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Pazzo Ninno, che scendi dalle stelle!

Napoli, Natale 2020. Santi e pittori, preti e giornalisti, critici e poeti affollano il presepe misero e nobilissimo di Alfonso Maria de’ Liguori, dove il Natale è una stupefacente e paradossale opera d’arte universale

Definì Van Gogh in una lettera il Cristo “artista più grande di tutti gli artisti”, unico in grado di creare la propria opera non con tela e colori, ma con la propria, viva carne. Poco più in là nel tempo e nello spazio, dal carcere di Reading, Oscar Wilde scriveva all’ex amante la lunga confessione epistolare destinata a diventare il De Profundis: e proprio lui che più di tutti avrebbe incarnato il mito dell’arte-nella-vita, e dell’arte-per-l’arte, indica il vincolo “più intimo ed immediato tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista”. E ricordiamo ancora Wilde, a Napoli, alla fine della vita, che terrorizza una gran dama inglese amica di famiglia con la richiesta scandalosa di un aiuto economico per salvare i pochi denti che gli restavano in bocca. È lo stesso uomo che aveva scandalizzato Oxford con la sua eccentrica eleganza, eppure ci sta quasi più simpatico in questa veste imperfetta e obbrobriosa: strano, vero? E allora, dove finisce la bellezza e inizia la commozione per la miseria?  Al confine vibrante tra creazione e Creazione, ci muoviamo oggi per toccare la carne viva di un libro dall’apparenza severa e solenne, ma dall’animo tenero e fanciullesco. Un libro in cui, lo ammettiamo da subito, siamo felicemente immersi fino al collo anche noi del Museodivino.

Il Santo Natale Nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori  e nei presepi di Antonio Maria Esposito  Introduzione di José Tolentino de Mendonça, Postfazione di Carlo Ossola. Olschki Editore, 2020

Non è nostra intenzione recensire questo volume: altri più adatti di noi l’han fatto* e forse lo faranno. Ve lo vogliamo semplicemente presentare come l’invitato prediletto alla festa di Natale del Museodivino. Festa quest’anno forzatamente virtuale, ma non per questo meno sentita e calorosa …

www.museodivinonapoli.it
Il museo è chiuso ma vivo …

Iniziamo dunque a raccontare chi è questo signore che si aggira tra gli invitati, con l’aria seria e lo sguardo vivace – e iniziamo, com’è ovvio, dalla biografia dell’autore, e precisamente da quando un’insopprimibile implosione d’animo cambiò la vita di un giovane, promettente ragazzo della Napoli “bene” del Settecento.

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza” – con variabile inattesa

 by Lea Vagner

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza”. Ecco i concetti ai quali il sedicenne Alfonso Maria de Liguori tentava di attenersi quando, all’alba del secolo dei Lumi, ripeteva i dodici comandamenti dell’avvocato che voleva essere: coscienzioso e con l’unico scopo di ristabilire la giustizia. Venir meno a una di queste sue regole di etica professionale non avrebbe soltanto significato perdere la credibilità che in giovane età gli era già stata data. Rischiava anche di danneggiare il cliente a lui affidato, per esempio accettando una causa che sfidasse i limiti della sua competenza, oppure usando di mezzi ingiusti per difenderla.

Iscritto all’Università a soli dodici anni, avviato a una brillante carriera nell’avvocatura, Alfonso frequenta a quei tempi un gruppo di giovani, tutti profondamente cattolici, che si schierano apertamente contro la corruzione nella Chiesa; la sua posizione è più moderata, ma mai sbilanciata del tutto dalla parte dello Stato, di cui intuisce l’ostinata difesa di interessi di potere.

Ed è proprio dopo aver preso parte a una causa ingiusta che la differenza tra il diritto scritto e quella che ritiene essere la Giustizia gli si palesa in tutta la sua gravità – ed è lo stesso momento in cui l’afflato che lo insegue da tempo gli si fa chiaro: “lascia il mondo, donati a me”. Questo è quanto al giovane parve di sentire mentre usciva dal tribunale, prima di arrendersi di fronte all’evidenza e rispondere: “eccomi, fate di me quello che volete”.

Sarà soprattutto il padre a scagliarsi contro la sua scelta, forse per via del futuro promettente che aveva in serbo per lui, dopo che molti suoi fratelli e sorelle si erano dedicati alla vita religiosa. Alfonso non era un giovane qualsiasi: primogenito di una famiglia nobile, aveva frequentato le migliori scuole tra cui, per dar la misura, quella di Francesco Solimena – sviluppando un gusto per l’arte, particolarmente quella musicale, che non lo abbandonerà mai del tutto. Ed erano state soprattutto la precocissima attitudine allo studio e la buona riuscita nella sua prima carriera ad aver fatto ben sperare il genitore. Ma l’etica si era così saldamente intrecciata alla vocazione religiosa che a nulla sarebbero valse le sue riserve: a trent’anni, nel 1726, Alfonso viene ordinato sacerdote per iniziare la vita che più ritiene in linea con i propri ideali di giustizia e di rettitudine.

Dopo averlo accompagnato nel passaggio da un mondo all’altro, salutiamo il giovane prete destinato a diventare santo, mentre inizia la sua predicazione a Napoli, sui gradini della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi …

Il Sangue che si scioglie tra i Cattivi

Special guest: Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli e Museodivino ospiti di Luigi Carrara per una bella chiacchierata sul volume Il Santo Natale

Storico giornalista del Mattino, Pietro Treccagnoli si è fatto cordialmente rapire dal Museodivino per accompagnarci a presentare Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori e nei presepi di Antonio Maria Esposito. Cosa significa per un napoletano tenere tra le mani questo libro?

Significa, per riassumere il suo articolatissimo intervento, accedere a un intero mondo di rapporti tra arte, spiritualità e popolo, che a Napoli si intrecciano in forme straordinarie e uniche. In principio ci fu il grande teatro religioso popolare del Seicento, dove “fra un angelo, un pastore e un Re Magio c’era sempre anche Pulcinella” e in cui i poveri sognavano un paradiso di perenni e inesauribili ghiottonerie. Come un fiume che straripa e morendo fa nascere nuovi torrenti, da queste rappresentazioni sacre intessute di profano prendono vita due figli maggiori che sopravvivono tutt’oggi: la Cantata dei Pastori, e sua maestà il Presepe. Caduta quasi in disgrazia ma recuperata nel secondo ‘900 da figure del calibro di Roberto De Simone, Peppe Barra, Eugenio Bennato e Carlo Faiello, la Cantata dei Pastori vede la luce nel 1699, quando Alfonso Maria ha tre anni. Quanto al presepe napoletano, la sua storia è tanto vasta che se n’è potuto appena fare un accenno, piccolo ma fondamentale: e cioè che il presepe non nasce come l’oggetto statico che noi conosciamo, ma come memoria di un evento dinamico, coinvolgente e totalizzante quale la sacra rappresentazione.

Una sola immagine per simboleggiare l’immenso lavoro che un’intera generazione di artisti e studiosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta ha fatto per salvare lo sterminato patrimonio della cultura popolare italiana: per preservarla, ricuperarla, e renderla sempre viva e vivificante.

È in questo contesto in cui la fede chiede aiuto all’arte per parlare a tutti, e in cui l’arte ha bisogno del sostegno economico della chiesa per poter vivere (approfittando magari della rivalità tra i vari ordini religiosi fioriti nel Seicento!) che cresce il nostro Sant’Alfonso. Nostro, perché come i più cari padri della Chiesa entra nel quotidiano, e quindi “se hai il torcicollo ti dicono che sembri Sant’Alfonso” … Nostro, perché pure lui, come San Gennaro, ha fatto il miracolo dello scioglimento del sangue: succedeva in una piccola chiesetta a fianco al Conservatorio di San Pietro a Majella, quella in cui si raccoglievano i fondi per il riscatto dei cristiani prigionieri dei musulmani (da ciò il nome Santa Maria della Redenzione dei Cattivi, da captivus, prigioniero).

E “nostro” anche perché vuole e sa modulare la sua voce in rapporto agli interlocutori, mettendo la sua sterminata e altissima cultura laica e religiosa al servizio di tutti: come in Quanno Nascette Ninno (in italiano Tu scendi dalle stelle), dove la soave melodia a portata di ogni voce – dal coro della parrocchia sotto casa alle grandi orchestre fino a grandi voci come Mina e Pina Cipriani – accoglie un testo semplice, intenso, e napoletanissimo, in cui il Bimbo è “arravugliato” nelle fasce … Ma non bisogna farsi ingannare da questa freschezza di espressione. Come il Ninno che scende dalle stelle, immenso e onnipotente Creatore che si “riduce” a creatura, così anche la sterminata arte retorica di Sant’Alfonso, attraverso un lavoro faticoso e complesso, si fa semplice, umile, comprensibile a tutti. E quella che altrove sarebbe stata pesante ed esibita citazione dal passo biblico sulla pace universale sboccia in questi dolcissimi versi: No ‘nc’erano nemmice pe la terra / La pecora pasceva cu ‘o lione / Cu ‘o capretto – se vedette / ‘O liupardo pazzeà …

E ora, salutato il caro Pietro Treccagnoli**, un ultimo salto prima della Nascita del Ninno…

Enzo Avitabile e la sua splendida cantata del Ninno, tra poema e canto, tra Settecento e Novecento … (clicca sull’immagine per sentire)
Quanno nascette Ninno …

Napoli, “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”

Vico Donnaregina , centro antico. Due bimbe studiano sull’asse da stiro fuori alla propria abitazione. Photo by Sergio Siano

Ogni opera d’arte è per vocazione anche un luogo di raccolta, in cui si incontrano attraverso il tempo e lo spazio tutti coloro che l’hanno vissuta, che l’hanno studiata, che hanno cercato di scoprirne le profondità e i significati, che l’hanno presa a guida e conforto nella vita. “Ho sempre sperato che non fossero solo parole”, scriveva Dostoevskij, indicando la vocazione attiva dell’arte a incidere positivamente nella realtà del cuore umano, luogo per lui destinato alla feroce e appassionante battaglia tra demoni e angeli.

Una pagina autografa dei Demoni di Dostoevskij

Nel clima natalizio delle novene di Sant’Alfonso, questa guerra spirituale è presente soprattutto al principio, nei primi discorsi, quando rivolgendosi come spesso avviene direttamente al Creatore, esclama: “[gli uomini] amano i parenti, amano gli amici, amano anche le bestie; se da quelle rice­vono qualche segno d’affetto, cercando di rimunerarcelo; e poi solo con voi sono così disamorati e sconoscenti? Ma oimè ch’io accusando quest’ingra­ti, accuso me stesso, che peggio degli altri v’ho trattato…” (Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori )

Discorso dopo discorso, affrontando passo a passo la grandezza, la potenza, la gloria di un Dio che si fa piccolo, inerme, disprezzato, che perde la sua beatitudine infinita per diventare “miserello” come noi, il clima si va sempre più stemperando in una effusione d’affetto e stupefazione per questo Padre tenero e accorato, che non sa più che fare per dimostrare il suo amore, e che “quasi vien meno per la consolazione e tenerezza” quando ritrova il figlio perduto.

Ma, come abbiamo già detto, non è nostra intenzione recensire questo volume, e non solo perché lasciamo questo lavoro a chi davvero lo sa fare*, ma anche perché, semplicemente, è tardi. È tardi perché la novena è discorso di preparazione al Natale. È il tempo dell’attesa. È il dolce e doloroso lavoro che tocca a chi voglia arrivare a un appuntamento avendo chiarito in sé il senso profondo di quell’incontro – e noi siamo probabilmente, chi più, chi meno, in ritardo. Eppure, la generosità di questo testo è sovrabbondante, e nasce forse, come ci ricorda Carlo Ossola nella sua bella recensione***, dal terreno stesso di questa “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”, questa Napoli che sa contrapporre alle facili illusioni la crudezza della realtà, e poi la verità del sogno.

È già un piccolo miracolo che tu, lettore, lettrice, stia leggendo questo articolo nel bel mezzo del 24 dicembre di un anno come il 2020. Siamo già una minuscola, imprevista comunità che accorre, seguendo i passi del giovane Alfonso Maria, verso un luogo strano: dove un Artista folle, geniale e infinitamente consapevole iniziò un tempo la sua opera d’arte più paradossale – grazie alla quale possiamo ora amare Wilde non solo nel suo elegante splendore, ma anche quando, scalcagnato e imperfetto, ci chiede una mano. Buona Veglia!

Museodivino

* Il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato in anteprima la bella presentazione di Filippo Polenchi, in cui si staglia la figura di Sant’Alfonso a cavallo tra controriforma e secolo dei lumi. * Alessandro Zaccuri su Agorà/Avvenire pone l’accento sulle due parole ricorrenti nelle novene: “pargoletto”, ovvero lo spazio minuscolo del corpo d’infante in cui l’Essere infinito si incarna, e “allegramente”, perché nonostante le sue miserabili circostanze questa nascita è proposta di affettuosa letizia. *Sull’Osservatore Romano, Maurizio Schoepflin accoglie la pregnanza della pubblicazione, che ci fa ri-conoscere l’importante figura letteraria e spirituale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, degno di uscire dai confini dello specialismo del Settecento.

** Rimandiamo chi vuol sentire l’intervento intero a questo link, e al blog L’Arcinapoletano chi vuol seguire i pensieri del signor Treccagnoli. A cui invieremo la trascrizione del nostro incontro da correggere, perché se ne possa usufruire tutti, e a cui inviamo oggi il nostro più caro augurio di buon Natale

*** E infine, Carlo Ossola dalla Domenica del Sole 24 Ore, fa del testo del De’ Liguori accostato ai presepi di Antonio Maria Esposito la porta verso un’idea di Natale “più presente e vera”, lontana dai fasti e dalle illusioni, per tornare a cibarsi, con il popolo napoletano, “di poco pane e di mirabili sogni”.

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Donne&Dante: Giacinta, l’attrice che anticipò Benigni di un secolo

” Due celebri attrici italiane portarono la Commedia sulle scene, contribuendo a stabilizzare un repertorio dantesco nel teatro ottocentesco dentro e fuori l’Italia: l’una, Giulia Calame, al fianco di Gustavo Modena nelle sue ‘dantate’; l’altra, Giacinta Pezzana in grado di dare vita ad un one woman show. “

La seconda metà dell’Ottocento vede l’affacciarsi sulla scena della critica, della letteratura e delle celebrazioni dantesche importanti figure femminili una cui bella galleria è proposta da Rossella Bonfatti in ” Dante e il Risorgimento educatore delle donne: percorsi anglo-italiani ” nel 2014. Da questa carrellata, su cui speriamo un giorno di poterci soffermare più a lungo, estrapoliamo il profilo di Giacinta Pezzana, che più di cento anni fa portò in tournée in Sud America le “Veladas Dantescas”: “vere «intellectual luxuries», importanti studi scenici, che prevedevano un’accurata selezione dei canti da declamare, l’ordine della loro presentazione e la messa a punto dei tempi della presenza scenica”.

Nata a Torino il 28 gennaio 1841, Giacinta Pezzana come molti grandi artisti iniziò la sua carriera con la bocciatura dell’Accademia Filodrammatica di Torino (che però l’accolse l’anno successivo), fece parte di diverse compagnie di spicco fino a recitare con Ernesto Rossi, il grande attore italiano che fu tra gli ispiratori del sistema di K. S. Stanislavskij. L’interpretazione che la rese più celebre fu quella della mamma nel dramma Teresa Raquin, debuttato proprio a Napoli nel 1879, in cui recitava anche una giovanissima Eleonora Duse – che guardò sempre alla Pezzana come alla sua grande maestra.

Giacinta Pezzana (a destra), con Dillo Lombardi e Maria Carmi in una scena di Thérèse Raquin. Secondo il suo biografo Celso Salvini, la scelta consapevole di impersonare proprio la madre di Thérèse, anziana e paralitica, e quindi il rifiuto di adeguarsi alle norme estetiche in vigore partecipò a compromettere la sua carriera in ancora giovane età.

Ecco dunque questa attrice statuaria, dalla recitazione asciutta, priva di melodramma, antesignana dello stile “naturale”, che nella metà degli anni ’70 non nel Novecento, ma dell’Ottocento, gira il Sud America con uno spettacolo dedicato alla Divina Commedia, una “performanza” – il termine già esisteva! – in cui alternava recitazione e prosa per raccontare quel che i versi avrebbero poi detto.

Da Buenos Aires a Montevideo, territori segnati dalla larga espansione della cultura italiana, Giacinta Pezzana riceve l’appoggio del pubblico e i riconoscimenti della critica. Non solo la recitazione dei canti scelti è innovativa, ma lo è anche il format adottato: portata dalla voglia di soffermarsi sulla figura femminile del capolavoro di Dante, il programma da lei stabilito prevede anche una conferenza sul tema “Dante y la mujer”, dove esamina il ruolo della donna – in questo caso preciso, ovviamente, Beatrice – in quanto musa “ispiratrice di magnanime imprese”.

Locandina di una “Serata Dantesca”. Le esibizioni in teatri italiani come il Politeama di Napoli non ricevettero, almeno agli inizi, il successo che troveranno poi nel Sudamerica: venne messa in dubbio la possibilità stessa di recitare Dante su un palcoscenico senza perderne la “superba archittetura”. Ciò porterà la Pezzana a affermare che bisogna: “propinare Dante a pillole, anzi a granelli omeopatici, perché in forti dosi produce, sugli stomachi deboli del giorno, delle gastroenteriti”. 

L’Esposizione Universale del 1900 la vede protagonista a Parigi di una nuova versione dello spettacolo, adattata al pubblico cosmopolita (si era previsto infatti di distribuire i testi tradotti in francese all’entrata) accompagnata dalla Dante-Symphonie di Lizt e da «Luce persa per l’Inferno, verdognola pel Purgatorio, e bianco-cilestrina pel Paradiso», con l’obiettivo di attirare maggiori uditori, portando oltralpe “ciò che vi possa essere di più alto, intellettualmente, in Italia”.

In evoluzione perenne, trasformandosi al contatto con lo spettatore, la Commedia di Giacinta Pezzana continuerà la sua vita anche in Italia con toni diversi: “l’attrice deciderà infine di «non leggere Dante ma dirlo, di viverlo», preferendo in tal modo una recitazione calda e partecipata, basata sul dire e insieme commentare le terzine dantesche, così unificando il paradigma di un teatro morale e quello di un teatro popolare, capace di far incontrare la poesia nei teatri e nelle piazze.”

FontI principalI

Rossella Bonfatti, Dante e il Risorgimento educatore delle donne: percorsi anglo-italiani, in I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma Sapienza, 18-21 settembre 2013), a cura di B. Alfonzetti, G. Baldassarri e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014

Andrea Simone, Dante in scena. Percorsi di una ricezione: dalla fine dell’Ancien Régime al grande attore.

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arte spirituale Diario del Lockdown Donne nella storia di napoli Storia di Napoli

La dolcezza della pioggia di Napoli, ovvero l’arte della malinconia

Vilhelm Hammershøi: Hvile, Repos, 1905,

Ho appreso a vivere semplice e saggia

… e a vagare a lungo prima di sera

per fiaccare un’inutile angoscia

Anna Achmatova

E’ l’ora blu: quell’ora del crepuscolo in cui i pensieri si confondono, la realtà si complica, la coscienza si fa più acuta e non si vuol più fingere di essere allegri … è capitato a tutti, lo sappiamo, eppure in quei momenti – strano paradosso – siamo soli e perduti nel cosmo, e le nostre angoscie non assomigliano a quelle di nessun altro. Cosa fare, come reagire? Ha senso combattere con la forza contro quest’oscura massa informe? In quest’oggi così carico di incertezze, in cui i riti sociali non possono più confortarci, abbiamo deciso di pubblicare l’articolo più poetico e metafisico di Sara D’Ippolito: una lenta passeggiata sul lungomare di Napoli in un giorno di pioggia, in cui ogni passo è un’immersione nella storia, l’occasione di un pensiero, la confessione di una malinconia.

Pablo Picasso, 1902-03, Femme accroupie, Stoccarda, Staatsgalerie

Protagonista del racconto è uno scrittore solitario, che indaga stupito e ironico lo spazio cittadino come fosse una foresta di simboli, un “botanico della città”, quello che Baudelaire e Benjamin chiamavano flâneur: a cercare il termine su Wikipedia troveremo due città accostate a questa strana attività – Parigi e Napoli. Non sarà un caso. Forse il coraggio di questa città non si estrinseca solo negli atti eclatanti, nelle trovate geniali, nelle solari esuberanze con cui rallega e diverte tutto il mondo da secoli … Forse, è arrivato il momento di celebrare la malinconia di questa città, l’inquietudine di questo mare in cui bisogna immergersi fino in fondo, finché non diventa amico, finché non arriva a bagnarla davvero, la città, restituendole la forza per un sorriso autentico. Buona lettura (S.C.)

Ma come, Napoli sotto la pioggia?

Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo 

di Sara D’Ippolito

Il mare non ha storia. La sabbia cancella i tuoi passi. I gabbiani non sanno chi sei…

Freddo. Vento. Pioggia a tratti. Sulla promenade che scorre lenta in faccia al Vesuvio uno scrittore solitario, vagabondo fuori stagione, si aggira in cerca di ispirazione, lo sguardo muto a osservare il profilo segreto dell’antica Partenope: il capo ad oriente, su a Capodimonte, ed il piede ad occidente, giù al promontorio di Posillipo, pausa del dolore delle ville d’otium romane. E ancora, passo dopo passo: Castel dell’Ovo. Mergellina. Palme scarmigliate e foglie secche in giro per l’aria umida rivelano storie dimenticate.

Francesco De Gregorio, Ritratto dell’ammiraglio Caracciolo

Francesco Caracciolo, ammiraglio dell’esercito delle Due Sicilie ed in seguito eroe della Repubblica Partenopea, venne impiccato nel 1799 dall’ammiraglio Nelson all’albero maestro della sua nave e gettato nelle acque del Golfo di Napoli.  Il cadavere riemerse e fu raccolto sul litorale di Santa Lucia. Il mare prende, il mare dà.

Carlo Knight racconta sul Corriere del Mezzogiorno “La vera storia della Colonna spezzata e il mancato monumento a Caracciolo “

Oggi alberghi vuoti d’avventure estive stingono malinconicamente le tinteggiature primaverili. Il mare avanza, il mare indietreggia. C’è anche chi si ostina a correre in pantaloncini attillati e ipod alle orecchie, ma sono in pochi. Lo scrittore annota, il mare cancella. Disperde le tracce. Il mare d’inverno è un film in bianco e nero per attori fuori stagione. Nel vuoto pomeriggio domenicale anche i turisti tedeschi rinunciano alle guide Routard. Tutto per sé resta il bagnasciuga. Il mare è grigio, blu, nero, verde a tratti, una massa d’energia incurabilmente in movimento che rimesta pensieri e ricordi. Una scritta su una pietra del lungomare afferma: “L’amore conta”. Ma tutti gli innamorati oggi si sono dati alla fuga. Anche i chioschi chiudono in fretta. E dai ristoranti sconsolati escono a fumare nella pioggia camerieri forzatamente ignavi.

Edward Hopper – Nighthawks (dettaglio)

E più l’anima si allarga al respiro del sale più sperduta si fa la figura del solitario testimone nella sera che avanza nel chiacchiericcio sfuocato dei passanti e in quell’odore di marine fritture di ristoranti che non lo conoscono e che lui non conosce. E lui che aspirava solo al sospeso silenzio del mare nel discendere al porto (pescatori ostinati erano di guardia alle reti ma fu un gabbiano quello che prese all’amo i suoi occhi e li lanciò nell’azzurro) si fa poi sorprendere a un tratto dal cielo quando cessa la pioggia e tutto si fa brillare di rosa e d’azzurro e le nubi si fanno tele d’un impressionismo d’altro secolo e lo sguardo vorrebbe farsi volo.

Cosa è la Malinconia, insomma?
Uno dei quattro “temperamenti” umani, diceva Ippocrate, padre della medicina (collerico, flemmatico, sanguigno gli altri tre), legato, secondo l’astrologo Antioco d’Atene, all’influsso di Saturno. E se sei di temperamento malinconico, Ippocrate consiglia di mangiare mandorle, mele dolci, asparagi, datteri, fichi, uva, more, e vino rosso.

Ma le cose hanno più eternità degli uomini. Anche se un pescatore in barca sa galleggiare placidamente all’orizzonte.

E se avessi una donna, pensa lo scrittore, verrebbe dal mare. Se avessi una donna, pensa, il vento le strapperebbe il cappello e le onde glielo porterebbero via. Solo una macchia rossa su fondo blu all’orizzonte. Ma niente sentimentalismi. Siamo qui per ascoltare, si rimprovera lo scrittore, non per raccontare. E le acque sono divinità gelose. Ma al tramonto i bambini schiamazzano liberi sulle loro biciclette o calpestano con violenza le pozzanghere che la pioggia ha creato sulla passeggiata del lungomare. 

Edvard Munch, Melancholy, 1894, collezione privata
… è sera. Sto camminando lungo la riva e la luce della luna filtra attraverso le nuvole. Un uomo e una donna camminano ora sul lungo molo verso la barca gialla, dietro di loro un uomo porta dei remi. […] Salgono in barca, lui e lei. […] La barca diventa sempre più piccola e le remate riecheggiano sulla superficie del mare. Io mi sento solo, piatto. Le onde si sollevano e si infrangono sul molo. Là fuori l’isola sorride nella tiepida nottata estiva …
(Edward Munch)

La Caracciolo era una pirocorvetta della Regia Marina che, dopo la radiazione, venne impiegata come Nave Scuola per scugnizzi. Varata il 18 gennaio 1869, compì il giro del mondo, totalizzando 35.374 miglia trascorse in mare, con scopi diplomatici, scientifici, addestrativi, commerciali ed idrografici, superando varie difficoltà e toccando spesso località scosse da guerre od epidemie. Attraversò il canale di Suez, costeggiò la Patagonia dove esplorò una baia non segnata sulle carte, che prese il nome di «Baia Caracciolo»dando nomi di membri dell’equipaggio a montagne, isole e scogli.

Più volte il comandante della nave aiutò membri in difficoltà delle comunità italiane di immigrati nelle controversie con le autorità locali, in occasioni di false accuse e casi sospetti. Emilio Salgari, tra l’altro, ne trasse spunto per i suoi racconti. Nel 1895, ormai vetusta, venne privata dell’apparato motore.

Nel 1913, ormai destinata alla demolizione, venne donata alla città di Napoli per farne una nave scuola (o «nave asilo») per il recupero di bambini e ragazzi abbandonati, per sottrarli a miseria e delinquenza. Per alcuni decenni gli scugnizzi napoletani vennero pedagogicamente trasformati sulla nave Caracciolo in sani marinaretti, una “Montessori del mare” che poi l’Opera Nazionale Balilla nel 1928 inglobò. Il mare si gonfia, il mare cala. 

Domenico Fetti, La Meditazione, 1618, Gallerie dell’Accademia di Venezia
C’è una malinconia che viene dall’ozio, una malinconia che viene dall’accidia … e poi, ci dicono, c’è la malinconia che porta a distinguere tra vanità ed essenza, e ci accompagna verso la conoscenza …

E mi chiedo, pensa lo scrittore, se le onde recano in sé le tracce e il mistero del tempo, come rughe invisibili impresse nel cuore di un uomo. E già si srotola come ogni sera la pellicola del mare e delle luci sul molo. Ma vuota resta la sabbia di asciugamani e di risa. E lo scrittore solitario ancora e ancora prova a cogliere di sorpresa il giorno prima che giunga la notte. Ma l’occhio s’inganna e la prima stella è già apparsa. Fa niente. Lo scrittore triste avanza in cerca di storie nascoste fra i ciottoli dei viali abbandonati della Villa comunale.

Giorgio de Chirico, Mistero e malinconia di una strada, 1914, New Canaan (Connecticut), Collezione privata.

… Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone …
E. Montale, I Limoni, 1925, estratto

La stazione zoologica nella Villa Comunale venne fondata nel 1872 dallo scienziato tedesco Dohrn.Al suo interno si trovaun acquario, il più antico d’Italia. Dohrn fu scienziato e sognatore, studioso della fauna marina. Concepì un piano per coprire il globo terracqueo di una rete di stazioni di ricerca zoologiche, analogo alle stazioni ferroviarie, dove gli scienziati avrebbero potuto fermarsi, fare osservazioni e condurre esperimenti, prima di spostarsi verso la stazione successiva. Fu questa l’opera di tutta la sua vita.

Così scrisse verso la fine dei suoi giorni: “Certo l’impresa divora le mie migliori energie, i miei migliori interessi, ma pure è così grandiosa, assume delle proporzioni così gigantesche da darmi una felicità immensa… Ecco io m’illudo che il vero scopo della mia vita sia stato quello di creare questo grande laboratorio. Eppure non è vero. Volevo qualcosa di diverso. Chissà se ci arriverò? Volevo creare spiritualmente, vivere spiritualmente, concludere la mia esistenza in un’atmosfera di civiltà interiore. Ma ai tempi nostri ciò è più difficile di prima: la selvaggia, precipitosa vita di oggi trascina via anche chi voglia opporre resiste ma … Lo trascina, Dio sa dove”. Il mare è creatura, il mare è metafora. 

La Stazione Zoologica Anton Dohr ha riaperto i battenti nel febbraio 2020, appena prima della chiusura di tutto. Consigliamo di esplorare il sito , attraverso tartarughe, squali e coralli, seguendo la scia del fumo del sigaro di Felix Anton Dohrn

Sotto il calore artificiale di uno di quegli strani funghi a gas, seduto a un tavolo per fumatori irriducibili e amanti dei paesaggi a ogni stagione e temperatura, stancamente riflette ormai l’intirizzito scrittore sul malinconico scarto che c’è fra i bar visti da fuori e vissuti da dentro. E chissà perché poi sulla riva del mare non ci sono mai chiese aperte per pregare. Trovi solo bar per sedere e fantasticare.

Geertgen tot Sint Jans, San Giovanni Battista, 1490 ca, Berlino, Staatliche Museen

… e se il bar fosse solo l’anticamera dell’eremitaggio?

Eppure ci sono chiese sulla cima dei monti. E anche eremi e monasteri. E mi ricordo che vissero sulla riva del mare 12 pescatori di pesci che poi divennero pescatori di uomini … Ma ormai si è fatta sera e salpano festose le navi da crociera inghirlandate di luci colorate. 

La Madonna della gatta è un dipinto eseguito da Giulio Romano tra il 1522 e il 1523, probabilmente su disegno di Raffaello, e conservato nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli.

La Perla è un dipinto di Giulio Romano su disegno di Raffaello, databile al 15181520 circa e attualmente conservato nel Museo del Prado di Madrid.

La Malinconia della Preveggenza. Ecco come Raffaello attraverso Giulio Romano, ci racconta il misterioso paradosso, triste e luminoso, di chi sa: la nonna e il padre putativo del Bimbo, ne intuiscono il destino crudele, ma anche il miracoloso riscatto finale.

Santa Restituta, patrona di Napoli, vergine e martire, nacque in Africa.Nell’anno 284 la giovane venne flagellata crudelmente quindi venne posta su una barca carica di stoppa. La vecchia barca priva di remi e di vele venne rimorchiata al largo della costa e qui venne appiccato il fuoco. Le fiamme risparmiarono però il corpo della giovane. La leggenda racconta che apparve allora un angelo del Signore e le sue ali sospinsero la barca fino all’Isola di Ischia, alla Baia di San Montano, dove miracolosamente attraccò. In breve sui declivi dell’isola si diffuse un nuovo profumo: sulla sabbia fiorirono i gigli.Il mare consuma, il mare consola. 

Santa Restituta
La Madonna delle conchiglie …

Intanto i gabbiani zampettano sicuri sulla sabbia e i gatti hanno fatto propri i pietroni deserti. Un armonico accordo fra il regno minerale e quello animale che solo il ballonzolare furbesco di un topo losco può turbare. Ma ci pensano le onde a ricreare l’armonia disegnando pennellate di luce sullo specchio cupo delle acque. Per oggi basta. Niente più storie verranno dal mare. 

Al fondo del canto più triste del mondo c’è un segreto, e riguarda l’arte della felicità
Play!

It’s rainin’, it’s stormin’ on the sea… I feel like somebody has shipwrecked for me” suona un blues nella testa dello scrittore. Il mare è ora quieto, il mare è placato.

L’arte della Felicità
ovvero Napoli sotto la pioggia,
ovvero il miracolo dell’arte a cavallo di un gabbiano.

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Archivio Rai film completo

per approfondire il tema della malinconia rimandiamo a questo articolo

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Donne nella storia di napoli Storia di Napoli tradizioni napoletane

Donne che salvano i libri: quando a Napoli le biblioteche vinsero sulle bombe

Le vite parallele di Maria Bakunina e Maria Castellano Lanzara, custodi e protettrici durante la guerra del più prezioso patrimonio partenopeo – quello della cultura.

Questa è una vera e propria settimana mirabilis per le donne di tutto il mondo: appena spenti gli applausi per Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna, premi Nobel della Chimica per il loro “sistema taglia-e-incolla” (!) del DNA … e subito si riaccende l’entusiasmo per la poetessa Louise Glück a cui viene assegnato il prestigioso premio svedese per la Poesia. Un riconoscimento che ci trova tanto più liete in quanto proprio l’eroico libraio-editore napoletano (e caro amico) Raimondo di Maio con la sua Dante&Descartes ha proposto, primo e unico in Italia, le sue straordinarie poesie. Non finisce qui. Sabato inaugura alla National Gallery di Londra la grande mostra dedicata alla pittrice Artemisia Gentileschi. Alla sua contemporanea napoletana Annella di Rosa avevamo dedicato poco tempo fa un articolo in cui la scrittrice Sara D’Ippolito ci ha narrato la sua vita in parallelo con quella di Jeanne Hébouterne-Modigliani. Caso o destino vuole che a giorni, dal 12 al 14 ottobre, sarà visibile nelle sale italiane il film “Maledetto Modigliani” dedicato anche alla pittrice e musa del “maledetto” Amedeo.

Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna
Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna

In questa settimana di così grandi e vaste celebrazioni per l’animo e le conquiste femminili, noi torniamo invece nei pochi isolati napoletani che circondano il Museodivino e la Dante&Descartes, che oltre a pubblicare le opere di Luise Gluk ha anche dato alle stampe i libri di una delle mirabili signore di cui ci occupiamo oggi (di nuovo: un caso, un destino, o un semplice germogliare dei semi piantati nella buona terra?). Sara D’Ippolito ci racconta infatti la vita di Maria Bakunina, e Léa Vagner quella di Maria Castellano Lanzara: due figure straordinarie che, a pochi metri di distanza, senza forse nulla sapere l’una dell’altra, compirono quei necessari atti eroici che non ricevono riconoscimenti né applausi, ma solo la gratitudine delle generazioni future. Buona lettura (S.C.)

attenzione! se leggendo questo articolo vi verrà voglia di visitare la Biblioteca Universitaria di Napoli, ogni primo sabato del mese e durante le Domeniche di Carta potrete essere accontentati … ma questa domenica (buon segno) è tutto sold-out!

La Biblioteca Universitaria di Napoli, vero fulcro del nostro viaggio di oggi
Cliccando sull’immagine troverete un bel video di presentazione della biblioteca

Il coraggio e il rigore russo a difesa del patrimonio culturale italiano: Maria Bakunina

di Sara D’Ippolito

Napoli, 1943, i tedeschi danno fuoco ai libri nelle biblioteche universitarie. Una donna. Sola, le braccia incrociate, lo sguardo dritto, il taglio degli occhi vagamente straniero siede tranquilla in prossimità delle fiamme nel cortile della biblioteca della facoltà di chimica. Non servono discorsi, non servono gesti inconsulti: il comandante tedesco, ammirato da tanto coraggio, dà ordine al suo plotone di ritirarsi. La donna si chiama Maria Bakunina, ed è la figlia del rivoluzionario e filosofo Michail Bakunin.

Michail Bakunin ritratto dal fotografo Nadar

“Le cose più serie e importanti di quante ve ne sono al mondo”

di Léa Vagner

Stessa città, stessa epoca, altro grande gesto di protesta contro la volontà di distruggere preziose tracce del passato. Questa volta però, non si tratta di una protesta muta bensì di condurre camion pieni di casse contenenti le opere della Biblioteca Universitaria di Napoli al riparo delle bombe nelle abbazie dell’Irpinia. Approfittando della posa di una targa a suo nome nello scorso luglio, e della pubblicazione a cura dell’editore Dante&Descartes delle sue memorie di Benedetto Croce, ricordiamo oggi anche Maria Giuseppina Castellano Lanzara, la storica direttrice della Biblioteca Universitaria di Napoli. Per la sua determinazione nel difendere l’accesso alla cultura in un posto che, secondo le parole di Benedetto Croce in occasione della sua ultima visita nel 1948 “invita veramente allo studio”, il quale ritiene assieme al raccoglimento “le cose più serie e importanti di quante ve ne sono al mondo” .

Benedetto Croce che, certamente, leggeva molto

Maria Bakunina arriva a Napoli

Maria Bakunina nasce in Siberia a Krasnojarsk il 2 febbraio 1873 dal rivoluzionario là deportato e da Antonina Kwjatkowskaja, figlia di un altro deportato politico polacco. Con la famiglia riesce a fuggire in Europa, prima in Svizzera a Berna, dove nel 1876 muore il padre, poi a Napoli con la madre e i fratelli Carlo e Sofia. Qui prendono alloggio in una villa di Capodimonte di proprietà del noto socialista l’avvocato Gambuzzi, che in seguito sposerà Antonina Kwjatkowska.

Maria Bakunin

Matrimonio di un matematico napoletano

Maria studia all’Università di Napoli, dove diviene giovanissima «preparatore» nei laboratori dell’università napoletana e dove si laurea nel 1895 con il massimo dei voti con una tesi sulla stereochimica. Poco dopo sposa Agostino Oglialoro-Todaro, direttore dell’Istituto di Chimica Generale dell’Università di Napoli. La sorella Sofija Bakunin sposerà il noto chirurgo napoletano Caccioppoli, da cui avrà nel 1904 un figlio, Renato, figura di primo piano nella matematica italiana del ‘900, professore universitario geniale ed eccentrico (è lui che è dedicato il film di Mario Martone Vita di un matematico napoletano).

Renato Caccioppoli

Un’altra Maria arriva a Napoli

Nata a Trani nel 1900 da genitori napoletani, Maria Giuseppina Castellano Lanzara torna nella città partenopea dopo pochi anni quando la madre rimane vedova. Lì si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, dove si laurea con successo prima di vincere un concorso pubblico nelle biblioteche governative a 32 anni. Dopo una breve esperienza a Firenze, si insedia a Napoli dove rimarrà per quasi un trentennio.

Maria Giuseppina Castellano Lanzara

Maria è professore

Tra il 1909 e il 1940 Maria Bakunin insegna Chimica applicata, Chimica tecnologica organica e Chimica industriale presso la Scuola Politecnica di Napoli, contribuendo con le sue ricerche ai progressi della chimica moderna. Dal 1940 ricopre il ruolo di professore di Chimica organica presso la Facoltà di Scienze della Università di Napoli: è una delle prime docenti donna.

Maria diventa direttrice

All’arrivo di Maria Giuseppina Castellano Lanzara alla direzione della Biblioteca Universitaria di Napoli, l’edificio rischia già la chiusura. Qualche anno prima infatti, nel 1930, un grave terremoto non aveva fatto  altro che indebolire ulteriormente una struttura già precaria. Le opere che costituivano la ricca biblioteca avrebbero dovuto essere distribuite tra varie Facoltà per preservarne l’integrità. Ma la neo direttrice si oppose e si diede da fare proprio per salvaguardare quella che un tempo era stata la biblioteca più grande d’Italia. 

Uno dei due testi di Maria Giuseppina Castellano Lanzara pubblicati dalla Libreria Dante&Descartes

Signora vs Guerra 1-0

Forte e volitiva, Maria Bakunin gode di prestigio fra i colleghi, ed è molto temuta dagli allievi e dai collaboratori; abita in grandi locali attigui alla facoltà e si racconta che la mattina quando la vedevano arrivare l’istituto appariva all’improvviso straordinariamente operoso.

Morte di un matematico napoletano: anche gli scienziati mangiano sulle tovaglie a quadretti. Ma perché non c’è Maria a questa tavolata?

Innumerevoli sono gli aneddoti legati alla sua audacia: nel 1938 mentre Mussolini era in visita a Napoli il nipote Renato Caccioppoli tenne un discorso pubblico contro di lui e contro Hitler in presenza della polizia segreta fascista facendo suonare la marsigliese da una piccola orchestra. Fu arrestato (e non era la prima volta) ma sua zia, la Bakunin, riuscì a farlo scarcerare convincendo le autorità dell’incapacità di intendere e di volere del nipote.

Il cortile delle statue nella Biblioteca Universitaria di Napoli è anche set del film Morte di un matematico napoletano (clicca sull’immagine per scoprire la teoria di Caccioppoli sul rapporto tra Vita e Parola)

Sempre nel 1943, l’anno della sua muta difesa della biblioteca universitaria, nella città bombardata, senza acqua, luce e gas, ottiene stavolta dagli ufficiali militari alleati alcool e ovatta, per far funzionare le attrezzature del suo laboratorio. Migliaia di litri di alcool e centinaia di chili di ovatta riempirono via Mezzocannone. Batuffoli di ovatta imbevuti di alcool servirono a riscaldare le provette mentre bruciatori alimentati ad alcool facevano funzionare le attrezzature e i gruppi elettrogeni. Gli ufficiali furono molto generosi con la Accademia Pontaniana con regali di libri e denaro adoperandosi perché l’Accademia non divenisse un alloggio per le truppe.

Bimba vs Bomba 1-0

Signora vs Guerra 2-0

Qualche metro più a sud, la Biblioteca Universitaria di Napoli rischia la distruzione in ogni momento. Senza curarsi dei rischi, Maria Giuseppina Castellano Lanzara insieme a qualche valoroso impiegato fa trasportare via camion le opere ritenute più preziose: dall’Abbazia di Montevergine fino a Minturno, molti volumi vengono messi al riparo dalle bombe che piovono sulla città martoriata.

Ma lungi dalla coraggiosa donna l’idea di lasciare una città abbandonata a sé stessa: se quelle che vengono spostate sono opere di notevole valore, tutte le altre sono a disposizione dei cittadini. L’accesso ai libri, “sopra tutte le cose espressione di civiltà, strumento di elevazione umana” secondo Benedetto Croce, proprio in questo periodo, diventa una priorità e Maria Giuseppina Castellano Lanzara prende la decisione di lasciare la biblioteca aperta. E, probabilmente desiderosa di mantenere un tale luogo neutrale, rifiuterà anche l’occupazione dei locali da parte delle forze armate, per cui scriverà varie lettere al colonello Kraege che finirà per cedere alle sue ripetute richieste.

La Coraggiosa Presidente

Maria aveva rivelato un carattere forte e generoso fin da giovinetta. Una volta, passeggiando per via Toledo in calesse con i fratellini, riuscì a domare il cavallo improvvisamente imbizzarrito. Un’altra volta, quando la sorellina Sofia cadde in un pozzo di Capodimonte si fece calare essa stessa nel pozzo riuscendo ad afferrarla per i capelli.

Benedetto Croce oltre a leggere e scrivere, talvolta fumava.

Coraggio e rigore che le valsero la nomina a presidentessa dell’Accademia Pontoniana per opera di Benedetto Croce. Lo stesso filosofo scrive  alla prima pagina del Volume I degli Atti dell’Accademia il 13 Gennaio 1949: “Nel 1934 il governo fascista, che si era dato a immischiarsi nelle cose delle accademie e a imporre a queste giuramenti politici, pensò addirittura di sopprimere la Pontaniana. Rammento che il provvedimento fu così bene eseguito che la biblioteca contenente circa 3800 volumi rimase abbandonata, in preda di chiunque entrasse nell’edificio di Tarsia…  Nove anni dopo, nel 1943, nei pochi giorni che le soldatesche germaniche tennero Napoli e dintorni, furono da queste, per vendetta e con freddo proposito, bruciate, insieme col nostro glorioso e secolare Archivio di Stato, le biblioteche della Società Reale e della Pontaniana. Ciò non ostante, l’anno appresso, 1944, l’Accademia, spoglia di tutto, spiritualmente risorse, raccolse i suoi vecchi soci, ne nominò di nuovi, ed ebbe forze giovani a sua disposizione sotto la presidenza della chimica Maria Bakunin.”

L’Accademia Pontaniana, forse la più antica accademia d’Italia. Fondata in pieno Rinascimento, venne chiusa due volte nel corso della storia: nel 1542 da Don Pedro de Toledo che ne temeva le spinte antispagnole, e nel 1934 dal regime fascista che (con la scusa di un cavillo formale) voleva mettere a tacere le prestigiose voci che ne animavano la direzione.

Maria Bakunin, Marussia per gli amici, la Signora per gli altri era temuta da tutti. Ma in una sessione di esami del 1941 un ufficiale in divisa si presentò a sostenere l’esame di chimica organica (secondo una disposizione Ministeriale i militari in divisa godevano di molte agevolazioni e non potevano essere bocciati). La Signora l’apostrofò: cosa fa lei qui così travestito? L’ufficiale, sentendosi offeso, mise mano alla pistola e solo l’intervento tempestivo ed intelligente di un docente evitò una tragedia.

Dopo la morte del marito avvenuta il 21 giugno 1923 continuò la sua vita solitaria tutta dedicata allo studio e all’insegnamento all’Istituto Chimico. La Bakunin era molto dura ed esigente con il personale dell’istituto. In una sua pubblicazione scientifica nell’angolo destro in alto è scritto: “prendere a calci Vincenzino (il custode) perché non si è fatto le basette”. Ma se qualcuno di loro si ammalava allora correva a visitarli ed ad assisterli. La sua casa ampia ora vuota era abitata solo dai gatti che le facevano compagnia anche a tavola. I pasti (raccontano gli ospiti) erano frugali, il caffè di semi da lei stessa tostati. Nonostante ciò, durante la guerra autorità civili, militari e religiose sedettero al tavolo della Bakunin o vennero semplicemente per aiuto e consiglio.

Dopo una vita dedicata allo studio e alla ricerca Maria Bakunina muore nel 1960 e viene seppellita al cimitero di Poggioreale (zona russa, tomba di famiglia dei Bakunin-Gambuzzi). La ricordiamo con rispetto.

L’Illustre Bibliotecaria

Se nella sua breve pubblicazione “L’ultima visita di Benedetto Croce alla Biblioteca Universitaria di Napoli” ricorda volentieri lo storico come un Illustre Visitatore, siamo noi oggi a ricordare Maria Giuseppina Castellano Lanzara come l’Illustre Bibliotecaria che ha saputo salvaguardare quella che è tutt’oggi una delle biblioteche più ricche e importanti d’Italia con circa 900.000 volumi.

Esplorate, esplorate con passione il sito della Biblioteca Universitaria di Napoli!

Ecco alcuni dei titoli del fondo Imbriani, arrivati fino a noi grazie a Maria Castellano Lanzara: Istoria della vita e morte di un famoso bandito Giuseppe Mastrillo accaduto al 1725. ; Istoria delli Spicciarelli dove si raccontano le prodezze fatte da un padre, e cinque figli quattro maschi ed una femina di Ponte vicino Sessa.; Contrasto curioso nel quale s’intende quali siano più gravi tormenti o la fame, o l’amore

Ed è proprio a quella donna, dedicatasi anima e cuore all’accesso libero alla cultura nei momenti più bui della sua epoca che il sindaco Luigi De Magistris dedica queste parole: “la città di Napoli arranca nell’ordinario, ma nei momenti difficili sa esattamente dove andare senza dimenticare le sue profonde radici”.

Benedetto Croce cerca di risolvere il problema del rapporto tra Vita e Parola sollevato da Caccioppoli. Forse basta usare le due mani?

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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.

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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.

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arte spirituale Diario del Lockdown Teatro Museodivino Ensemble

Erasmo da Rotterdam al Museodivino: non sapevo che fare!

L’Elogio della Follia nato da un noioso lockdown

Cosa succede quando siamo costretti a stare chiusi in casa per lunghi periodi, senza poterci dedicare al lavoro né allo svago? Una domanda che qualche mese fa sarebbe parsa forzata e oziosa, e che invece ci ha investito tutti come un uragano … Che fare quando non puoi fare nulla? Una bella risposta ci arriva a distanza di cinquecento anni dall’Olanda: durante il lockdown si può scrivere un vero e proprio bestseller, un libro che influenzerà l’intera civiltà e che sarà ricordato nei secoli. Quanti di noi ci hanno provato? 

Erasmo confessa: cos’altro avrei potuto fare?

L’Elogio della follia, scritto nel 1509 da un Erasmo da Rotterdam poco più che quarantenne, è un titolo che tutti conoscono, ma pochi sanno che fu scritto nell’arco di poche settimane proprio in seguito a un ritiro forzato.

« Cos’altro avrei potuto fare? », scrive Erasmo stesso in una lettera del maggio 1515 in cui ricostruisce le circostanze della sua creazione più nota «Tornato dall’Italia, dimoravo in quei giorni presso il mio caro Moro, e un dolore di reni mi tratteneva in casa da un bel po’ di giorni. La mia biblioteca non era stata ancora portata, e, anche se lo fosse stata, la malattia non mi permetteva di occuparmi con una certa concentrazione dei miei studi più impegnativi. Cominciai allora, nel tempo libero, a comporre lo scherzo letterario dell’Elogio della Follia, non con l’intenzione di pubblicarlo, ma per trovare sollievo dai fastidi della malattia con quello che definirei un passatempo. Mostrai un saggio dell’inizio dell’opera a certi miei cari amici, affinché il divertimento, condiviso, fosse maggiore. Ed essendo piaciuto molto, insistettero perché lo continuassi. Accondiscesi, e dedicai a questo lavoro più o meno sette giorni (un impiego del mio tempo che mi sembrava davvero eccessivo rispetto al peso dell’argomento)» 

Hieronymus Bosch, Estrazione della pietra della follia, olio su tavola (48×35 cm) , 1494 cs, Madrid, Museo del Prado.

L’Elogio della Follia: il bestseller del Cinquecento

L’Elogio della follia fu uno dei più grandi successi letterari del secolo: letto ovunque in Europa, fu tradotto in varie lingue ed ebbe numerosissime edizioni e imitazioni. L’autore stesso rimase sbalordito dalla risposta dei lettori a quello che per lui era poco più che uno scherzo. Per gli studiosi, i teologi, gli appassionati di storia della filosofia e della religione, molte altre sono le opere e i motivi per cui egli viene ricordato. Prima fra tutte, la disputa sul libero arbitrio che contraddistinse il suo rapporto con Lutero, di cui condivideva le critiche alla Chiesa ma non questo punto essenziale nella concezione dell’uomo. Ma anche la sua critica alla guerra come “offesa alla ragione umana” che viene letta con entusiasmo da quanti ne condividono la condanna alla violenza e alle armi…

Erasmo da Rotterdam vs Lutero: a voi la sentenza. L’uomo è libero? E siete sicuri che la vostra risposta non sia già scritta?

Soldati spirituali, proverbi, traduzioni

… I suoi testi sull’ideale della vita cristiana, in cui il monaco è additato come esempio di “soldato spirituale”, un esempio che Erasmo stesso elogia ma che non seppe né volle seguire concretamente. E ancora, la sua raccolta di proverbi dall’antichità alla contemporaneità, scelti e commentati, che inizia nella prima edizione con 818 proverbi e ne annovera, nell’ultima del 1536, più di quattromila. C’è la sua straordinaria opera di traduttore dei testi sacri, per la quale studiò il greco in pochissimi anni, considerando «il colmo della follia anche solo accennare a quella parte della teologia che tratta in particolare del mistero della salvezza, se non si è padroni anche del greco».

Illustrazione della Bibbia di Lutero, che include la traduzione del Nuovo Testamento di Erasmo

Famoso per la follia

Ben oltre la follia e il suo satirico elogio spazia dunque l’opera di Erasmo, ma accade a volte agli scrittori e ai grandi artisti proprio questo: che la loro fama si concentra nell’opera a cui meno avevano fatto attenzione, su cui meno avevano contato per lasciare traccia imperitura sulla terra. A dimostrazione, una volta ancora, che “lo spirito è libero e soffia dove vuole”. E anche, aggiungiamo, quando vuole e quando meno ce lo aspettiamo: per farci fare, quando non possiamo fare nulla, la cosa più importante della nostra vita.

Erasmo da Rotterdam, dipinto da Hans Holbein, reso pop dal folle web
Schizzo della mano di Erasmo da Rotterdam
Hans Holbein, Disegni e illustrazioni, 1523, 20.6×15.3 cm, Parigi, Louvre

Erasmo vi porta a teatro

Vi aspettiamo tutti i giovedì di luglio alle 21.30 al Museodivino per lo spettacolo a cura di Museodivino Ensemble tratto dall’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam. Ingresso libero con donazione a piacere, inclusivo per chi vuole della visita al museo e di calice di vino. Numero massimo di partecipanti: 10. Prenotazione fortemente consigliata con whatsapp al n 3394640080

🌹 Vi aspettiamo giovedì 2 luglio alle 21.30  🌹 Museodivino Ensemble presenta “Senza follia non si può proprio vivere” 🌹 Erasmo da Rotterdam risponde alla domanda sul senso della vita, alle 21.30 per 10 spettatori 🌹Ingresso libero con contributo volontario a fine spettacolo, inclusivo per chi vuole di visita al museo e aperitivo 🌹 ultimi posti disponibili, affrettatevi a prenotare! 🌹 Via San Giovanni Maggiore Pignatelli 1b Napoli 🌹 WhatsApp 3394640080

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Storia di Napoli tradizioni napoletane

Noci e nocillo, tra sogno e destino

Un racconto di Nino Leone per il primo compleanno di Museodivino

Buon compleanno Museodivino! Iniziamo questa giornata di festeggiamenti con un graditissimo regalo del caro Nino Leone , che poco prima della chiusura di marzo ha incantato gli ospiti del museo con i suoi studi sul Carnevale. Oggi condivide con noi il dolce e fiabesco amarcord della notte di San Giovanni: la raccolta delle noci, i sogni per il futuro. Proprio per questa tradizione fu scelta la data del 24 giugno per inaugurare il museo un anno fa, in omaggio alla straordinaria Divina Commedia in guscio di noce qui custodita . Dalle 16.30 porte aperte al Museodivino, vi aspettiamo!

La Divina Commedia in guscio di noce custodita al Museodivino

Nocillo di San Giovanni, che sarà di me?

“Il 24 giugno, solstizio d’estate e per la tradizione cristiana ricorrenza di San Giovanni Battista, è sempre stata una giornata, e una nottata, particolare. A questa giornata e al santo, fin dai tempi più antichi, sono stati dedicati riti e manifestazioni dai molti significati in ogni paese. Festeggiamenti pubblici e privati, divinazioni, fuochi, cresime di massa e nocino: San Giovanni ha imperturbabilmente mostrare di gradire.
Gradevole sorpresa arrivare a Modena e scoprire anche lì, un consolidata devozione verso il liquore di noci di cui, alcune farmacie del centro e soprattutto antichi negozi di coloniali fuori città, – di quelle che ancora sentono di vaniglia e cannella – a dispetto delle più moderne tecniche, continuano, con meticolosa e certosina pazienza, a preparare la ricetta pestando gli ingredienti per conciare l’infuso in tintinnanti mortai di bronzo. 
Per un buon nocino, è d’obbligo perpetuare anche il rito suo rito e annesse liturgie, benché presto saranno non più necessarie. 
La levata è prima delle cinque, immersi nell’odore fortissimo di stoppie secche, per portarsi subito al “pasteno” delle noci, col sole radente sulle foglie più larghe magicamente trasformate, con un abile intreccio degli steli in un ampio cappello. Ventitré teneri malli di noci nuove, tanti ne occorrono per insaporire un buon litro di spirito, ma non ci giurerei sul numero: la biodiversità antropologica italiana dice perfino ventissette. Sembrano pochi, eppure non cadono così velocemente nel sacchetto come si desidererebbe: bisogna saltare, abbrancare, sfrascare e, se possibile, non fare troppo danno alla pianta e ad altre colture. 
Solo così prima di mezzogiorno potranno finire a tranci nell’alcool e lasciarsi consumare per quaranta giorni scaricando tra iodio e sole una mistura capace di annerire San Giovanni, anima e barba. Eh già, sarà l’autunno ad amalgamare la volatilità dell’alcool con le fragranze di chiodi di garofano e cannella, zucchero e caffeina. Ci penserà infine l’inverno a far scendere di livello la bottiglia; a far rimpiangere l’infuso dell’anno prima, a mettere buona speranza in quello del prossimo.

Ci penserà infine l’inverno a far scendere di livello la bottiglia …

Il rito di San Giovanni

Fino a ieri, per questa notte, era anche tradizione mettere «alla serena», cioè all’umido della notte, una brocca di vetro colma d’acqua; dentro si versava del bianco d’uovo o del piombo fuso. Di mattina, il primo pensiero, e nessuno avrebbe potuto impedirlo, era per la brocca: tutti di corsa, a spiare il risultato. Eppure, quell’ieri era un tempo senza troppi mezzi di comunicazione, e soprattutto senza i ripetitivi fotoromanzi della televisione, e poiché gli uomini non sanno vivere senza storie, ci furono tempi in cui ognuno se le fabbricava con i mezzi che poteva.
Ne correvano di avventure davanti al naso schiacciato contro il vetro di caraffe barocche nella speranza di afferrare con l’ingenuità di uno sguardo, in una battuta di ciglia, il fascino e persino l’ombra dell’insondabile mistero che attraversava la mente, e si perdeva dietro le sartie e le vele che l’albume, all’insaputa di tutti ma con l’aiuto di San Giovanni, aveva saputo intrecciare durante la notte. Su quella barca sfocata, varata senza nome, se ne andavano i sogni di molti, grandi e piccoli, e a seconda di chi leggeva, si lenivano passioni, si sopivano angosce: il figlio sotto il militare, la figlia emigrata in Argentina, il fidanzato che tarda a trovare, la penultima di casa, la più malandrina, la bonafficiata mancata per un numero. 
Il rito era semplice, ma carico di significati, e insegnava anche a chi era piccolo a riflettere e interrogarsi sul futuro, a prendervi la dovuta confidenza, a pensare al domani come a un lungo, possibile e sopportabile sogno. Tutto sommato serviva a sdrammatizzare tutto sommato, le ambasce della vita affidandole alla vela del tempo e, perché no, alla protezione del Santo…
Eppure la cosa non sempre è stata proficua.

… le sartie e le vele che l’albume, all’insaputa di tutti ma con l’aiuto di San Giovanni, aveva saputo intrecciare durante la notte …

Che la festa abbia inizio!

C’è stato un periodo nella storia di Napoli in cui per questa giornata si organizzavano in città grandi festeggiamenti con fervida e massiccia partecipazione popolare, come sempre si è contraddistinto lo spirito partenopeo.
Al tempo in cui la città era amministrata da Piazze e Sedili, l’Eletto del Popolo indiceva a nome del “sieggio pittato”, espressione appropriatamente colorata per indicare il Sedile del Popolo, una grande festa ricca di cibarie e celebrazioni, con carri allegorici e ingegnosi altari cittadini, e riceveva in pompa magna il viceré «come in propria dimora». Cavalcando al suo fianco, insieme a lui visitava gli «istraordinari e magnifici apparati», le allegorie delle quattro stagioni. «Alle piazza Larga vi era un giardino con fiori e fontane che rappresentava la primavera; alla Sellaria un palazzo con giardino, con frutta e peschiera per l’estate; al Pendino, per la vendemmia vi erano uomini in veste di vendemmiatori che motteggiavano le dame di passaggio: erano la raffigurazione dell’autunno, mentre per l’inverno vi erano alla porta del Vino macellai che facevano vista di uccidere maiali e fabbricare salsicce». 
Sotto i moti, durante la visita del duca di Medina alla festa approntata «dall’eletto Nauclerio con più solenne apparato del solito, per dare a vedere che il popolo della città stava pago e contento del governo del duca», nel mezzo della parata, il viceré a cavallo, la viceregina in seggetta, si scatenò un temporale di tale violenza che tornarono a palazzo inzuppati fradici. Per la stessa festa, ogni sei anni si ergeva un catafalco a memoria dell’antico sedile del popolo fatto distruggere dagli aragonesi. Anche questa era un’occasione per giostre, giuochi «di lance all’anello» e grandi tavolate in cui «i cuochi spiumavano oche, scannavano maiali, scorticavano capretti, lardellavano arrosti, schiumavano pentole, battevano polpette, imbottivano capponi e facevano mille bocconi ghiotti».

I nostri libri preferiti di Nino Leone, accompagnati dall’immagine di un presepe del Museodivino: in calice, per brindare, e decorato come di lava del Vesuvio!

Ringraziamo ancora Nino Leone per il suo racconto, e auguriamo a tutti gli amici del Museodivino una buona festa … Vi aspettiamo nel guscio di una noce!

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Santa o strega? Guerriera: Matilda e Dante a difesa del sogno

Diario del Lockdown 3.1

Un po’ per scherzo ci è capitato di indicare nella figura di Matelda, la bella donna che Dante incontra nell’Eden, la nostra guida per traghettarci nella strana “fase 2”: là dove ciò che era permesso non era chiaro, ciò che non si doveva era ambiguo, e dove il desiderio di libertà si mescolava indissolubilmente alla sensazione che forse quel che volevamo fare fosse ancora troppo pericoloso per goderlo pienamente … 
🌟 La risposta dei nostri lettori è stata così entusiasta che oggi, alle soglie della nuova fase di apertura completa, vogliamo affidarci ancora una volta alla traccia narrativa della Divina Commedia: le contraddizioni normative e legislative non mancano, la paura di ricadute è ancora forte, e il nostro passo è tuttora incerto … cosa accadrà adesso? 
💙 Ecco la speranza che ci guida: tra poco, Dante potrà incontrare Beatrice. Non ce ne voglia il Poeta se rubiamo la sua Musa e la trasformiamo nel nostro sogno collettivo: quello in cui i fiumi e i mari restano puliti, l’aria del mattino fresca e silenziosa, la coscienza delle proprie responsabilità individuali verso l’intero cosmo continua a vibrare in ognuno di noi. Non sarà semplice confrontarsi con questo sogno, verso cui nessuno di noi è del tutto innocente: e infatti il primo dialogo tra Dante e Beatrice è acuto, aspro, doloroso (ce lo racconterà presto l’amato Borges). Ma la dolcezza che ci aspetta è tale che, contro ogni pigrizia e sfiducia, decidiamo una volta per tutte di lottare per raggiungere la nostra Beatrice e realizzare questa “normalità paradisiaca”: fuori e dentro di noi. 
🐬 E dunque oggi, per salutare questo momento storico, Museodivino vuole omaggiare ancora la bella Matilda raccontando la vita della donna che molto probabilmente ha ispirato la sua figura, Matilde di Canossa. Regina, guerriera, diplomatica, santa o strega: una figura femminile di fortissimo spessore, che Dante ha forse trasfigurato nel suo Paradiso Terrestre ormai deserto a simbolo di tutte le contraddizioni del rapporto tra bellezza, poesia e spiritualità. E che forse, dal confine tra storia, mito e letteratura, ci ha protetti tutti con la sua solitudine, il suo canto e i suoi fiori: a ricordarci che la libertà ha da essere completa, e completamente responsabile, oppure non è nulla. 

Il suo cavallo parea quasi superbo di portar la bella guerriera: Matilde di Canossa tra storia e fantasia

🌹 “Vincitrice di re e di quanti ti furono ribelli, le genti di tutto il mondo ambivano il tuo consiglio e vedere il tuo volto splendente: a tutti tu davi risposte e tutti onoravi”. Come avrebbe reagito l’autore di questa citazione, il monaco benedettino Donizone, se avesse saputo che la sua epoca sarebbe stata ingiustamente chiamata i “rozzi secoli”, mentre spiccò proprio in questo periodo colei che illuminò l’Italia per quarant’anni? Forse è in parte grazie a questa sua biografia elogiativa che la figura della Grancontessa Matilde di Canossa, che a soli trent’anni ereditò un dominio che si estendeva dal Lago di Garda fino all’alto Lazio, è riuscita ad emergere tra le tante storie medievali suscitando l’interesse di storici, biografi ed altri scrittori attraverso i secoli. Oppure è perché la donna di potere che fu Matilda agli inizi dell’anno Mille, per il suo carattere insolito, ebbe ila capacità di creare una valanga di miti e leggende intorno a sé stessa, ispirando perfino con molte probabilità la Matelda di Dante. Fu per gli uni astuta in battaglia e devota alla Chiesa, rappresentante perfetta dei valori cristiani e dell’amor patrio. Per gli altri fu invece spavalda e spietata, addirittura un po’ diabolica. Ad ogni modo, colei che oggi riposa a San Pietro fra le pochissime donne che vi hanno accesso è per tutti una figura misteriosa, e, a distanza di secoli, non meno affascinante. 

Il Castello di Rossena, tra i più belli e meglio conservati del territorio di Canossa http://www.camminideuropa.it/il-cammino-di-matilde-di-canossa/?fbclid=IwAR3h3Q3SkvuBkacZEwW5Z_lMMbDwPhf4T6jrj53FHUm7x_ouiYYF0Dyv06A

“Specchio di ogni virtù”, col diavolo nel taschino

🐚 Pare che da piccola Matilde di Canossa avesse imprigionato il diavolo in una fialetta promettendogli la libertà soltanto se avesse fortificato un castello di proprietà della famiglia, in modo da impedirne l’accesso a potenziali nemici. Il diavolo mandò allora un esercito di demoni a graffiare i pendii degli Appennini che circondavano il castello così da formare dei calanchi tutt’oggi chiamati “artigli del diavolo”. Così protetto, il Castello di Canossa, destinato a passare alla storia almeno quanto colei a cui appartiene, diventerà una delle roccaforti di Matilde. Mentre fuori si prepara una delle svolte più importanti della storia, ovvero la lotta per le investiture, ci viene da pensare che se veramente Matilde avesse chiesto aiuto al diavolo per proteggere il suo castello, probabilmente avrebbe fatto la mossa giusta. ⚔️E in effetti, mentre il nuovo Papa, Gregorio VII, si fa carico di combattere la simonia, di ristabilire il celibato sacerdotale e, esibendo il suo Dictatus Papae, di riconoscere il solo potere papale nell’attribuzione delle cariche ecclesiastiche, l’imperatore Enrico IV lotta dal canto suo per mantenere gli antichi privilegi. Nel castello di Matilde dove si è rifugiato Giovanni VII, che in gioventù le impartì una rigorosa educazione religiosa, si presenta proprio Enrico. Non con l’idea di lottare, vista la difficoltà per le sue truppe di aggirare le fortezze naturali del castello, bensì di chiedere perdono a questo Papa capace secondo il nuovo decreto di deporlo. Scalzo e con un semplice abito di lana in uno degli inverni più freddi mai visti, Enrico chiede la revoca della scomunica che partecipa ad indebolire il suo potere. Ovviamente, nella testa dell’imperatore travestito da penitente, c’è tutt’altro che la speranza di andare in Purgatorio. 
🏰 In questo episodio, Matilde viene ricordata come una talentuosa mediatrice tra l’imperatore suo cugino e la Chiesa a cui fu sempre devota. Scrive Antonio Bresciani in una biografia ottocentesca a lei dedicata: “la contessa, che nobile, gentile e generosa fu sempre (…) disse teneramente: (…) io anderò dal Papa, mi prostrerò a lui, né leverommi di terra, ch’io non ottenga la grazia”, sottolineando la sua bontà e il suo senso della giustizia. A tale proposito, Donizone scrive alla sua morte: “non solo per me la sua morte fu danno, si sa, ma per tutti coloro che vivono nella giustizia. Con la tua scomparsa, o Matilde, ogni onesto costume vien meno: cercherà il vassallo di salire più in alto del suo antico signore, il chierico sta già deviando dal retto cammino, il ricco si mangia il denaro che il povero avea in uso”. In seguito, Matilde sarà spesso descritta come portatrice dei valori cristiani, almeno fino all’Ottocento, secolo propenso a farne una vera eroina romantica, e a volte anche una figura patriotica. Scrive sempre Antonio Bresciani: “la corte di Matilda era specchio di ogni virtù e palestra della più eroica pietà, saldezza e costanza cristiana in riverire e difendere la chiesa rubata, vilipesa e oppressa (…)”.

Scuola Veneta. Matilde di Canossa . Secolo XIV, fine . Affresco staccato, cm 53 x 50. Collezione privata. Provenienza: Verona, chiesa della Santissima Trinità. Tratto da P. Golinelli, I mille volti di Matilde. Immagini di un mito nei secoli, Milano, 24 Ore Cultura, 2003

La diplomatica Matilde, Matilde la guerriera

Il mito della Matilde guerriera ha sicuramente le sue radici nel fatto che per quarant’anni ininterrotti e fino alla sua morte nel 1115, la donna governerà da sola il suo immenso territorio. Si dice che perfino in età avanzata mise in riga la sua città natale Mantova, che si era ribellata dopo aver ricevuto la finta notizia della sua morte. Inoltre, c’è chi si avvale direttamente dell’origine germanica del suo nome, che significherebbe “potente in battaglia”, per giustificare che la piccola Matilde era stata prescelta per difendere i suoi valori in guerra. Più che “potente”, i partigiani del re alimentano l’immagine di una donna spavalda e spietata che avrebbe addirittura partecipato in prima persona alla famosa battaglia della Nebbia ordinata da Enrico IV quando scese per la seconda volta in Italia in cerca di vendetta dopo l’episodio di Canossa. Sfruttando le condizioni climatiche e il terreno impervio favorevole a chi conosce bene la regione, le truppe matildiche guidate dalla Grancontessa in persona avrebbero sconfitto l’esercito del re. L’ipotesi di una sua partecipazione in prima persona si rivelerà in seguito improbabile. Ciò nonostante, viene spesso ricordata come una donna che, citando Petrarca, “conduceva con animo virile le guerre (…) ferocissima verso i nemici”. D’altro canto, questo suo valore militare viene spesso estrapolato in modo da sottolinearne i valori cristiani, quasi al pari dell’Orlando della famosa canzone francese. Le varie leggende ne fanno una portabandiera della cristianità, una guerriera vigorosa, nobile e astuta pronta a combattere il potere imperiale. Silvano Razzi, che ne scrisse una biografia alla fine del Cinquecento la paragona ai più saggi e valorosi principi, mentre Antonio Bresciani scrive addirittura che “il suo cavallo parea quasi superbo di portar la bella guerriera”. 

Sepolcro della Contessa Matilde – Bernini – Chiesa di San Pietro – Roma. Fonte Archivio Zeri

La casta Matilde, Matilde la strega

🏰 La sua fede incondizionata viene anche sottolineata nelle opere che la ritraggono con un melograno in mano – qualcuno sostiene anche che dietro la Bonissima di Modena si nasconderebbe proprio la figura di Matilde – simbolo della Chiesa unita e dei cristiani fedeli alla loro protettrice. Tuttavia, il melograno è anche simbolo di castità e questo aspetto parteciperà ampiamente ad infoltire le già numerose leggende attorno alla figura di Matilde. I sostenitori della donna affermano che tra i suoi due matrimoni, entrambi andati in fumo dopo poco tempo, avrebbe condotto una vita casta nonostante fosse bella e sensuale, con i “capelli biondi quasi rossi, ilare in volto, i denti grandi e uguali”, secondo il suo primo biografo Donizone. Si narra persino che quando arrivavano pretendenti da terre lontane, lei sfoggiasse una mucca grassa dimostrando così ai suoi ammiratori che viveva nell’abbondanza e che non necessitava nessuna protezione maschile. A meno che non fosse per avvertire i suoi nemici che se si avventurassero nei sentieri scoscesi che proteggono il castello, sarebbero morti prima che lei esaurisse i viveri. 🐮
Secondo altri biografi invece Matilde rimarrà addirittura vergine. Prova di ciò è che non lascerà nessun erede se non il figlio adottato Guido Guerra. Lo storico francese Amédée Renée scriverà nell’Ottocento: “il suo unico erede era la Santa Sede, che rappresentava per lei la fede e l’Italia, ed era il suo unico amore”. In realtà, Matilde diede alla luce una bambina nata dalla sua prima unione con Goffredo il Gobbo. Oltre a deludere le attese di colui che sognava il grande guerriero che avrebbe garantito la continuità della stirpe, la piccola, chiamata Beatrice in omaggio a la madre di Matilde, morì ancora in fasce. La donna fu allora accusata dal popolo di Lorena, di cui Goffredo era Duca, di portare il malocchio. Non ci volle altro per indurla a tornare vicino a sua madre a Mantova, lei che fu costretta ad accettare l’unione della figlia con la progenie del nuovo marito sposato dopo l’uccisione del padre di Matilde. Va anche detto che il rapporto tra Matilde e suo marito era tutt’altro che favoloso. Le nozze celebrate in fretta e furia al capezzale del suocero come convenuto quando lei era ancora una bambina la uniscono ad un uomo che, come suggerisce il nome, era affetto da particolarità fisiche che ne avrebbero rallegrate poche. Malgrado gli sforzi di Goffredo per convincerla a tornare, il matrimonio venne sciolto soltanto pochi anni dopo: secondo i detrattori di Matilde, fu proprio lei ad ordinare l’atroce uccisione del marito. La tesi già popolare trova altri riscontri nel fatto che questa donna, seppur devota, non fece nessuna donazione per la salvezza dell’anima del defunto.
⚔️ Pochi mesi dopo, Matilde perde anche la madre. Ha trent’anni quando le viene affidato l’intero territorio dei Canossa, poiché il fratello Federico e la sorella Beatrice morirono precocemente anni prima, probabilmente avvelenati. Vedova e orfana, dimostra in molte occasioni di saper gestire il dominio da sola come nella famosa faccenda del castello di Canossa.

Protome con figura di donna (Matilde di Ca­nossa) Secolo XIII, inizi Busto lapideo Lucca, cattedrale di San Martino, portico, arco sul lato nord, esterno. Tratto da P. Golinelli, I mille volti di Matilde. Immagini di un mito nei secoli, Milano, 24 Ore Cultura, 2003

Alla donna la prima mossa in amore

Eppure, dopo la terza visita di Enrico IV in Italia, pronto a dare battaglia alla Grancontessa una volta per tutte, si ritrova con le spalle al muro. Ha quarantatré anni e lo sa, si deve alleare.
“Non per leggerezza femminile o per temerarietà, ma per il bene di tutto il mio regno, ti invio questa lettera accogliendo la quale tu accogli me e tutto il governo della Longobardia. Ti darò tante città tanti castelli tanti nobili palazzi, oro ed argento a dismisura e soprattutto tu avrai un nome famoso, se ti renderai a me caro; e non segnarmi per l’audacia perché per prima ti assalgo col discorso. È lecito sia al sesso maschile che a quello femminile aspirare ad una legittima unione e non fa differenza se sia l’uomo o la donna a toccare la prima linea dell’amore, solo che raggiunga un matrimonio indissolubile. Addio”. Cosma di Praga ci riporta la lettera che Matilde inviò al sedicenne Guelfo V, affiliato ai duchi di Baviera altrettanto contrari al potere imperiale di Enrico IV. Il matrimonio si rivelò inutile poiché Matilde venne lo stesso spossessata da quasi tutti i suoi beni e solo quattro castelli le rimasero fedeli. Dovrà aspettare l’arrivo in Italia di Enrico V, ribellatosi contro il padre, per recuperare parte delle sue terre. Il giovane Guelfo, per di più, non poté mai dare un erede a Matilde. L’argomento nutrì per molto tempo l’immaginazione straripante dei suoi detrattori: certi sostengono che Guelfo fosse impotente, forse per un maleficio lanciato sulla felice coppia. Altri invece affermano che il sedicenne rifiutò semplicemente di unirsi a questa donna nonostante gli sforzi da lei impiegati, dopodiché lo avrebbe maltrattato e insultato prima di cacciarlo dal proprio castello.
👑Ben lontani dal difendere la verginità e la castità di Matilde, certi suoi nemici sostengono che la donna ebbe una moltitudine di amanti, fra cui uno di particolare spicco. Scrive il monaco francese Lambert, ben informato delle voci che si spargevano tra il clero al tempo di Matilde: “giorno e notte, contro ogni senso del pudore, Matilde si abbandonava agli amori criminali del pontefice”. Smentisce in qualche modo lo storico ottocentesco Amédée Renée affermando che la Grancontessa “si conceda meno all’uomo che alla causa che rappresenta”.
⛪ L’ineccepibile devozione di Matilde alla Chiesa, lontana dall’essere ispirata da qualche storia d’amore proibita con Gregorio VII, risale in effetti alla sua infanzia. Dopo la morte prematura del padre durante una battuta di caccia e dei fratelli di Matilde, la madre cerca protezione proprio presso la Chiesa che fornisce alla piccola famiglia. Si tratta di un aiuto prezioso che Matilde non si dimenticherà mai. La sua fede cristiana è solida, così come la sua devozione alla Chiesa a cui lascerà in eredità tutti i suoi beni. La sua firma sarà sempre la stessa: “Matilda, che se è qualcosa, lo è per grazia di Dio”. Inoltre, convinta di agire per il solo amore della religione, si fa chiamare “figlia di Pietro”, cosa che sottolineerà Gregorio VII nelle tenere lettere che le manderà in età avanzata. In vecchiaia, Matilde si farà costruire una cappella dedicata a San Giacomo nella sua stanza del monastero San Benedetto Polirone, fondato da suo avo Tedaldo di Canossa. Finirà i suoi giorni in questa zona rurale, pregando con fervore per la sua salvezza.

La centesima chiesa di Matilde

Tra digiuni mistici e sogni di abbandonare il campo di battaglia per il convento, Matilde desiderava anche diventare una sacerdotessa, una follia per una donna del suo tempo. Se lo fece però promettere dall’astuto Papa Gregorio VII che le ordinò in cambio la costruzione di cento chiese. Secondo la leggenda, la generosa e determinata Matilde sarebbe riuscita a farne edificare novantanove, fermata nella straordinaria impresa dalla morte. A meno che non si sia spenta proprio mentre alzava il calice per celebrare la messa. O che fosse stata interrotta in extremis dal Papa distruggendo poi l’edificio per la frustrazione, perché come per tutte le leggende che circondano Matilde, sono numerose e a volte contraddittorie. 
🌹La storia di Matilde di Canossa, una delle figure femminile più potenti della nostra storia, è stata arricchita di leggende diverse a seconda delle epoche e di chi le era sostenitore o nemico. Persino i suoi biografi hanno scelto di tramandarci questa parte di mito, facendo maturare in noi l’idea di una donna fuori dal normale, quasi fosse anche un po’ maga. Scrive Domenico Mellini, un altro suo biografo cinquecentesco, che Matilde: “sopra la comune condizione delle donne fu graziosa, eloquente, umana, affabile, clemente, liberale prudente e magnanima, religiosa, umile, caritatevole, devota…”. Pensiamo anche che fosse colta, e che conosceva sia la “lingua dei Teutoni che la garrula dei francesi”, secondo Donizone. Questa donna che ci affascina tutt’oggi non poteva essere banale. A costo di strafare e di romanzare la sua vita, tanti hanno contribuito attraverso i secoli a costruire il suo mito al fine di far risplendere tutt’oggi questa donna di potere che tanto ha segnato un’epoca che in fin dei conti non ci sembra più così lontana. 

Fonti

Ilaria Sabbatini, Matilde di Canossa, su Enciclopedia delle Donne.
Glauco Maria Cantarella, L’Immortale Matilde di Canossa, in: Matilde e il tesoro dei Canossa. Tra Castelli e città S.50-67
Vittorio Ferorelli, Canossa: Le leggende di Matilde, 30/01/2020, Radio Emilia Romagna, tratto da Federica Soncini e Gigi Cavalli Cocchi, CANOSSA: LE LEGGENDE DI MATILDE, Canossa, Edizioni “Andare a Canossa”, 2019
MATILDE DI CANOSSA TRA STORIA E LEGGENDA MARCELLO CAVAZZA, Relazione presentata agli Incontri di Studio del M.AE.S. del 13 maggio 2005.
Jolanda Leccese, Matilda di Canossa (1046-1115), la donna che mutò il corso della storia, 9/11/2016, pubblicato su Leggere Donna.
Paoli Maria Pia. La donna e il melograno. Biografie di Matilde di Canossa (secoli XVI-XVII). In : Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée, tome 113, n°1. 2001. Alle origini della biografia femminile: dal modello alla storia. Actes du colloque organisé par le Dipartimento di storia dell’Università degli studi di Firenze, l’École française de Rome et le Comune di Firenze «Progetto donna», Florence 11 et 12 juin 1999. pp. 173-215.
Citazioni tratte da:
Donizone, Vita Mathildis, 1111-1116, trad. di P. Golinelli (2008). 
A. Renée, La Grande Italienne (Mathilde de Toscane), Firmin Didot frères, fils & Cie & E. Dentu, Paris 1859.
A. Bresciani, La Contessa Matilde di Canossa e Iolanda di Groninga, Boniardi-Pogliani, Milano,1858.
D. Mellini, Trattato di Domenico di Guido Mellini, dell’origine, fatti, costumi, e lodi di Matelda, la gran contessa d’Italia… Giunti, Firenze, 1589.