola nelle strade, anche nei vicoli più bui, e ricopre tutta la città da questa sua atmosfera, così particolare, che fa sentire anche chi viene da lontano a casa propria. E parliamone, di questa casa che bisogna amare con la minaccia di essere maltrattati dalla Bella Mbriana, spirito benevolo e accogliente, ma che non sopporterà che qualcuno denigri la sua abitazione…

Certo, Pino Daniele ha scritto un album dedicato alla Bella ‘Mbriana, ma oggi ci lasciamo guidare dalla più dolce e immortale delle sue poesie sonore …

“Anche se la Madonna dell’Arco non ha fatto il miracolo, ne sono innamorata”. A Napoli poco importa che i miracoli siano opere del divino o dimostrati scientificamente. E non interessa, addirittura, se il miracolo avviene o meno. La speranza non si perde, mai. E nei momenti più bui subentra l’ironia, la famosa ironia che si cela nel DNA napoletano. Basta pensare a questo aneddoto, in cui un uomo si fece beffa di quello che fu uno tra i momenti più bui della storia recente. “Sta verenn’ si for chiove” fu la frase che risuonò quando Hitler passò per via Caracciolo con il braccio teso per il saluto nazista…

Bimba vince bomba 2-0

E nei momenti più leggeri, l’ironia si fa dolce. “Marcellì, ci siamo fatti vecchiarelli eh? Lo volete un caffè?”…

“La capacità di risolvere con una battuta i problemi di una giornata”. Mastroianni in Marcello Mastroianni, Mi ricordo sì, io mi ricordo di Anna Maria Tatò (1997).

In conclusione, ecco la nostra proposta: in questo momento così caotico, diamo a Bellavista pieni poteri decisionali. La sua cartina dell’Europa è la migliore che sia stata definita fino a oggi, e certamente saprà organizzare “tuttecose” per il meglio, seguendo lo spirito napoletano in cui l’etica guida i principi della filosofia, e si fa guidare dal sogno.

Guagliò: questo è il bene, e questo è il male.
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Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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presepi e natività Storia di Napoli

Un presepe dal mare: l’origine del mondo in una conchiglia

Un presepe dal mare

Dopo la passeggiata tra le fiamme dell’Inferno sulle spiagge di Jesolo, vi riportiamo a Napoli, in pieno centro storico. Lì, in via Capitelli, l’antichissima ottica aperta nel 1802 dallo scienziato-letterato Raffaele Sacco: tra i vari strumenti, la famiglia conserva anche un bene a dir poco insolito da ricordare nel bel mezzo delle vacanze estive. Si tratta di un presepe, per di più perfettamente ancorato nella tradizione partenopea: dall’annunciazione ai pastori fino alla nascita del Bambino in una grotta posta al centro della scena passando dai commensali dell’osteria, non manca nulla.

Strana idea, quindi, quella di presentarvi una Natività proprio il giorno di Ferragosto, mentre il Natale sembra così lontano? Non tanto, se precisiamo che il presepe della Casa Sacco venne quasi interamente realizzato in conchiglie, cozze e vongole, e presentato su una pianta circolare, alla maniera del più classico dei castelli di sabbia.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Raffaele Sacco, lo scienziato-poeta che omaggia la tradizione partenopea

Seguendo la lunga tradizione dei medici-umanisti, dedicando la propria vita alla scienza quanto alla cultura, Raffaelle Sacco ha lasciato un segno indelebile nella storia partenopea. Non solo perché l’attività, ripresa dai discendenti – la famiglia Carelli – esiste tutt’ora, ma anche perché quell’ottico all’avanguardia è l’autore della famosissima “Te voglio bene assaje e tu nun pienze a me“, la canzone che ha attraversato i secoli e i confini della città di Napoli.

Ma se oggi ricordiamo Raffaele Sacco, non è né per il suo capolavoro musicale, né perché ha rivoluzionato il mondo dell’ottica con l’invenzione dell’aletoscopio destinato a verificare l’autenticità dei bolli, bensì perché ha lasciato in eredità alla propria famiglia una tradizione che tutt’ora viene conservata: quella del presepino di mare, quasi interamente fatto di conchiglie se si escludono i pastorelli realizzati in creta.

Per la creazione di questo suo presepe, Raffaele Sacco usa un materiale che sulle spiagge campane non manca: conchiglie, cozze, vongole e lumache, come elencati dallo scrittore Gennaro Borrelli nel libro da cui è tratto il titolo di questo articolo, “Un presepe dal mare, il presepe della famiglia Sacco”. Come quando il sacerdote Antonio Maria Esposito, l’artista dei presepi in miniatura custoditi negli spazi del Museodivino, andava per il Monte Faito a raccogliere degli elementi naturali per creare i suoi minuscoli presepi, così Raffaele Sacco si avvaleva di un materiale comune per raccontare la bellezza semplice della Natività ed omaggiare la natura anche in un presepe affollato e festante, strettamente legato alla tradizione partenopea.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Il tempo che passa e la resurrezione della natura

Dai personaggi vestiti alla moda seicentesca ai giubbotti dei giacobini che forse gli ricordano il suo primo maestro, il prete Marcello Scotto, vittima della caduta della Repubblica Napoletana nel 1799, fino alle “mosse e ampie gonne delle contadine” dell’Ottocento, il presepe della Casa Sacco sembra attraversare i secoli della storia partenopea. L’opera si presenta su una base che “elenca” tutti i materiali che vengono usati per formare le varie componenti del presepe.

Lì, la natura sembra adeguarsi al desiderio dell’artista: le conchiglie diventano i piatti dentro i quali mangiano gli ospiti dell’osteria, le telline bianche e rosa sono i fiori del monte e perfino i gusci delle cozze, sotto la luce, imitano il fuoco acceso dell’osteria. I sentieri sono invece fatti di sabbia vulcanica, simbolo del tempo che passa come il presepio è simbolo di rigenerazione. In effetti, per citare Roberto De Simone nel suo libro “Il presepe popolare napoletano”, la nascita del Bambino simboleggia la speranza che, dopo un lungo inverno, la natura possa risorgere.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio) – foto di Massimo Velo.

L’origine del mondo in una conchiglia

E, a pensarci bene, quale materiale è più adatto di una conchiglia per rappresentare la nascita di Cristo? Secondo Botticelli, di cui ci siamo già occupate quando abbiamo studiato la figura della Matelda raccontata da Dante (sarebbe proprio lei, la Flora della famosa Primavera!), anche Venere nasce dentro una conchiglia, vero e proprio simbolo dell’origine del mondo. Ma non solo: rappresenta anche la fecondità, e grandi artisti rinascimentali come Piero della Francesca nella sua Pala di Brera hanno dipinto il Bambino e sua madre, al sicuro sotto un’enorme conchiglia.

Nascita di Venere (dettaglio), Sandro Botticelli, 1483-1485, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Pala di Brera, Piero della Francesca, 1472-1473, Pinacoteca di Brera, Milano.

Nel presepe della Casa Sacco, nella scena più dolce di tutta l’opera, la capanna che fa da riparo al Bambino appena nato è circondata da piccoli rami di corallo rosso, colore del sangue e della vita.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio)- foto di Massimo Velo.
Fonti

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Un presepe dal mare – il presepe della famiglia Sacco” di Gennaro Borrelli, consultabile al Museodivino.
“Storia delle Conchiglie”, Settemuse.it.

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Divina Commedia presepi e natività

Dante se ne va al mare

Dante se ne va al mare

Come ogni estate dal 1998, anche questo anno la città di Jesolo avrebbe dovuto accogliere scultori venuti dai quattro angoli del mondo per partecipare al Festival Internazionale delle Sculture di Sabbia. Senza sorpresa, la mostra 2020 dal tema “Il Volo” è stata annullata in seguito all’emergenza sanitaria. Ma per quanto tutto ciò possa essere deplorevole, che cosa c’entra esattamente la mostra di Jesolo con il Museodivino napoletano? Di certo non sono i presepi giganteschi messi in mostra ogni inverno dal 2002, di cui solo la sabbia ricorda l’atmosfera mediorientale dei presepi in miniatura di Don Antonio. No, per capire cosa ci affascina di questo festival, bisogna risalire poco più di dieci anni indietro, nel 2009.

L’edizione 2019 del Festival Internazionale delle sculture di Sabbia, dedicata a Leonardo da Vinci in occasione dell’anno leonardiano

Dopo la passeggiata tra i musei più freschi di Napoli, e il viaggio attraverso il Liberty napoletano abbiamo infatti deciso oggi di trasportarvi in un tour estivo tra le fiamme ardenti dell’Inferno di Dante: vi portiamo a Jesolo, nel 2009, quando l’effimero della sabbia ha preso le forme di un capolavoro immortale. E quando fu possibile ai bagnanti esterrefatti trascorrere una giornata estiva tra le fiamme dell’Inferno dantesco, spaventose e altissime benché fatte interamente di sabbia.

Uno dei diavoli delle Malebolge, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo 2009.

Richard Varano e l’amore per la Divina Commedia

Dopo i viaggi nell’universo incantato di Alice nel Paese delle Meraviglie o attraverso la leggenda arturiana con Excalibur – la spada nella roccia, a Richard Varano, direttore artistico statunitense nonché vincitore della seconda edizione del concorso, viene l’idea piuttosto inquietante di realizzare i nove cerchi dell’Inferno di Dante.

Innamorato del Sommo Poeta? Non abbiamo potuto fargli la domanda, ma il fascino per l’opera dantesca è evidente. Iniziato alla scultura sin dall’infanzia dal padre -italiano-, ammette in un’intervista a ViviJesolo.it che quello della Divina Commedia di sabbia è l’evento che ricorda con più piacere. Inoltre, nel 2014, il direttore artistico lancia un nuovo tema, anch’esso universale e dalle molteplici interpretazioni: Inferno, Purgatorio, Paradiso e Terra. Se non si riferisce esplicitamente a Dante, la dicitura del tema non può che ricordarci l’opera più importante di tutta la poesia italiana. Purtroppo, le sculture andarono in rovina prima del previsto dopo le piogge torrenziali che hanno colpito la città.

Richard Varano con uno dei suoi castelli di sabbia

Devi iniziare ad avere pazienza…

I 18 scultori reclutati, venuti dagli Stati Uniti, dal Giappone o ancora dall’Australia hanno messo alla prova la propria immaginazione nel rappresentare la parte più affascinante della Divina Commedia. Con l’aiuto di volontari dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, hanno avuto il compito di trasformare in soli dieci giorni enormi blocchi di sabbia compressa in una spaventosa foresta popolata da belve selvatiche, o in un fiume in cui affogano le anime dannate dell’Inferno.

La selva oscura, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

Una missione molto difficile, sia dal punto di vista tecnico che mentale. Oltre ad avere un’infinita pazienza, che secondo Varano è la prima qualità dello scultore, l’artista deve anche accettare l’idea – non facile – che la propria opera verrà distrutta dopo neanche due mesi di vita. Bisogna abituarsi quindi all’effimerità della propria scultura, ma anche prendere in considerazione gli eventi meteorologici: se la pioggia in eccesso può facilmente rovinare l’opera, anche il calore è nemico delle sculture di sabbia. Infatti, l’acqua con la quale viene mischiata può evaporare in caso di alte temperature, come già è successo in passato.

Un materiale effimero per rappresentare l’eterno

Una sfida che sembra impossibile, quasi quanto raccontare il viaggio dantesco in un guscio di noce. Ma ben lontane dall’essere i castelli di sabbia della nostra infanzia, queste sculture si rivelano inaspettatamente forti e resistenti, oltre ad essere immense: certe di esse possono raggiungere fino ai quattro metri di altezza! C’è da sentirsi minuscoli in confronto a questi innumerevoli granelli di sabbia, così piccoli singolarmente, ma che insieme assumono le forme terrificanti di un diavolo colossale, o di un’enorme arpia scatenata. E cosa dire dell’idea di rappresentare il fuoco eterno con un materiale così effimero, e apparentemente fragile? L’instabilità della sabbia e la mancanza di solidità delle radici della scultura turbano lo spettatore, come se da un momento all’altro, tutto l’Inferno dantesco potesse crollargli addosso.

Lucifero, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

La potenza dell’Inferno di sabbia

Anche se l’immaginario degli artisti rimane fortemente attaccato all’opera originale, realizzano la prodezza di raffigurare l’Inferno in tutta la sua potenza e il suo orrore. Attraversiamo quasi ogni tappa del viaggio dantesco, dalla barca di Caronte, che sembra un pirata dell’Oltretomba, al Cerbero che sembra balzare fuori da una grotta per avventarsi contro lo spettatore, così infuriato che gli si gonfiano le vene del collo, passando poi per la città di Dite le cui porte, invece di chiudersi in faccia a Virgilio, sono appena socchiuse su un mondo che supponiamo agghiacciante, scoraggiandoci nell’avventurarci all’interno delle sue pareti roventi.

Cerbero, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.
La Città di Dite, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

Andare tra queste sculture infernali non ha niente di una passeggiata: è un viaggio lungo e stancante, ma alla fine, arpie diaboliche e demoni malvagi vengono distrutti per dare spazio alla dolcezza. Nel Natale del 2019, gli artisti incaricati del progetto di una Natività di sabbia hanno celebrato la Beatitudine con il tema “Poema dell’amor divino”. Chissà se dopo il recente lockdown sorgerà la necessità di dedicare una mostra, intera questa volta, al Paradiso dantesco…

La Natività, Lido di Jesolo, 2019.

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Storia di Napoli tradizioni napoletane

Passeggiata nella Napoli Liberty: la bellezza fiorita

La bellezza fiorita!

Oggi vi portiamo a fare una passeggiata virtuale sulle tracce del Liberty napoletano, partendo da quello che fu il quartiere “nuovo” della fine dell’Ottocento, ovvero il Vomero. La prima tappa del tour sarà proprio la via Luigia Sanfelice, tutta cosparsa di villette in stile floreale.

La Palazzina di stile Liberty “Russo Ermolli”, progettata da Stanislao Sorrentino.

Oltre alla Villa Santarella, famosa dimora del commediografo Eduardo Scarpetta, incontreremo vari palazzi edificati dall’architetto Adolfo Avena, che sperimentò lo stile in tarda carriera. Prima di interessarsi all’edificazione di palazzi, il fantasioso ingegnere aveva proposto al comune il progetto di una funicolare aerea, pienamente sostenuto da Gustave Eiffel. Il progetto alla fine verrà però abbandonato, e l’architetto napoletano si dedicherà invece alla sperimentazione dello stile floreale, in particolare al Vomero.

Noto testimone di questo periodo è il palazzo Avena, che fronteggia la funicolare di Piazza Fuga. Pur ispirandosi, ovviamente, al nuovo stile in voga, Avena aggiunge al Liberty un pizzico di Medioevo, di cui era molto appassionato. L’esempio di questo stile ibrido ma equilibratissimo si noterà particolarmente nel suo palazzo di via Tasso: un palazzo che ospitò anche lo straordinario cast del film “Giallo Napoletano” del 1979 con Ornella Muti, Michel Piccoli, Renato Pozzetto, Peppino de Filippo, Zeudi Araya, Capucine, Peppe Barra … e un arruffato, adorabile mandolinista interpretato dal grande Marcello Mastroianni.

Villa Spera, Adolfo Avena, dove fu girato il film “Giallo Napoletano” nel 1979.

Il Liberty vomerese

In generale, il liberty vomerese è diverso da quello delle altre città, e degli altri quartieri napoletani stessi. Lo stile floreale diventa un tratto distintivo del quartiere quando, alla fine dell’Ottocento, vengono intrapresi imponenti lavori per fare della collina – nota fino ad allora solo perché vi si coltivavano i broccoli! – un quartiere residenziale, destinato in seguito a diventare fra i più prestigiosi della città.

Il liberty nell’architettura napoletana non solo si può ammirare sulle facciate ornate da motivi floreali dei palazzi, o alzando la testa per contemplare le torrette che, secondo Eduardo Scarpetta, fanno sembrare queste ville un “comò sotto e n’coppa”. A volte, i gioielli sono proprio nascosti… come all’interno del palazzo Mannajuolo, dove si trova la maestosa scala elicoidale!

La scala elicoidale del Palazzo Mannajuolo, in via dei Mille.
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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Da Francesca a Beatrice: la sublimazione delle storie d’amore tragiche di Dante Gabriel Rossetti

Dante Gabriel Rossetti e la sublimazione delle storie d’amore tragiche

Non si tratta di una coincidenza se una così splendida rappresentazione della Francesca da Rimini di Dante sia stata realizzata da un giovane pittore inglese chiamato proprio come il Sommo Poeta. Il padre, nella sua veste di poeta innamorato dell’opera dantesca, diede al secondogenito il nome di Gabriel Charles Dante Rossetti.

E non solo il nome: Gabriele Rossetti, patriota italiano costretto all’esilio per aver partecipato ai moti insurrezionali del 1820 e trasferitosi a Londra poco dopo, trasmette al figlio anche il gusto per la poesia per cui troverà una certa propensione sin dalla tenera infanzia e l’amore per la cultura italiana e particolarmente per l’opera dantesca. Essa ispirerà gran parte della sua opera, dalla traduzione della Vita Nova alle numerose rappresentazioni pittoriche della Divina Commedia. Dante Gabriel Rossetti, che nel frattempo ha deciso di mettere il nome del Poeta in primo piano, trae infatti grande ispirazione dalle storie d’amore tragiche narrate nei massimi capolavori della letteratura.

D. G. Rossetti, Salutatio Beatricis, National Gallery of Canada, Ottawa.

Innamorato delle storie d’amore, ma non del lieto fine

E conoscerà anche lui la storia d’amore di una vita, bellissima e altrettanto tragica, con la modella di umili origini Elizabeth Siddal. È una donna sensuale, dai lunghi capelli rossi, dai tratti dolci che si addice perfettamente ai canoni della Confraternita dei Preraffaelliti, associazione artistica fondata proprio da Rossetti nel 1848 insieme ai compagni della Royal Academy, Millais e Hunt, che stufi dei modelli vigenti all’epoca si propongono di riscoprire i pittori primitivi, i temi medievali e, appunto, i miti e le grandi storie della letteratura.

Elizabeth Siddal, o Lizzy, diventa la modella preferita di Dante Gabriel Rossetti e gli ispira gran parte delle donne raffigurate nei suoi quadri. Da un lato, è una donna dal carattere forte capace di affermarsi anche come poetessa e pittrice. Dall’altro lato però, trascina in sé una malinconia che la seguirà fino al termine della sua vita, e che la rende perfetta per impersonare alcune delle protagoniste di grandi storie tragiche, come la famosa Ofelia di Millais.

Ma per Rossetti, Elizabeth è Beatrice, l’amore assoluto del Poeta, la musa che illumina tutta la sua opera. La relazione tra i due tuttavia è per lo meno burrascosa: Rossetti non è quello che potremmo chiamare un uomo fedele e Lizzy, già debole, sprofonda sempre di più in una cronica malinconia, al punto da dedicare al suo amante questi terribili versi: “se il semplice sogno di un amore fosse vero, allora, dolcezza, saremmo in Paradiso. Ma noi siamo in terra, mia cara, dove il vero amore non è dato”.

D. G. Rossetti, Dante’s Dream, Walker Art Gallery, Liverpool, UK.

La tragedia di Lizzy, e la follia di Rossetti

Lizzy cerca di placare il dolore affidandosi ai poteri del laudano, un sedativo che aveva assunto per la prima volta dopo una polmonite contratta proprio durante una delle sedute in cui faceva da Ofelia per Millais e a cui è ormai dipendente. Anche dopo la prima overdose della modella, la relazione tra i due amanti non si fa più serena: timoroso di presentarla alla sua famiglia, come nelle migliori storie d’amore a ostacoli, Dante Gabriel Rossetti aspetta che la sua Lizzy, debilitata psicologicamente e fisicamente, sia in fin di vita per chiederla in sposa. Nel 1860 i due finalmente si sposano, ma un altro dramma sconvolgerà la povera donna prendendo questa volta la forma di una bambina nata morta.

Elizabeth Siddal non regge il colpo e si suicida poco dopo, nel 1862, assumendo una forte dose di laudano.

D.G. Rossetti, Beata Beatrix, 1872, Tate Britain, Londra, UK.

La sua musa si è spenta ma, proprio come il poeta che gli ha dato il nome, Dante Gabriel Rossetti non smette di ispirarsi alla sua amata. La rappresenta per l’ultima volta nella Beata Beatrix, forse uno dei suoi capolavori, fitto di riferimenti al loro amore e alla morte dell’amata. L’artista, ossessionato dai ricordi e dedito anch’egli all’uso di alcol e droga, si incammina tra pensieri oscuri sul sentiero della follia.

Convinto dagli amici George Meredith e Algernon Swinburne, inuma il corpo della moglie per recuperare una raccolta di poesie a lei dedicate che aveva posto all’interno della bara, fra i suoi lunghi capelli rossi; e a detta dell’amico che lo aiutò nell’impresa la chioma rossa e fluente di Lizzy aveva continuato a crescere durante la sepoltura … Il ricordo dell’amata perseguiterà il pittore fino alla morte che lo coglie nel 1882: solo, folle e quasi cieco, in una casa diroccata e abitata da decine di animali selvatici.

Da Francesca a Beatrice

Amore, follia, morte, rimpianto, tenerezza e passione, fanno della storia tra Dante Rossetti ed Elizabeth Siddal uno dei simboli più alti del tragico intreccio tra arte e vita. E non ci stupisce, ma continua a incantarci, come questo artista il cui nome stesso era un omaggio al nostro sommo poeta, abbia dato le fattezze dell’adorata Lizzy non solo all’angelica Beatrice, ma anche alla sua splendida Francesca da Rimini, coinvolta insieme all’amante in un tenero abbraccio destinato a durare per l’eternità.”

D. G. Rossetti, Paolo and Francesca da Rimini, 1855.
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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Umberto Eco e la sua Beatrice ribelle: un Paradiso che somiglia a un inganno maschile …

È incontestabile: se il ricordo di Beatrice Portinari ha attraversato i secoli fino a farne, ancora oggi, una delle donne più famose della letteratura italiana, è tutto merito dei versi che colui che ci è noto come il “Sommo Poeta” dedicò alla sua angelica figura. Sia nella “Divina Commedia” che nella “Vita Nuova”, Dante ha riservato al suo amore dell’infanzia un posto speciale: la “sua” Bice infatti è nota a tutti come l’ispiratrice dell’opera dantesca, guida delle guide nel lungo viaggio attraverso l’aldilà, anima di numerosi versi scritti dalla mano del poeta.

Ma della vita e dei pensieri di questa donna straordinaria ci sono poche tracce, e la sua voce sbatte contro i limiti del quadro stabilito dallo stesso Dante. Sarebbe bello se per una volta potesse parlare di sé stessa al riparo dello sguardo del suo poeta. Potremmo chiederle come ci si sente ad essere la Musa di uno degli autori più grandi di tutti i tempi. E forse potremmo anche avere delle sorprese. Per esempio, potrebbe svelarci che, ben lontano di esserne lusingata, lo vive come un “inferno” in cui l’ha rinchiusa questo “porco sciovinista maschio del Signor Alighieri”.

Un poeta timido…

In una puntata delle Interviste Impossibili mandata in onda sulla Rai nel 1975, Umberto Eco ci propone l’insolito ritratto di una Beatrice Portinari, magistralmente impersonata dall’attrice Isabella del Bianco, che si confida sul suo legame con Dante: un legame che non solo non ha niente dell’amore idealizzato a cui abbiamo creduto tutti, ma, a suo dire, non è neanche mai esistito. Lei non ha per lui il minimo riguardo, e piuttosto si diverte a commentare la goffaggine di colui che la fissa con gli “occhi da pesce bollito” e i “polsi che li tremavano” proprio come quando si ritrovò di fronte alla lupa nella selva oscura – questo per dire che effetto gli faceva la sua amata – limitandosi a “borbottare delle parole in latino”.

È l’archetipo del poeta timido ed impacciato, di certo non aiutato dal fatto di essere stato allievo di Brunetto Latini, che come si sa, sulle donne non gli avrà potuto insegnare un bel niente. Ed è vero che è divertente, questo Dante che Beatrice saluta soltanto “per provocarlo” e di cui aspetta una risposta che per un’apparente timidezza non arriva mai. Forse perché è ovvio che Beatrice lo avrebbe rifiutato, lui che è così brutto con il naso che si ritrova, in confronto a lei che “quando passava vestita di nobilissimo colore ogni lingua la diventava tremando muta”.

Filippo Agricola, Dante e Beatrice, Purgatorio, Canto XXX, v. 73, 1822.

… o semplicemente opportunista?

Ma forse non è così timido. E se non si è mai dichiarato, è forse perché non avrebbe voluto che Bice diventasse sua moglie: come può uno spirito ancorato nella vita quotidiana essere innalzato al rango di tramite per la salvezza dell’uomo? Come può il poeta stilnovista lodare la donna angelica pensando alla madre dei suoi figli? Dante ha deciso: lui si sposerà con Gemma, e Bice diventerà la sua Beatrice, la sua Musa. Stringerà un contatto con lei – quel poco che basta per potersene vantare – anche a costo di sembrare un “cascamorto” o di intimorirla e di indurla a non uscire da casa.

Ma ecco che il Poeta vede i suoi progetti improvvisamente buttati via dalla morte della povera Bice. Più afflitto per la sua carriera artistica che per la scomparsa della donna, non gli ci vorrà molto tempo per vedere il vantaggio che gli offre quell’episodio tragico. Che affare per Dante che può modellare la “sua” Beatrice in modo da farne la donna ideale – che poi, amò proprio lui, fino a scendere nel Limbo per salvarlo! E che carte gioca, Dante, per costringerla a scendere. Nientemeno che la Vergine! – senza che le sue azioni terrene vengano a contraddirlo. Un beneficio così grosso che Beatrice lo sospetta addirittura di averle “lanciato un maleficio” per provocare la sua morte.

Henry Holiday, Dante and Beatrice, 1883, Walker Art Gallery di Liverpool, Inghilterra.

Beatrice, eterna portavoce delle idee altrui

Come ci si sente ad essere la Musa di uno dei poeti più grandi di tutti i tempi? A sentire Bice, spossessati dalla propria umanità. E il Poeta rimuoverà tutto di lei: dai “flirtini” che ha avuti all’amore sensuale che non sdegna – anzi – fino al suo aspetto fisico piacevole al quale Dante non allude mai. Per Beatrice, si tratta di un vero e proprio “strip-tease letterario”, anche se in salsa stilnovista. Non c’è stato bisogno dell’amore fisico per strumentalizzarla, anzi, per lei che ha perso la sua forma umana in terra e che non la ritrova nell’opera di Dante, non c’è neanche la possibilità di dire la sua.

Ed è così che, nascondendosi dietro alle parole della sua amata, Dante espone spudoratamente le sue idee sulla corruzione della Chiesa, sull’autorità imperiale che rimedierà a tutti i disordini che stanno portando Firenze alla perdizione, pensando che “tanto firma la Beatrice”, la povera donna che lo asseconda suo malgrado. “Beatrice l’era quella di Dante, mica l’era quella di Beatrice”, aggiunge.

Un’unicità ridotta a semplice strumento poetico

E lui negherà la sua unicità fino di farla diventare puro strumento delle sue “canzoni da quattro soldi”, un mezzo per arrivare a compiere un esercizio letterario al pari di madonna Pietra, colei che, al contrario della donna angelica, tormenta il poeta con un amore conflittuale. La storia di Bice gira esclusivamente intorno a quella del Poeta e persino qualcuno dei dati anagrafici di lei sono stimati in base a quelli di Dante, fino a far dubitare qualcuno della sua esistenza.

“E se, come madonna Pietra, Beatrice fosse soltanto un nome fittizio?”, uno si potrebbe chiedere. O se semplicemente Dante, disperatamente in cerca di una Musa, avesse messo gli occhi sulla povera Bice dopo aver letto uno di quei poeti provenzali che tanto ammirava e che ha cantato le lodi di una certa Biatriz? “Colei che rende beati”, un nome più che azzeccato per la donna angelica tanto sognata dal Poeta. Che affare per Dante che ne ha proprio una a portata di mano. Se l’amore si attacca al cuore gentile non appena incontra una donna nobile, il cuore “pieno di fiele” di Dante è incapace di amare, aggiunge, amareggiata, Bice.

“Vita Nova!”

A tutti quelli che, aprendo la Commedia di Dante, si limitano a leggere l’Inferno perché le sorti dei buoni non li interessano, pensate anche solo un’istante alla povera Beatrice rinchiusa in questo Paradiso che non ha scelto. “Vita Nova!”, grida lei alla fine dell’intervista. È stato sfatato il mito di Beatrice, o anzi, è stata Bice a sfatare il mito della donna angelicata.

Stufa di sentirsi strumentalizzata spudoratamente, stufa che le poetesse dai molteplici talenti siano oscurate dall’ombra di un uomo, Beatrice, che fa da portavoce a tutte le “donne dei poeti” sfruttate dalla letteratura al maschile, inizia nell’aldilà una crociata contro il Maschio – e farebbe bene a guardarsi le spalle, Dante Alighieri, che lassù c’è più di una donna pronta a dare battaglia. “Che il diavolo se lo porti dove lui sa bene”, ecco l’ultimo malaugurio che Bice destina a colui che le ha fatto un’offesa eterna incidendo nella storia i loro due nomi l’uno affianco all’altro, “e con che diritto?”.

Dove ascoltare l’intervista originale?

https://youtu.be/y7HkeMWCOvk
Tutte le Interviste Impossibili sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).
Anche dal fondo dell’Inferno, Francesca si lamenta: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/linferno-e-rimini-in-dicembre-la-francesca-in-salsa-felliniana-di-edoardo-sanguineti/

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

La Francesca in salsa Felliniana di Edoardo Sanguineti: l’inferno è Rimini in dicembre …

La figura romantica per eccellenza?

Una donna vittima della propria passione che per contrastare un infelice matrimonio combinato ha scelto di sfidare il pericolo e di abbandonarsi a una storia d’amore proibita. Solo la morte, caro ma inevitabile prezzo da pagare, porrà fine all’incanto: ecco l’immagine che ci viene immancabilmente in mente se pensiamo a Francesca da Rimini, figura romantica per eccellenza, rappresentante ufficiale delle storie d’amore che non conosceranno mai un lieto fine ed inesauribile fonte di ispirazione per i tanti artisti che attraverso i secoli hanno cercato di dare un viso alla passione, quella che non si spegne neanche tra le fiamme dell’Inferno.

E se provassimo per una volta a pensare a questa stessa Francesca da Rimini non come ad un’eroina tragica a cui è stata tolta la vita per l’unico motivo di aver amato, bensì come a una poveraccia ingannata da “questo mascalzone del Paolo“, che ha saputo sfruttare la sua debolezza per i romanzi d’amore? E se questa passione travolgente di una volta, che fa convivere i nomi dei due amanti al punto di non poter mai parlare dell’uno senza nominare l’altra, fosse stata ridotta nell’aldilà ad un’insignificante “mezza cotta”?

Una lagna eterna: il rimpianto degli anni d’oro

Paolo e Francesca, William Dyce, 1845, National Gallery of Scotland, (dettaglio).

Questo è proprio il ritratto che propone Edoardo Sanguineti della più famosa tra le donne infernali in una puntata delle Interviste Impossibili, mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974. In una telefonata faticosa, piena di rumori di sottofondo e interruzioni di linea, al secondo cerchio dell’Inferno, Edoardo immagina di chiedere a Francesca i dettagli della faccenda che le costò la vita insieme al suo amante, proprio come fece quel “giornalista” che era Dante secoli prima.

Rassegnato ad ascoltare la versione esposta dalla donna poiché, e si sa sin dai tempi della Commedia di Dante, non è da Paolo esprimersi, lascia spazio ad una non più giovane Francesca, anche lei rassegnata a raccontare la sua storia malgrado si fosse dimostrata un’altra volta riluttante a ricordare il suo passato felice. Per l’insolita Francesca delle Interviste Impossibili, impersonata in perfetto stile romagnolo da Laura Betti, la felicità assomiglia ad un tempo lontano in cui la “ragazzuola niente male” di Ravenna faceva girare la testa a tutti.

Mentre al di fuori infuria la bufera infernale, Francesca torna a raccontare la sua storia con Paolo, che rimpiange quanto i suoi giovani anni, caratterizzati dai privilegi di cui poteva godere una ragazza di buona famiglia e dalle estati spassose trascorse sul mare di Rimini. Non è più la giovane donna appassionata degli artisti romantici, piuttosto sembra la nonnina a cui i nipoti chiedono di raccontare una gioventù felice in compagnia del nonno, che ormai non vede più che come una “lagna eterna”, ognuno dando la colpa degli errori passati all’altra.

Sono intrappolato lì per colpa della tua debolezza”, piange disperatamente Paolo. “Mi è saltato lui addosso, rovinandomi il matrimonio con un marito brutto e zoppo, e mandandomi al macello”, ribadisce Francesca. E l’intervista con Edoardo Sanguineti ci permette di rispolverare una vecchia storia che pensavamo di conoscere bene.

“Niente più di una storia d’amore”

Niente più di una storia d’amore”, ecco come Francesca sintetizza un racconto che ha attraversato i secoli. Anzi, più che amore, era forse per lei un modo di sfuggire alla noia delle lunghe giornate d’inverno in cui, in provincia, non c’è niente altro da fare che leggere romanzi d’amore, “tradotti male”, per di più.

Tanti di quegli scrittori e cantanti hanno cercato di mettere le parole giuste su quel sentimento complesso che è l’amore, ma per Francesca la storia è alquanto semplice. Una storia d’amore avvincente letta in un famoso romanzo francese che le fa perdere la testa e Paolo, l’unico Galeotto della storia secondo lei (altro che il libro, o colui che lo ha scritto), colui che “si infiammava come niente” e che, vedendola immersa nella storia, coglie la palla al balzo. Per un’istante lei lo vede come “il Lancillotto” che conquista la moglie del Re Artù. E ad impersonare Ginevra non può essere che la malcapitata Francesca, che, e lo sa bene Paolo, non ha altra scelta che di cedere ai suoi istinti primari. E se per giunta Paolo fosse veramente il bell’uomo, atletico, con certi muscoli, che lanciava certe occhiate da togliere il fiato che racconta Francesca… “Beh, insomma, mi capite”.

Il sogno di una Francesca mai carcerata: né all’inferno, né in un matrimonio

Edoardo Sanguneti si rituffa per noi nella storia di Francesca da Rimini, che si lamenta di ricevere sempre meno visite: ed è vero che fra la prima fatta da Dante e quest’ultima, sono stati ben pochi a non rappresentarla come un mito, intrappolata in una storia in cui non ha voce.

Prima dell’addio, coglie l’occasione data da questa rara intervista per chiedere ad Edoardo: “se passa qui giù un giorno o l’altro, mi porti un romanzo?” facendo in seguito il nome di Françoise Sagan, la scrittrice francese probabilmente influenzata dal film “I Vitelloni” di Fellini, che descrive una vita che la stessa Francesca avrebbe potuto conoscere se fosse vissuta nel Novecento, la donna libera di cui avrebbe potuto invidiare lo stile di vita incurante dei pettegolezzi, l’autrice di “Bonjour Tristesse”, romanzo nel quale una donna può scegliere qualunque uomo senza ritrovarsi “carcerata” né all’Inferno, né in un matrimonio.

Alla fine, ci dicono Edoardo Sanguineti e Laura Betti, forse la storia di Paolo e Francesca non è un mito, bensì una semplice storia d’amore come tante altre, un colpo di fulmine durato il tempo di un bacio, un fatto accaduto in un momento di debolezza, con l’unica colpa che “un uomo è un uomo, e una donna è una donna, no?

DOVE ASCOLTARE L’INTERVISTA ORIGINALE

 https://youtu.be/K8CHGIpXTAE

Tutte le trasmissioni delle “Interviste Impossibili” sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

Non solo all’inferno, anche Beatrice ha qualcosa da dire: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/un-paradiso-che-somiglia-a-un-inganno-maschile-la-beatrice-ribelle-di-umberto-eco/

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

DANTE ’70 ovvero “Le Interviste Impossibili”

Chi non ha mai, leggendo un capolavoro della letteratura o ammirando il dipinto di un artista il cui nome ha attraversato i secoli, fantasticato sulla possibilità di rivolgere le tante domande che in quei casi sorgono spontanee al primo interessato? Un sogno al quale noi del Museodivino di Napoli spesso ci abbandoniamo, immaginando di interrogare Don Antonio, un artista novecentesco che ci ha lasciato una serie di sculture in miniatura piene di misteri ancora irrisolti dedicata alla Divina Commedia, ospitata proprio negli spazi del museo.

Obiettivo: riportare i grandi del nostro mondo… alla nostra epoca

All’epoca dei social in cui tutto sappiamo dei nostri idoli fino ad entrare nelle loro sfere private, non abbiamo ancora trovato il modo di riportare nel nostro mondo i grandi personaggi defunti, e spesso, per avvicinarli, ci dobbiamo accontentare di quanto scritto sui manuali di scuola.

A renderci possibile un’interazione più coinvolgente e divertente con questi stessi personaggi fu Lidia Motta, voce nota nel panorama radiofonico della seconda parte del ‘900. Con le sue Interviste Impossibili, la cui prima puntata fu mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974, propose al grande pubblico un programma in cui le maggiori figure della cultura italiana dell’epoca, tra cui scrittori contemporanei di spicco come Italo Calvino e Umberto Eco, ma anche un certo Andrea Camilleri alla regia, intervistavano grandi personaggi passati a miglior vita in un modo spesso comico, a volte caricaturale ed ironico.

Dall’uomo di Neanderthal a Pablo Picasso…

Pur restando fedeli ai fatti storici, gli attori che davano loro voce (Carmelo Bene, Laura Betti e Mario Scaccia, tra l’altro) si divertivano ad interpretare il proprio personaggio in un modo decisamente soggettivo, dando loro dei tratti insoliti ed esagerati. Il programma, trasmesso quasi ogni giorno fino al mese di settembre prima di ricominciare l’anno seguente per soli pochi mesi, dava voce a uomini e donne che hanno fatto la storia dell’umanità, dall’uomo di Neanderthal al Pablo Picasso: dagli scrittori Gabriele D’Annunzio e Giovanni Verga allo scienziato Copernico, dal pittore Dante Gabriel Rossetti ai politici Giulio Cesare o Vittorio Emanuele II passando per le figure femminili che hanno segnato la storia come Cleopatra, Giovanna D’Arco o Mata Hari, sono stati “intervistati” ben 82 personaggi illustri, tra cui qualcuno inaspettato come l’inquietante Jack lo squartatore.

passando per le donne della Divina Commedia

Ma fra i tanti personaggi rivissuti per i venti minuti della trasmissione, ci interessano in particolare due donne che, pur avendo avuto una vita terrestre ben reale, hanno per noi una grande risonanza grazie all’opera che le ha eternate: l’una al rango di Musa poetica per eccellenza, e l’altra a simbolo dell’amore maledetto, della passione travolgente che resiste anche alla tormenta dell’Inferno. Noi che abbiamo dedicato più di un mese alle donne della Divina Commedia di Dante, non potevamo perderci le due puntate incentrate sulle due figure straordinarie che sono Beatrice Portinari e Francesca da Rimini.

DOVE ASCOLTARLE?

Tutte le trasmissioni sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).