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Pazzo Ninno, che scendi dalle stelle!

Napoli, Natale 2020. Santi e pittori, preti e giornalisti, critici e poeti affollano il presepe misero e nobilissimo di Alfonso Maria de’ Liguori, dove il Natale è una stupefacente e paradossale opera d’arte universale

Definì Van Gogh in una lettera il Cristo “artista più grande di tutti gli artisti”, unico in grado di creare la propria opera non con tela e colori, ma con la propria, viva carne. Poco più in là nel tempo e nello spazio, dal carcere di Reading, Oscar Wilde scriveva all’ex amante la lunga confessione epistolare destinata a diventare il De Profundis: e proprio lui che più di tutti avrebbe incarnato il mito dell’arte-nella-vita, e dell’arte-per-l’arte, indica il vincolo “più intimo ed immediato tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista”. E ricordiamo ancora Wilde, a Napoli, alla fine della vita, che terrorizza una gran dama inglese amica di famiglia con la richiesta scandalosa di un aiuto economico per salvare i pochi denti che gli restavano in bocca. È lo stesso uomo che aveva scandalizzato Oxford con la sua eccentrica eleganza, eppure ci sta quasi più simpatico in questa veste imperfetta e obbrobriosa: strano, vero? E allora, dove finisce la bellezza e inizia la commozione per la miseria?  Al confine vibrante tra creazione e Creazione, ci muoviamo oggi per toccare la carne viva di un libro dall’apparenza severa e solenne, ma dall’animo tenero e fanciullesco. Un libro in cui, lo ammettiamo da subito, siamo felicemente immersi fino al collo anche noi del Museodivino.

Il Santo Natale Nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori  e nei presepi di Antonio Maria Esposito  Introduzione di José Tolentino de Mendonça, Postfazione di Carlo Ossola. Olschki Editore, 2020

Non è nostra intenzione recensire questo volume: altri più adatti di noi l’han fatto* e forse lo faranno. Ve lo vogliamo semplicemente presentare come l’invitato prediletto alla festa di Natale del Museodivino. Festa quest’anno forzatamente virtuale, ma non per questo meno sentita e calorosa …

www.museodivinonapoli.it
Il museo è chiuso ma vivo …

Iniziamo dunque a raccontare chi è questo signore che si aggira tra gli invitati, con l’aria seria e lo sguardo vivace – e iniziamo, com’è ovvio, dalla biografia dell’autore, e precisamente da quando un’insopprimibile implosione d’animo cambiò la vita di un giovane, promettente ragazzo della Napoli “bene” del Settecento.

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza” – con variabile inattesa

 by Lea Vagner

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza”. Ecco i concetti ai quali il sedicenne Alfonso Maria de Liguori tentava di attenersi quando, all’alba del secolo dei Lumi, ripeteva i dodici comandamenti dell’avvocato che voleva essere: coscienzioso e con l’unico scopo di ristabilire la giustizia. Venir meno a una di queste sue regole di etica professionale non avrebbe soltanto significato perdere la credibilità che in giovane età gli era già stata data. Rischiava anche di danneggiare il cliente a lui affidato, per esempio accettando una causa che sfidasse i limiti della sua competenza, oppure usando di mezzi ingiusti per difenderla.

Iscritto all’Università a soli dodici anni, avviato a una brillante carriera nell’avvocatura, Alfonso frequenta a quei tempi un gruppo di giovani, tutti profondamente cattolici, che si schierano apertamente contro la corruzione nella Chiesa; la sua posizione è più moderata, ma mai sbilanciata del tutto dalla parte dello Stato, di cui intuisce l’ostinata difesa di interessi di potere.

Ed è proprio dopo aver preso parte a una causa ingiusta che la differenza tra il diritto scritto e quella che ritiene essere la Giustizia gli si palesa in tutta la sua gravità – ed è lo stesso momento in cui l’afflato che lo insegue da tempo gli si fa chiaro: “lascia il mondo, donati a me”. Questo è quanto al giovane parve di sentire mentre usciva dal tribunale, prima di arrendersi di fronte all’evidenza e rispondere: “eccomi, fate di me quello che volete”.

Sarà soprattutto il padre a scagliarsi contro la sua scelta, forse per via del futuro promettente che aveva in serbo per lui, dopo che molti suoi fratelli e sorelle si erano dedicati alla vita religiosa. Alfonso non era un giovane qualsiasi: primogenito di una famiglia nobile, aveva frequentato le migliori scuole tra cui, per dar la misura, quella di Francesco Solimena – sviluppando un gusto per l’arte, particolarmente quella musicale, che non lo abbandonerà mai del tutto. Ed erano state soprattutto la precocissima attitudine allo studio e la buona riuscita nella sua prima carriera ad aver fatto ben sperare il genitore. Ma l’etica si era così saldamente intrecciata alla vocazione religiosa che a nulla sarebbero valse le sue riserve: a trent’anni, nel 1726, Alfonso viene ordinato sacerdote per iniziare la vita che più ritiene in linea con i propri ideali di giustizia e di rettitudine.

Dopo averlo accompagnato nel passaggio da un mondo all’altro, salutiamo il giovane prete destinato a diventare santo, mentre inizia la sua predicazione a Napoli, sui gradini della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi …

Il Sangue che si scioglie tra i Cattivi

Special guest: Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli e Museodivino ospiti di Luigi Carrara per una bella chiacchierata sul volume Il Santo Natale

Storico giornalista del Mattino, Pietro Treccagnoli si è fatto cordialmente rapire dal Museodivino per accompagnarci a presentare Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori e nei presepi di Antonio Maria Esposito. Cosa significa per un napoletano tenere tra le mani questo libro?

Significa, per riassumere il suo articolatissimo intervento, accedere a un intero mondo di rapporti tra arte, spiritualità e popolo, che a Napoli si intrecciano in forme straordinarie e uniche. In principio ci fu il grande teatro religioso popolare del Seicento, dove “fra un angelo, un pastore e un Re Magio c’era sempre anche Pulcinella” e in cui i poveri sognavano un paradiso di perenni e inesauribili ghiottonerie. Come un fiume che straripa e morendo fa nascere nuovi torrenti, da queste rappresentazioni sacre intessute di profano prendono vita due figli maggiori che sopravvivono tutt’oggi: la Cantata dei Pastori, e sua maestà il Presepe. Caduta quasi in disgrazia ma recuperata nel secondo ‘900 da figure del calibro di Roberto De Simone, Peppe Barra, Eugenio Bennato e Carlo Faiello, la Cantata dei Pastori vede la luce nel 1699, quando Alfonso Maria ha tre anni. Quanto al presepe napoletano, la sua storia è tanto vasta che se n’è potuto appena fare un accenno, piccolo ma fondamentale: e cioè che il presepe non nasce come l’oggetto statico che noi conosciamo, ma come memoria di un evento dinamico, coinvolgente e totalizzante quale la sacra rappresentazione.

Una sola immagine per simboleggiare l’immenso lavoro che un’intera generazione di artisti e studiosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta ha fatto per salvare lo sterminato patrimonio della cultura popolare italiana: per preservarla, ricuperarla, e renderla sempre viva e vivificante.

È in questo contesto in cui la fede chiede aiuto all’arte per parlare a tutti, e in cui l’arte ha bisogno del sostegno economico della chiesa per poter vivere (approfittando magari della rivalità tra i vari ordini religiosi fioriti nel Seicento!) che cresce il nostro Sant’Alfonso. Nostro, perché come i più cari padri della Chiesa entra nel quotidiano, e quindi “se hai il torcicollo ti dicono che sembri Sant’Alfonso” … Nostro, perché pure lui, come San Gennaro, ha fatto il miracolo dello scioglimento del sangue: succedeva in una piccola chiesetta a fianco al Conservatorio di San Pietro a Majella, quella in cui si raccoglievano i fondi per il riscatto dei cristiani prigionieri dei musulmani (da ciò il nome Santa Maria della Redenzione dei Cattivi, da captivus, prigioniero).

E “nostro” anche perché vuole e sa modulare la sua voce in rapporto agli interlocutori, mettendo la sua sterminata e altissima cultura laica e religiosa al servizio di tutti: come in Quanno Nascette Ninno (in italiano Tu scendi dalle stelle), dove la soave melodia a portata di ogni voce – dal coro della parrocchia sotto casa alle grandi orchestre fino a grandi voci come Mina e Pina Cipriani – accoglie un testo semplice, intenso, e napoletanissimo, in cui il Bimbo è “arravugliato” nelle fasce … Ma non bisogna farsi ingannare da questa freschezza di espressione. Come il Ninno che scende dalle stelle, immenso e onnipotente Creatore che si “riduce” a creatura, così anche la sterminata arte retorica di Sant’Alfonso, attraverso un lavoro faticoso e complesso, si fa semplice, umile, comprensibile a tutti. E quella che altrove sarebbe stata pesante ed esibita citazione dal passo biblico sulla pace universale sboccia in questi dolcissimi versi: No ‘nc’erano nemmice pe la terra / La pecora pasceva cu ‘o lione / Cu ‘o capretto – se vedette / ‘O liupardo pazzeà …

E ora, salutato il caro Pietro Treccagnoli**, un ultimo salto prima della Nascita del Ninno…

Enzo Avitabile e la sua splendida cantata del Ninno, tra poema e canto, tra Settecento e Novecento … (clicca sull’immagine per sentire)
Quanno nascette Ninno …

Napoli, “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”

Vico Donnaregina , centro antico. Due bimbe studiano sull’asse da stiro fuori alla propria abitazione. Photo by Sergio Siano

Ogni opera d’arte è per vocazione anche un luogo di raccolta, in cui si incontrano attraverso il tempo e lo spazio tutti coloro che l’hanno vissuta, che l’hanno studiata, che hanno cercato di scoprirne le profondità e i significati, che l’hanno presa a guida e conforto nella vita. “Ho sempre sperato che non fossero solo parole”, scriveva Dostoevskij, indicando la vocazione attiva dell’arte a incidere positivamente nella realtà del cuore umano, luogo per lui destinato alla feroce e appassionante battaglia tra demoni e angeli.

Una pagina autografa dei Demoni di Dostoevskij

Nel clima natalizio delle novene di Sant’Alfonso, questa guerra spirituale è presente soprattutto al principio, nei primi discorsi, quando rivolgendosi come spesso avviene direttamente al Creatore, esclama: “[gli uomini] amano i parenti, amano gli amici, amano anche le bestie; se da quelle rice­vono qualche segno d’affetto, cercando di rimunerarcelo; e poi solo con voi sono così disamorati e sconoscenti? Ma oimè ch’io accusando quest’ingra­ti, accuso me stesso, che peggio degli altri v’ho trattato…” (Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori )

Discorso dopo discorso, affrontando passo a passo la grandezza, la potenza, la gloria di un Dio che si fa piccolo, inerme, disprezzato, che perde la sua beatitudine infinita per diventare “miserello” come noi, il clima si va sempre più stemperando in una effusione d’affetto e stupefazione per questo Padre tenero e accorato, che non sa più che fare per dimostrare il suo amore, e che “quasi vien meno per la consolazione e tenerezza” quando ritrova il figlio perduto.

Ma, come abbiamo già detto, non è nostra intenzione recensire questo volume, e non solo perché lasciamo questo lavoro a chi davvero lo sa fare*, ma anche perché, semplicemente, è tardi. È tardi perché la novena è discorso di preparazione al Natale. È il tempo dell’attesa. È il dolce e doloroso lavoro che tocca a chi voglia arrivare a un appuntamento avendo chiarito in sé il senso profondo di quell’incontro – e noi siamo probabilmente, chi più, chi meno, in ritardo. Eppure, la generosità di questo testo è sovrabbondante, e nasce forse, come ci ricorda Carlo Ossola nella sua bella recensione***, dal terreno stesso di questa “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”, questa Napoli che sa contrapporre alle facili illusioni la crudezza della realtà, e poi la verità del sogno.

È già un piccolo miracolo che tu, lettore, lettrice, stia leggendo questo articolo nel bel mezzo del 24 dicembre di un anno come il 2020. Siamo già una minuscola, imprevista comunità che accorre, seguendo i passi del giovane Alfonso Maria, verso un luogo strano: dove un Artista folle, geniale e infinitamente consapevole iniziò un tempo la sua opera d’arte più paradossale – grazie alla quale possiamo ora amare Wilde non solo nel suo elegante splendore, ma anche quando, scalcagnato e imperfetto, ci chiede una mano. Buona Veglia!

Museodivino

* Il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato in anteprima la bella presentazione di Filippo Polenchi, in cui si staglia la figura di Sant’Alfonso a cavallo tra controriforma e secolo dei lumi. * Alessandro Zaccuri su Agorà/Avvenire pone l’accento sulle due parole ricorrenti nelle novene: “pargoletto”, ovvero lo spazio minuscolo del corpo d’infante in cui l’Essere infinito si incarna, e “allegramente”, perché nonostante le sue miserabili circostanze questa nascita è proposta di affettuosa letizia. *Sull’Osservatore Romano, Maurizio Schoepflin accoglie la pregnanza della pubblicazione, che ci fa ri-conoscere l’importante figura letteraria e spirituale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, degno di uscire dai confini dello specialismo del Settecento.

** Rimandiamo chi vuol sentire l’intervento intero a questo link, e al blog L’Arcinapoletano chi vuol seguire i pensieri del signor Treccagnoli. A cui invieremo la trascrizione del nostro incontro da correggere, perché se ne possa usufruire tutti, e a cui inviamo oggi il nostro più caro augurio di buon Natale

*** E infine, Carlo Ossola dalla Domenica del Sole 24 Ore, fa del testo del De’ Liguori accostato ai presepi di Antonio Maria Esposito la porta verso un’idea di Natale “più presente e vera”, lontana dai fasti e dalle illusioni, per tornare a cibarsi, con il popolo napoletano, “di poco pane e di mirabili sogni”.

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Donne&Dante: Giacinta, l’attrice che anticipò Benigni di un secolo

” Due celebri attrici italiane portarono la Commedia sulle scene, contribuendo a stabilizzare un repertorio dantesco nel teatro ottocentesco dentro e fuori l’Italia: l’una, Giulia Calame, al fianco di Gustavo Modena nelle sue ‘dantate’; l’altra, Giacinta Pezzana in grado di dare vita ad un one woman show. “

La seconda metà dell’Ottocento vede l’affacciarsi sulla scena della critica, della letteratura e delle celebrazioni dantesche importanti figure femminili una cui bella galleria è proposta da Rossella Bonfatti in ” Dante e il Risorgimento educatore delle donne: percorsi anglo-italiani ” nel 2014. Da questa carrellata, su cui speriamo un giorno di poterci soffermare più a lungo, estrapoliamo il profilo di Giacinta Pezzana, che più di cento anni fa portò in tournée in Sud America le “Veladas Dantescas”: “vere «intellectual luxuries», importanti studi scenici, che prevedevano un’accurata selezione dei canti da declamare, l’ordine della loro presentazione e la messa a punto dei tempi della presenza scenica”.

Nata a Torino il 28 gennaio 1841, Giacinta Pezzana come molti grandi artisti iniziò la sua carriera con la bocciatura dell’Accademia Filodrammatica di Torino (che però l’accolse l’anno successivo), fece parte di diverse compagnie di spicco fino a recitare con Ernesto Rossi, il grande attore italiano che fu tra gli ispiratori del sistema di K. S. Stanislavskij. L’interpretazione che la rese più celebre fu quella della mamma nel dramma Teresa Raquin, debuttato proprio a Napoli nel 1879, in cui recitava anche una giovanissima Eleonora Duse – che guardò sempre alla Pezzana come alla sua grande maestra.

Giacinta Pezzana (a destra), con Dillo Lombardi e Maria Carmi in una scena di Thérèse Raquin. Secondo il suo biografo Celso Salvini, la scelta consapevole di impersonare proprio la madre di Thérèse, anziana e paralitica, e quindi il rifiuto di adeguarsi alle norme estetiche in vigore partecipò a compromettere la sua carriera in ancora giovane età.

Ecco dunque questa attrice statuaria, dalla recitazione asciutta, priva di melodramma, antesignana dello stile “naturale”, che nella metà degli anni ’70 non nel Novecento, ma dell’Ottocento, gira il Sud America con uno spettacolo dedicato alla Divina Commedia, una “performanza” – il termine già esisteva! – in cui alternava recitazione e prosa per raccontare quel che i versi avrebbero poi detto.

Da Buenos Aires a Montevideo, territori segnati dalla larga espansione della cultura italiana, Giacinta Pezzana riceve l’appoggio del pubblico e i riconoscimenti della critica. Non solo la recitazione dei canti scelti è innovativa, ma lo è anche il format adottato: portata dalla voglia di soffermarsi sulla figura femminile del capolavoro di Dante, il programma da lei stabilito prevede anche una conferenza sul tema “Dante y la mujer”, dove esamina il ruolo della donna – in questo caso preciso, ovviamente, Beatrice – in quanto musa “ispiratrice di magnanime imprese”.

Locandina di una “Serata Dantesca”. Le esibizioni in teatri italiani come il Politeama di Napoli non ricevettero, almeno agli inizi, il successo che troveranno poi nel Sudamerica: venne messa in dubbio la possibilità stessa di recitare Dante su un palcoscenico senza perderne la “superba archittetura”. Ciò porterà la Pezzana a affermare che bisogna: “propinare Dante a pillole, anzi a granelli omeopatici, perché in forti dosi produce, sugli stomachi deboli del giorno, delle gastroenteriti”. 

L’Esposizione Universale del 1900 la vede protagonista a Parigi di una nuova versione dello spettacolo, adattata al pubblico cosmopolita (si era previsto infatti di distribuire i testi tradotti in francese all’entrata) accompagnata dalla Dante-Symphonie di Lizt e da «Luce persa per l’Inferno, verdognola pel Purgatorio, e bianco-cilestrina pel Paradiso», con l’obiettivo di attirare maggiori uditori, portando oltralpe “ciò che vi possa essere di più alto, intellettualmente, in Italia”.

In evoluzione perenne, trasformandosi al contatto con lo spettatore, la Commedia di Giacinta Pezzana continuerà la sua vita anche in Italia con toni diversi: “l’attrice deciderà infine di «non leggere Dante ma dirlo, di viverlo», preferendo in tal modo una recitazione calda e partecipata, basata sul dire e insieme commentare le terzine dantesche, così unificando il paradigma di un teatro morale e quello di un teatro popolare, capace di far incontrare la poesia nei teatri e nelle piazze.”

FontI principalI

Rossella Bonfatti, Dante e il Risorgimento educatore delle donne: percorsi anglo-italiani, in I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma Sapienza, 18-21 settembre 2013), a cura di B. Alfonzetti, G. Baldassarri e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014

Andrea Simone, Dante in scena. Percorsi di una ricezione: dalla fine dell’Ancien Régime al grande attore.

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arte spirituale Diario del Lockdown Donne nella storia di napoli Storia di Napoli

La dolcezza della pioggia di Napoli, ovvero l’arte della malinconia

Vilhelm Hammershøi: Hvile, Repos, 1905,

Ho appreso a vivere semplice e saggia

… e a vagare a lungo prima di sera

per fiaccare un’inutile angoscia

Anna Achmatova

E’ l’ora blu: quell’ora del crepuscolo in cui i pensieri si confondono, la realtà si complica, la coscienza si fa più acuta e non si vuol più fingere di essere allegri … è capitato a tutti, lo sappiamo, eppure in quei momenti – strano paradosso – siamo soli e perduti nel cosmo, e le nostre angoscie non assomigliano a quelle di nessun altro. Cosa fare, come reagire? Ha senso combattere con la forza contro quest’oscura massa informe? In quest’oggi così carico di incertezze, in cui i riti sociali non possono più confortarci, abbiamo deciso di pubblicare l’articolo più poetico e metafisico di Sara D’Ippolito: una lenta passeggiata sul lungomare di Napoli in un giorno di pioggia, in cui ogni passo è un’immersione nella storia, l’occasione di un pensiero, la confessione di una malinconia.

Pablo Picasso, 1902-03, Femme accroupie, Stoccarda, Staatsgalerie

Protagonista del racconto è uno scrittore solitario, che indaga stupito e ironico lo spazio cittadino come fosse una foresta di simboli, un “botanico della città”, quello che Baudelaire e Benjamin chiamavano flâneur: a cercare il termine su Wikipedia troveremo due città accostate a questa strana attività – Parigi e Napoli. Non sarà un caso. Forse il coraggio di questa città non si estrinseca solo negli atti eclatanti, nelle trovate geniali, nelle solari esuberanze con cui rallega e diverte tutto il mondo da secoli … Forse, è arrivato il momento di celebrare la malinconia di questa città, l’inquietudine di questo mare in cui bisogna immergersi fino in fondo, finché non diventa amico, finché non arriva a bagnarla davvero, la città, restituendole la forza per un sorriso autentico. Buona lettura (S.C.)

Ma come, Napoli sotto la pioggia?

Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo 

di Sara D’Ippolito

Il mare non ha storia. La sabbia cancella i tuoi passi. I gabbiani non sanno chi sei…

Freddo. Vento. Pioggia a tratti. Sulla promenade che scorre lenta in faccia al Vesuvio uno scrittore solitario, vagabondo fuori stagione, si aggira in cerca di ispirazione, lo sguardo muto a osservare il profilo segreto dell’antica Partenope: il capo ad oriente, su a Capodimonte, ed il piede ad occidente, giù al promontorio di Posillipo, pausa del dolore delle ville d’otium romane. E ancora, passo dopo passo: Castel dell’Ovo. Mergellina. Palme scarmigliate e foglie secche in giro per l’aria umida rivelano storie dimenticate.

Francesco De Gregorio, Ritratto dell’ammiraglio Caracciolo

Francesco Caracciolo, ammiraglio dell’esercito delle Due Sicilie ed in seguito eroe della Repubblica Partenopea, venne impiccato nel 1799 dall’ammiraglio Nelson all’albero maestro della sua nave e gettato nelle acque del Golfo di Napoli.  Il cadavere riemerse e fu raccolto sul litorale di Santa Lucia. Il mare prende, il mare dà.

Carlo Knight racconta sul Corriere del Mezzogiorno “La vera storia della Colonna spezzata e il mancato monumento a Caracciolo “

Oggi alberghi vuoti d’avventure estive stingono malinconicamente le tinteggiature primaverili. Il mare avanza, il mare indietreggia. C’è anche chi si ostina a correre in pantaloncini attillati e ipod alle orecchie, ma sono in pochi. Lo scrittore annota, il mare cancella. Disperde le tracce. Il mare d’inverno è un film in bianco e nero per attori fuori stagione. Nel vuoto pomeriggio domenicale anche i turisti tedeschi rinunciano alle guide Routard. Tutto per sé resta il bagnasciuga. Il mare è grigio, blu, nero, verde a tratti, una massa d’energia incurabilmente in movimento che rimesta pensieri e ricordi. Una scritta su una pietra del lungomare afferma: “L’amore conta”. Ma tutti gli innamorati oggi si sono dati alla fuga. Anche i chioschi chiudono in fretta. E dai ristoranti sconsolati escono a fumare nella pioggia camerieri forzatamente ignavi.

Edward Hopper – Nighthawks (dettaglio)

E più l’anima si allarga al respiro del sale più sperduta si fa la figura del solitario testimone nella sera che avanza nel chiacchiericcio sfuocato dei passanti e in quell’odore di marine fritture di ristoranti che non lo conoscono e che lui non conosce. E lui che aspirava solo al sospeso silenzio del mare nel discendere al porto (pescatori ostinati erano di guardia alle reti ma fu un gabbiano quello che prese all’amo i suoi occhi e li lanciò nell’azzurro) si fa poi sorprendere a un tratto dal cielo quando cessa la pioggia e tutto si fa brillare di rosa e d’azzurro e le nubi si fanno tele d’un impressionismo d’altro secolo e lo sguardo vorrebbe farsi volo.

Cosa è la Malinconia, insomma?
Uno dei quattro “temperamenti” umani, diceva Ippocrate, padre della medicina (collerico, flemmatico, sanguigno gli altri tre), legato, secondo l’astrologo Antioco d’Atene, all’influsso di Saturno. E se sei di temperamento malinconico, Ippocrate consiglia di mangiare mandorle, mele dolci, asparagi, datteri, fichi, uva, more, e vino rosso.

Ma le cose hanno più eternità degli uomini. Anche se un pescatore in barca sa galleggiare placidamente all’orizzonte.

E se avessi una donna, pensa lo scrittore, verrebbe dal mare. Se avessi una donna, pensa, il vento le strapperebbe il cappello e le onde glielo porterebbero via. Solo una macchia rossa su fondo blu all’orizzonte. Ma niente sentimentalismi. Siamo qui per ascoltare, si rimprovera lo scrittore, non per raccontare. E le acque sono divinità gelose. Ma al tramonto i bambini schiamazzano liberi sulle loro biciclette o calpestano con violenza le pozzanghere che la pioggia ha creato sulla passeggiata del lungomare. 

Edvard Munch, Melancholy, 1894, collezione privata
… è sera. Sto camminando lungo la riva e la luce della luna filtra attraverso le nuvole. Un uomo e una donna camminano ora sul lungo molo verso la barca gialla, dietro di loro un uomo porta dei remi. […] Salgono in barca, lui e lei. […] La barca diventa sempre più piccola e le remate riecheggiano sulla superficie del mare. Io mi sento solo, piatto. Le onde si sollevano e si infrangono sul molo. Là fuori l’isola sorride nella tiepida nottata estiva …
(Edward Munch)

La Caracciolo era una pirocorvetta della Regia Marina che, dopo la radiazione, venne impiegata come Nave Scuola per scugnizzi. Varata il 18 gennaio 1869, compì il giro del mondo, totalizzando 35.374 miglia trascorse in mare, con scopi diplomatici, scientifici, addestrativi, commerciali ed idrografici, superando varie difficoltà e toccando spesso località scosse da guerre od epidemie. Attraversò il canale di Suez, costeggiò la Patagonia dove esplorò una baia non segnata sulle carte, che prese il nome di «Baia Caracciolo»dando nomi di membri dell’equipaggio a montagne, isole e scogli.

Più volte il comandante della nave aiutò membri in difficoltà delle comunità italiane di immigrati nelle controversie con le autorità locali, in occasioni di false accuse e casi sospetti. Emilio Salgari, tra l’altro, ne trasse spunto per i suoi racconti. Nel 1895, ormai vetusta, venne privata dell’apparato motore.

Nel 1913, ormai destinata alla demolizione, venne donata alla città di Napoli per farne una nave scuola (o «nave asilo») per il recupero di bambini e ragazzi abbandonati, per sottrarli a miseria e delinquenza. Per alcuni decenni gli scugnizzi napoletani vennero pedagogicamente trasformati sulla nave Caracciolo in sani marinaretti, una “Montessori del mare” che poi l’Opera Nazionale Balilla nel 1928 inglobò. Il mare si gonfia, il mare cala. 

Domenico Fetti, La Meditazione, 1618, Gallerie dell’Accademia di Venezia
C’è una malinconia che viene dall’ozio, una malinconia che viene dall’accidia … e poi, ci dicono, c’è la malinconia che porta a distinguere tra vanità ed essenza, e ci accompagna verso la conoscenza …

E mi chiedo, pensa lo scrittore, se le onde recano in sé le tracce e il mistero del tempo, come rughe invisibili impresse nel cuore di un uomo. E già si srotola come ogni sera la pellicola del mare e delle luci sul molo. Ma vuota resta la sabbia di asciugamani e di risa. E lo scrittore solitario ancora e ancora prova a cogliere di sorpresa il giorno prima che giunga la notte. Ma l’occhio s’inganna e la prima stella è già apparsa. Fa niente. Lo scrittore triste avanza in cerca di storie nascoste fra i ciottoli dei viali abbandonati della Villa comunale.

Giorgio de Chirico, Mistero e malinconia di una strada, 1914, New Canaan (Connecticut), Collezione privata.

… Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone …
E. Montale, I Limoni, 1925, estratto

La stazione zoologica nella Villa Comunale venne fondata nel 1872 dallo scienziato tedesco Dohrn.Al suo interno si trovaun acquario, il più antico d’Italia. Dohrn fu scienziato e sognatore, studioso della fauna marina. Concepì un piano per coprire il globo terracqueo di una rete di stazioni di ricerca zoologiche, analogo alle stazioni ferroviarie, dove gli scienziati avrebbero potuto fermarsi, fare osservazioni e condurre esperimenti, prima di spostarsi verso la stazione successiva. Fu questa l’opera di tutta la sua vita.

Così scrisse verso la fine dei suoi giorni: “Certo l’impresa divora le mie migliori energie, i miei migliori interessi, ma pure è così grandiosa, assume delle proporzioni così gigantesche da darmi una felicità immensa… Ecco io m’illudo che il vero scopo della mia vita sia stato quello di creare questo grande laboratorio. Eppure non è vero. Volevo qualcosa di diverso. Chissà se ci arriverò? Volevo creare spiritualmente, vivere spiritualmente, concludere la mia esistenza in un’atmosfera di civiltà interiore. Ma ai tempi nostri ciò è più difficile di prima: la selvaggia, precipitosa vita di oggi trascina via anche chi voglia opporre resiste ma … Lo trascina, Dio sa dove”. Il mare è creatura, il mare è metafora. 

La Stazione Zoologica Anton Dohr ha riaperto i battenti nel febbraio 2020, appena prima della chiusura di tutto. Consigliamo di esplorare il sito , attraverso tartarughe, squali e coralli, seguendo la scia del fumo del sigaro di Felix Anton Dohrn

Sotto il calore artificiale di uno di quegli strani funghi a gas, seduto a un tavolo per fumatori irriducibili e amanti dei paesaggi a ogni stagione e temperatura, stancamente riflette ormai l’intirizzito scrittore sul malinconico scarto che c’è fra i bar visti da fuori e vissuti da dentro. E chissà perché poi sulla riva del mare non ci sono mai chiese aperte per pregare. Trovi solo bar per sedere e fantasticare.

Geertgen tot Sint Jans, San Giovanni Battista, 1490 ca, Berlino, Staatliche Museen

… e se il bar fosse solo l’anticamera dell’eremitaggio?

Eppure ci sono chiese sulla cima dei monti. E anche eremi e monasteri. E mi ricordo che vissero sulla riva del mare 12 pescatori di pesci che poi divennero pescatori di uomini … Ma ormai si è fatta sera e salpano festose le navi da crociera inghirlandate di luci colorate. 

La Madonna della gatta è un dipinto eseguito da Giulio Romano tra il 1522 e il 1523, probabilmente su disegno di Raffaello, e conservato nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli.

La Perla è un dipinto di Giulio Romano su disegno di Raffaello, databile al 15181520 circa e attualmente conservato nel Museo del Prado di Madrid.

La Malinconia della Preveggenza. Ecco come Raffaello attraverso Giulio Romano, ci racconta il misterioso paradosso, triste e luminoso, di chi sa: la nonna e il padre putativo del Bimbo, ne intuiscono il destino crudele, ma anche il miracoloso riscatto finale.

Santa Restituta, patrona di Napoli, vergine e martire, nacque in Africa.Nell’anno 284 la giovane venne flagellata crudelmente quindi venne posta su una barca carica di stoppa. La vecchia barca priva di remi e di vele venne rimorchiata al largo della costa e qui venne appiccato il fuoco. Le fiamme risparmiarono però il corpo della giovane. La leggenda racconta che apparve allora un angelo del Signore e le sue ali sospinsero la barca fino all’Isola di Ischia, alla Baia di San Montano, dove miracolosamente attraccò. In breve sui declivi dell’isola si diffuse un nuovo profumo: sulla sabbia fiorirono i gigli.Il mare consuma, il mare consola. 

Santa Restituta
La Madonna delle conchiglie …

Intanto i gabbiani zampettano sicuri sulla sabbia e i gatti hanno fatto propri i pietroni deserti. Un armonico accordo fra il regno minerale e quello animale che solo il ballonzolare furbesco di un topo losco può turbare. Ma ci pensano le onde a ricreare l’armonia disegnando pennellate di luce sullo specchio cupo delle acque. Per oggi basta. Niente più storie verranno dal mare. 

Al fondo del canto più triste del mondo c’è un segreto, e riguarda l’arte della felicità
Play!

It’s rainin’, it’s stormin’ on the sea… I feel like somebody has shipwrecked for me” suona un blues nella testa dello scrittore. Il mare è ora quieto, il mare è placato.

L’arte della Felicità
ovvero Napoli sotto la pioggia,
ovvero il miracolo dell’arte a cavallo di un gabbiano.

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per approfondire il tema della malinconia rimandiamo a questo articolo

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arte spirituale Diario del Lockdown presepi e natività Storia di Napoli tradizioni napoletane

Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Da Francesca a Beatrice: la sublimazione delle storie d’amore tragiche di Dante Gabriel Rossetti

Dante Gabriel Rossetti e la sublimazione delle storie d’amore tragiche

Non si tratta di una coincidenza se una così splendida rappresentazione della Francesca da Rimini di Dante sia stata realizzata da un giovane pittore inglese chiamato proprio come il Sommo Poeta. Il padre, nella sua veste di poeta innamorato dell’opera dantesca, diede al secondogenito il nome di Gabriel Charles Dante Rossetti.

E non solo il nome: Gabriele Rossetti, patriota italiano costretto all’esilio per aver partecipato ai moti insurrezionali del 1820 e trasferitosi a Londra poco dopo, trasmette al figlio anche il gusto per la poesia per cui troverà una certa propensione sin dalla tenera infanzia e l’amore per la cultura italiana e particolarmente per l’opera dantesca. Essa ispirerà gran parte della sua opera, dalla traduzione della Vita Nova alle numerose rappresentazioni pittoriche della Divina Commedia. Dante Gabriel Rossetti, che nel frattempo ha deciso di mettere il nome del Poeta in primo piano, trae infatti grande ispirazione dalle storie d’amore tragiche narrate nei massimi capolavori della letteratura.

D. G. Rossetti, Salutatio Beatricis, National Gallery of Canada, Ottawa.

Innamorato delle storie d’amore, ma non del lieto fine

E conoscerà anche lui la storia d’amore di una vita, bellissima e altrettanto tragica, con la modella di umili origini Elizabeth Siddal. È una donna sensuale, dai lunghi capelli rossi, dai tratti dolci che si addice perfettamente ai canoni della Confraternita dei Preraffaelliti, associazione artistica fondata proprio da Rossetti nel 1848 insieme ai compagni della Royal Academy, Millais e Hunt, che stufi dei modelli vigenti all’epoca si propongono di riscoprire i pittori primitivi, i temi medievali e, appunto, i miti e le grandi storie della letteratura.

Elizabeth Siddal, o Lizzy, diventa la modella preferita di Dante Gabriel Rossetti e gli ispira gran parte delle donne raffigurate nei suoi quadri. Da un lato, è una donna dal carattere forte capace di affermarsi anche come poetessa e pittrice. Dall’altro lato però, trascina in sé una malinconia che la seguirà fino al termine della sua vita, e che la rende perfetta per impersonare alcune delle protagoniste di grandi storie tragiche, come la famosa Ofelia di Millais.

Ma per Rossetti, Elizabeth è Beatrice, l’amore assoluto del Poeta, la musa che illumina tutta la sua opera. La relazione tra i due tuttavia è per lo meno burrascosa: Rossetti non è quello che potremmo chiamare un uomo fedele e Lizzy, già debole, sprofonda sempre di più in una cronica malinconia, al punto da dedicare al suo amante questi terribili versi: “se il semplice sogno di un amore fosse vero, allora, dolcezza, saremmo in Paradiso. Ma noi siamo in terra, mia cara, dove il vero amore non è dato”.

D. G. Rossetti, Dante’s Dream, Walker Art Gallery, Liverpool, UK.

La tragedia di Lizzy, e la follia di Rossetti

Lizzy cerca di placare il dolore affidandosi ai poteri del laudano, un sedativo che aveva assunto per la prima volta dopo una polmonite contratta proprio durante una delle sedute in cui faceva da Ofelia per Millais e a cui è ormai dipendente. Anche dopo la prima overdose della modella, la relazione tra i due amanti non si fa più serena: timoroso di presentarla alla sua famiglia, come nelle migliori storie d’amore a ostacoli, Dante Gabriel Rossetti aspetta che la sua Lizzy, debilitata psicologicamente e fisicamente, sia in fin di vita per chiederla in sposa. Nel 1860 i due finalmente si sposano, ma un altro dramma sconvolgerà la povera donna prendendo questa volta la forma di una bambina nata morta.

Elizabeth Siddal non regge il colpo e si suicida poco dopo, nel 1862, assumendo una forte dose di laudano.

D.G. Rossetti, Beata Beatrix, 1872, Tate Britain, Londra, UK.

La sua musa si è spenta ma, proprio come il poeta che gli ha dato il nome, Dante Gabriel Rossetti non smette di ispirarsi alla sua amata. La rappresenta per l’ultima volta nella Beata Beatrix, forse uno dei suoi capolavori, fitto di riferimenti al loro amore e alla morte dell’amata. L’artista, ossessionato dai ricordi e dedito anch’egli all’uso di alcol e droga, si incammina tra pensieri oscuri sul sentiero della follia.

Convinto dagli amici George Meredith e Algernon Swinburne, inuma il corpo della moglie per recuperare una raccolta di poesie a lei dedicate che aveva posto all’interno della bara, fra i suoi lunghi capelli rossi; e a detta dell’amico che lo aiutò nell’impresa la chioma rossa e fluente di Lizzy aveva continuato a crescere durante la sepoltura … Il ricordo dell’amata perseguiterà il pittore fino alla morte che lo coglie nel 1882: solo, folle e quasi cieco, in una casa diroccata e abitata da decine di animali selvatici.

Da Francesca a Beatrice

Amore, follia, morte, rimpianto, tenerezza e passione, fanno della storia tra Dante Rossetti ed Elizabeth Siddal uno dei simboli più alti del tragico intreccio tra arte e vita. E non ci stupisce, ma continua a incantarci, come questo artista il cui nome stesso era un omaggio al nostro sommo poeta, abbia dato le fattezze dell’adorata Lizzy non solo all’angelica Beatrice, ma anche alla sua splendida Francesca da Rimini, coinvolta insieme all’amante in un tenero abbraccio destinato a durare per l’eternità.”

D. G. Rossetti, Paolo and Francesca da Rimini, 1855.
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Umberto Eco e la sua Beatrice ribelle: un Paradiso che somiglia a un inganno maschile …

È incontestabile: se il ricordo di Beatrice Portinari ha attraversato i secoli fino a farne, ancora oggi, una delle donne più famose della letteratura italiana, è tutto merito dei versi che colui che ci è noto come il “Sommo Poeta” dedicò alla sua angelica figura. Sia nella “Divina Commedia” che nella “Vita Nuova”, Dante ha riservato al suo amore dell’infanzia un posto speciale: la “sua” Bice infatti è nota a tutti come l’ispiratrice dell’opera dantesca, guida delle guide nel lungo viaggio attraverso l’aldilà, anima di numerosi versi scritti dalla mano del poeta.

Ma della vita e dei pensieri di questa donna straordinaria ci sono poche tracce, e la sua voce sbatte contro i limiti del quadro stabilito dallo stesso Dante. Sarebbe bello se per una volta potesse parlare di sé stessa al riparo dello sguardo del suo poeta. Potremmo chiederle come ci si sente ad essere la Musa di uno degli autori più grandi di tutti i tempi. E forse potremmo anche avere delle sorprese. Per esempio, potrebbe svelarci che, ben lontano di esserne lusingata, lo vive come un “inferno” in cui l’ha rinchiusa questo “porco sciovinista maschio del Signor Alighieri”.

Un poeta timido…

In una puntata delle Interviste Impossibili mandata in onda sulla Rai nel 1975, Umberto Eco ci propone l’insolito ritratto di una Beatrice Portinari, magistralmente impersonata dall’attrice Isabella del Bianco, che si confida sul suo legame con Dante: un legame che non solo non ha niente dell’amore idealizzato a cui abbiamo creduto tutti, ma, a suo dire, non è neanche mai esistito. Lei non ha per lui il minimo riguardo, e piuttosto si diverte a commentare la goffaggine di colui che la fissa con gli “occhi da pesce bollito” e i “polsi che li tremavano” proprio come quando si ritrovò di fronte alla lupa nella selva oscura – questo per dire che effetto gli faceva la sua amata – limitandosi a “borbottare delle parole in latino”.

È l’archetipo del poeta timido ed impacciato, di certo non aiutato dal fatto di essere stato allievo di Brunetto Latini, che come si sa, sulle donne non gli avrà potuto insegnare un bel niente. Ed è vero che è divertente, questo Dante che Beatrice saluta soltanto “per provocarlo” e di cui aspetta una risposta che per un’apparente timidezza non arriva mai. Forse perché è ovvio che Beatrice lo avrebbe rifiutato, lui che è così brutto con il naso che si ritrova, in confronto a lei che “quando passava vestita di nobilissimo colore ogni lingua la diventava tremando muta”.

Filippo Agricola, Dante e Beatrice, Purgatorio, Canto XXX, v. 73, 1822.

… o semplicemente opportunista?

Ma forse non è così timido. E se non si è mai dichiarato, è forse perché non avrebbe voluto che Bice diventasse sua moglie: come può uno spirito ancorato nella vita quotidiana essere innalzato al rango di tramite per la salvezza dell’uomo? Come può il poeta stilnovista lodare la donna angelica pensando alla madre dei suoi figli? Dante ha deciso: lui si sposerà con Gemma, e Bice diventerà la sua Beatrice, la sua Musa. Stringerà un contatto con lei – quel poco che basta per potersene vantare – anche a costo di sembrare un “cascamorto” o di intimorirla e di indurla a non uscire da casa.

Ma ecco che il Poeta vede i suoi progetti improvvisamente buttati via dalla morte della povera Bice. Più afflitto per la sua carriera artistica che per la scomparsa della donna, non gli ci vorrà molto tempo per vedere il vantaggio che gli offre quell’episodio tragico. Che affare per Dante che può modellare la “sua” Beatrice in modo da farne la donna ideale – che poi, amò proprio lui, fino a scendere nel Limbo per salvarlo! E che carte gioca, Dante, per costringerla a scendere. Nientemeno che la Vergine! – senza che le sue azioni terrene vengano a contraddirlo. Un beneficio così grosso che Beatrice lo sospetta addirittura di averle “lanciato un maleficio” per provocare la sua morte.

Henry Holiday, Dante and Beatrice, 1883, Walker Art Gallery di Liverpool, Inghilterra.

Beatrice, eterna portavoce delle idee altrui

Come ci si sente ad essere la Musa di uno dei poeti più grandi di tutti i tempi? A sentire Bice, spossessati dalla propria umanità. E il Poeta rimuoverà tutto di lei: dai “flirtini” che ha avuti all’amore sensuale che non sdegna – anzi – fino al suo aspetto fisico piacevole al quale Dante non allude mai. Per Beatrice, si tratta di un vero e proprio “strip-tease letterario”, anche se in salsa stilnovista. Non c’è stato bisogno dell’amore fisico per strumentalizzarla, anzi, per lei che ha perso la sua forma umana in terra e che non la ritrova nell’opera di Dante, non c’è neanche la possibilità di dire la sua.

Ed è così che, nascondendosi dietro alle parole della sua amata, Dante espone spudoratamente le sue idee sulla corruzione della Chiesa, sull’autorità imperiale che rimedierà a tutti i disordini che stanno portando Firenze alla perdizione, pensando che “tanto firma la Beatrice”, la povera donna che lo asseconda suo malgrado. “Beatrice l’era quella di Dante, mica l’era quella di Beatrice”, aggiunge.

Un’unicità ridotta a semplice strumento poetico

E lui negherà la sua unicità fino di farla diventare puro strumento delle sue “canzoni da quattro soldi”, un mezzo per arrivare a compiere un esercizio letterario al pari di madonna Pietra, colei che, al contrario della donna angelica, tormenta il poeta con un amore conflittuale. La storia di Bice gira esclusivamente intorno a quella del Poeta e persino qualcuno dei dati anagrafici di lei sono stimati in base a quelli di Dante, fino a far dubitare qualcuno della sua esistenza.

“E se, come madonna Pietra, Beatrice fosse soltanto un nome fittizio?”, uno si potrebbe chiedere. O se semplicemente Dante, disperatamente in cerca di una Musa, avesse messo gli occhi sulla povera Bice dopo aver letto uno di quei poeti provenzali che tanto ammirava e che ha cantato le lodi di una certa Biatriz? “Colei che rende beati”, un nome più che azzeccato per la donna angelica tanto sognata dal Poeta. Che affare per Dante che ne ha proprio una a portata di mano. Se l’amore si attacca al cuore gentile non appena incontra una donna nobile, il cuore “pieno di fiele” di Dante è incapace di amare, aggiunge, amareggiata, Bice.

“Vita Nova!”

A tutti quelli che, aprendo la Commedia di Dante, si limitano a leggere l’Inferno perché le sorti dei buoni non li interessano, pensate anche solo un’istante alla povera Beatrice rinchiusa in questo Paradiso che non ha scelto. “Vita Nova!”, grida lei alla fine dell’intervista. È stato sfatato il mito di Beatrice, o anzi, è stata Bice a sfatare il mito della donna angelicata.

Stufa di sentirsi strumentalizzata spudoratamente, stufa che le poetesse dai molteplici talenti siano oscurate dall’ombra di un uomo, Beatrice, che fa da portavoce a tutte le “donne dei poeti” sfruttate dalla letteratura al maschile, inizia nell’aldilà una crociata contro il Maschio – e farebbe bene a guardarsi le spalle, Dante Alighieri, che lassù c’è più di una donna pronta a dare battaglia. “Che il diavolo se lo porti dove lui sa bene”, ecco l’ultimo malaugurio che Bice destina a colui che le ha fatto un’offesa eterna incidendo nella storia i loro due nomi l’uno affianco all’altro, “e con che diritto?”.

Dove ascoltare l’intervista originale?

https://youtu.be/y7HkeMWCOvk
Tutte le Interviste Impossibili sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).
Anche dal fondo dell’Inferno, Francesca si lamenta: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/linferno-e-rimini-in-dicembre-la-francesca-in-salsa-felliniana-di-edoardo-sanguineti/

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La Francesca in salsa Felliniana di Edoardo Sanguineti: l’inferno è Rimini in dicembre …

La figura romantica per eccellenza?

Una donna vittima della propria passione che per contrastare un infelice matrimonio combinato ha scelto di sfidare il pericolo e di abbandonarsi a una storia d’amore proibita. Solo la morte, caro ma inevitabile prezzo da pagare, porrà fine all’incanto: ecco l’immagine che ci viene immancabilmente in mente se pensiamo a Francesca da Rimini, figura romantica per eccellenza, rappresentante ufficiale delle storie d’amore che non conosceranno mai un lieto fine ed inesauribile fonte di ispirazione per i tanti artisti che attraverso i secoli hanno cercato di dare un viso alla passione, quella che non si spegne neanche tra le fiamme dell’Inferno.

E se provassimo per una volta a pensare a questa stessa Francesca da Rimini non come ad un’eroina tragica a cui è stata tolta la vita per l’unico motivo di aver amato, bensì come a una poveraccia ingannata da “questo mascalzone del Paolo“, che ha saputo sfruttare la sua debolezza per i romanzi d’amore? E se questa passione travolgente di una volta, che fa convivere i nomi dei due amanti al punto di non poter mai parlare dell’uno senza nominare l’altra, fosse stata ridotta nell’aldilà ad un’insignificante “mezza cotta”?

Una lagna eterna: il rimpianto degli anni d’oro

Paolo e Francesca, William Dyce, 1845, National Gallery of Scotland, (dettaglio).

Questo è proprio il ritratto che propone Edoardo Sanguineti della più famosa tra le donne infernali in una puntata delle Interviste Impossibili, mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974. In una telefonata faticosa, piena di rumori di sottofondo e interruzioni di linea, al secondo cerchio dell’Inferno, Edoardo immagina di chiedere a Francesca i dettagli della faccenda che le costò la vita insieme al suo amante, proprio come fece quel “giornalista” che era Dante secoli prima.

Rassegnato ad ascoltare la versione esposta dalla donna poiché, e si sa sin dai tempi della Commedia di Dante, non è da Paolo esprimersi, lascia spazio ad una non più giovane Francesca, anche lei rassegnata a raccontare la sua storia malgrado si fosse dimostrata un’altra volta riluttante a ricordare il suo passato felice. Per l’insolita Francesca delle Interviste Impossibili, impersonata in perfetto stile romagnolo da Laura Betti, la felicità assomiglia ad un tempo lontano in cui la “ragazzuola niente male” di Ravenna faceva girare la testa a tutti.

Mentre al di fuori infuria la bufera infernale, Francesca torna a raccontare la sua storia con Paolo, che rimpiange quanto i suoi giovani anni, caratterizzati dai privilegi di cui poteva godere una ragazza di buona famiglia e dalle estati spassose trascorse sul mare di Rimini. Non è più la giovane donna appassionata degli artisti romantici, piuttosto sembra la nonnina a cui i nipoti chiedono di raccontare una gioventù felice in compagnia del nonno, che ormai non vede più che come una “lagna eterna”, ognuno dando la colpa degli errori passati all’altra.

Sono intrappolato lì per colpa della tua debolezza”, piange disperatamente Paolo. “Mi è saltato lui addosso, rovinandomi il matrimonio con un marito brutto e zoppo, e mandandomi al macello”, ribadisce Francesca. E l’intervista con Edoardo Sanguineti ci permette di rispolverare una vecchia storia che pensavamo di conoscere bene.

“Niente più di una storia d’amore”

Niente più di una storia d’amore”, ecco come Francesca sintetizza un racconto che ha attraversato i secoli. Anzi, più che amore, era forse per lei un modo di sfuggire alla noia delle lunghe giornate d’inverno in cui, in provincia, non c’è niente altro da fare che leggere romanzi d’amore, “tradotti male”, per di più.

Tanti di quegli scrittori e cantanti hanno cercato di mettere le parole giuste su quel sentimento complesso che è l’amore, ma per Francesca la storia è alquanto semplice. Una storia d’amore avvincente letta in un famoso romanzo francese che le fa perdere la testa e Paolo, l’unico Galeotto della storia secondo lei (altro che il libro, o colui che lo ha scritto), colui che “si infiammava come niente” e che, vedendola immersa nella storia, coglie la palla al balzo. Per un’istante lei lo vede come “il Lancillotto” che conquista la moglie del Re Artù. E ad impersonare Ginevra non può essere che la malcapitata Francesca, che, e lo sa bene Paolo, non ha altra scelta che di cedere ai suoi istinti primari. E se per giunta Paolo fosse veramente il bell’uomo, atletico, con certi muscoli, che lanciava certe occhiate da togliere il fiato che racconta Francesca… “Beh, insomma, mi capite”.

Il sogno di una Francesca mai carcerata: né all’inferno, né in un matrimonio

Edoardo Sanguneti si rituffa per noi nella storia di Francesca da Rimini, che si lamenta di ricevere sempre meno visite: ed è vero che fra la prima fatta da Dante e quest’ultima, sono stati ben pochi a non rappresentarla come un mito, intrappolata in una storia in cui non ha voce.

Prima dell’addio, coglie l’occasione data da questa rara intervista per chiedere ad Edoardo: “se passa qui giù un giorno o l’altro, mi porti un romanzo?” facendo in seguito il nome di Françoise Sagan, la scrittrice francese probabilmente influenzata dal film “I Vitelloni” di Fellini, che descrive una vita che la stessa Francesca avrebbe potuto conoscere se fosse vissuta nel Novecento, la donna libera di cui avrebbe potuto invidiare lo stile di vita incurante dei pettegolezzi, l’autrice di “Bonjour Tristesse”, romanzo nel quale una donna può scegliere qualunque uomo senza ritrovarsi “carcerata” né all’Inferno, né in un matrimonio.

Alla fine, ci dicono Edoardo Sanguineti e Laura Betti, forse la storia di Paolo e Francesca non è un mito, bensì una semplice storia d’amore come tante altre, un colpo di fulmine durato il tempo di un bacio, un fatto accaduto in un momento di debolezza, con l’unica colpa che “un uomo è un uomo, e una donna è una donna, no?

DOVE ASCOLTARE L’INTERVISTA ORIGINALE

 https://youtu.be/K8CHGIpXTAE

Tutte le trasmissioni delle “Interviste Impossibili” sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

Non solo all’inferno, anche Beatrice ha qualcosa da dire: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/un-paradiso-che-somiglia-a-un-inganno-maschile-la-beatrice-ribelle-di-umberto-eco/

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DANTE ’70 ovvero “Le Interviste Impossibili”

Chi non ha mai, leggendo un capolavoro della letteratura o ammirando il dipinto di un artista il cui nome ha attraversato i secoli, fantasticato sulla possibilità di rivolgere le tante domande che in quei casi sorgono spontanee al primo interessato? Un sogno al quale noi del Museodivino di Napoli spesso ci abbandoniamo, immaginando di interrogare Don Antonio, un artista novecentesco che ci ha lasciato una serie di sculture in miniatura piene di misteri ancora irrisolti dedicata alla Divina Commedia, ospitata proprio negli spazi del museo.

Obiettivo: riportare i grandi del nostro mondo… alla nostra epoca

All’epoca dei social in cui tutto sappiamo dei nostri idoli fino ad entrare nelle loro sfere private, non abbiamo ancora trovato il modo di riportare nel nostro mondo i grandi personaggi defunti, e spesso, per avvicinarli, ci dobbiamo accontentare di quanto scritto sui manuali di scuola.

A renderci possibile un’interazione più coinvolgente e divertente con questi stessi personaggi fu Lidia Motta, voce nota nel panorama radiofonico della seconda parte del ‘900. Con le sue Interviste Impossibili, la cui prima puntata fu mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974, propose al grande pubblico un programma in cui le maggiori figure della cultura italiana dell’epoca, tra cui scrittori contemporanei di spicco come Italo Calvino e Umberto Eco, ma anche un certo Andrea Camilleri alla regia, intervistavano grandi personaggi passati a miglior vita in un modo spesso comico, a volte caricaturale ed ironico.

Dall’uomo di Neanderthal a Pablo Picasso…

Pur restando fedeli ai fatti storici, gli attori che davano loro voce (Carmelo Bene, Laura Betti e Mario Scaccia, tra l’altro) si divertivano ad interpretare il proprio personaggio in un modo decisamente soggettivo, dando loro dei tratti insoliti ed esagerati. Il programma, trasmesso quasi ogni giorno fino al mese di settembre prima di ricominciare l’anno seguente per soli pochi mesi, dava voce a uomini e donne che hanno fatto la storia dell’umanità, dall’uomo di Neanderthal al Pablo Picasso: dagli scrittori Gabriele D’Annunzio e Giovanni Verga allo scienziato Copernico, dal pittore Dante Gabriel Rossetti ai politici Giulio Cesare o Vittorio Emanuele II passando per le figure femminili che hanno segnato la storia come Cleopatra, Giovanna D’Arco o Mata Hari, sono stati “intervistati” ben 82 personaggi illustri, tra cui qualcuno inaspettato come l’inquietante Jack lo squartatore.

passando per le donne della Divina Commedia

Ma fra i tanti personaggi rivissuti per i venti minuti della trasmissione, ci interessano in particolare due donne che, pur avendo avuto una vita terrestre ben reale, hanno per noi una grande risonanza grazie all’opera che le ha eternate: l’una al rango di Musa poetica per eccellenza, e l’altra a simbolo dell’amore maledetto, della passione travolgente che resiste anche alla tormenta dell’Inferno. Noi che abbiamo dedicato più di un mese alle donne della Divina Commedia di Dante, non potevamo perderci le due puntate incentrate sulle due figure straordinarie che sono Beatrice Portinari e Francesca da Rimini.

DOVE ASCOLTARLE?

Tutte le trasmissioni sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

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Flannery O’Connor: tra i pavoni ai piedi dell’Angelo, con uno straccio in mano

Il misticismo dantesco di Flannery O’ Connor

Il miglior modo per affrontare l’enorme sfida che una scrittrice come Flannery O’Connor propone ai suoi lettori non sta forse nell’immergersi ex abrupto nelle sue opere più importanti, che a prima vista potranno risultare difficili, bizzarre, persino ciniche, bensì di iniziare dalla corrispondenza che intrattenne fino alla sua scomparsa con tante e variegate personalità, e dal suo “Diario di Preghiere”. Ecco almeno quanto suggerito da William Sessions, scrittore e grande amico della O’Connor che, se in un primo momento rifiutò di scriverne la biografia, vi si rassegnò dopo la scoperta di questo documento, tanto prezioso da definirlo, nella sua intervista a “Tempi” del 2014, “il forziere dell’Isola del tesoro”.

Immergersi nella vita e nei pensieri della O’ Connor potrebbe essere un modo per ristabilire la verità su questa scrittrice novecentesca troppo spesso fraintesa, che attraverso i suoi racconti, ingiustamente definiti “horror” dalla critica – incapace a suo avviso di individuare il vero orrore – cerca soltanto di farci specchiare nella cruda realtà, a costo di dover impiegare i modi più violenti, per portarci con tutta la sua forza in Purgatorio.

Scrittrice cattolica sì, predicatrice mai

Se Flannery O’Connor è ancor oggi considerata capostipite di quel “Southern Gothic” nato come critica sociale dalle ferite della Guerra di Secessione, se la sua opera partecipa della storia della letteratura americana, e se ancora viene apprezzata (o meno) da lettori di ogni estrazione sociale e religiosa, il merito è certo del suo sguardo lontano da ogni puerile manicheismo, il suo rifiuto di farsi predicatrice e di catalogare la realtà secondo gli schemi delle favole per bambini, dove i buoni sono buoni e i cattivi, cattivi.

E infatti non si troverà in questa scrittrice, che sempre rifiutò di essere ritenuta una santa, nessuna traccia di superiorità: piuttosto, addirittura, la tendenza a sottovalutarsi. Non esita a descriversi come una bambina dall’aspetto piuttosto ingrato, dall’aria di chi vuole essere lasciato in pace. Nemmeno si vanta dei suoi scritti, ma del film che la mostra mentre insegna ad un pollo a camminare all’indietro, e del fatto di essere nata nella stessa città di Oliver Hardy.

“Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”

Nel mezzo della sua breve vita, iniziata nella primavera del 1925, Flannery O’Connor partecipa ad un prestigioso laboratorio di scrittura all’Università dell’Iowa dopo aver vinto una borsa di studio. La giovane scrittrice ha appena iniziato il suo primo romanzo “La Saggezza del Sangue”, e si trova catapultata dalla nativa Georgia in una dimensione del tutto diversa, dove ha sì l’occasione di confrontarsi a figure che segneranno la poesia statunitense, come Robert Lowell e Elizabeth Bishop, e con cui stringerà un rapporto di amicizia duraturo, ma anche, e soprattutto, col diffuso scetticismo del Nord verso il sacro.

Fervente cattolica cresciuta in una famiglia di origine irlandese, Flannery resiste però alla tentazione di crearsi una campana di vetro nella quale proteggersi dalla dura realtà che la circonda. Al contrario, si apre onestamente ai propri dubbi, ammettendoli: “la mia mente non è forte. È preda di ogni sorta di cialtroneria intellettuale. Non voglio che sia la paura a farmi restare nella chiesa. Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”. È in questi anni di messa in discussione radicale delle modalità della fede che inizia la stesura del suo “Diario di Preghiera”, un tentativo per stabilire una comunicazione con Dio, a cui rivolge tra le altre questa preghiera: di consentirle di essere la Sua “macchina da scrivere“.

E, a quanto pare, i suoi desideri vengono esauditi. Con un talento indiscusso scrive, anche per coloro che credono che Dio sia morto, senza nessuna traccia di moralismo. È la grande sfida che lancia a sé stessa e, di rimando, anche ai suoi lettori: immettere nei suoi racconti qualcosa di indicibile, che il lettore crede di afferrare ma che non dura più di un breve lampo, qualcosa che altro non è se non il mistero della grazia divina, capace di turbare chiunque lo scorga.

Gli ostacoli dell’emarginazione

A questa già ardua missione si somma la distanza forzata dalle persone a lei care: un distacco tanto più difficile quanto più la allontana da tutte quelle situazioni concrete, e quotidiane, in cui poteva sperare di raggiungere il cuore della gente a cui era diretto il suo lavoro. Dopo qualche tempo a New York in compagnia di artisti come Sally e Robert Fitzgerald, con cui intratterrà poi una lunga corrispondenza e che cureranno molte delle sue pubblicazioni postume, Flannery è infatti costretta a tornare nella sua casa di Milledgeville, in Georgia, a causa dell’insorgere della LES, una malattia autoimmune comunemente nota come “lupus”, che può risultare in molti casi letale. E’ un morbo a lei noto, che si è portato via il padre Edward quando lei era poco più che adolescente, e che, lo sa bene, la forzerà a sottoporsi a cure invasive.

Ma questa emarginazione non le fa paura, anzi, la conosce bene, lei, che è nata cattolica nel bel mezzo della “Bible Belt” protestante, lei che, in Iowa, ai tempi del primo laboratorio di scrittura, doveva far leggere i suoi racconti dal professore perché altrimenti, a leggerli con il suo forte accento del sud, nessun l’avrebbe presa sul serio.

“La verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”

Ed è forse questo senso della realtà, che è stata costretta a sviluppare sin da molto giovane, a darle questa sua urgenza di scrivere, a permetterle di padroneggiare l’arte dei racconti brevi – poiché non può più scrivere lunghi romanzi per paura di non terminarli – in cui ai personaggi basta un lampo per capire qualcosa. Ed è forse questo senso della realtà a darle questa capacità di non indorare mai i suoi racconti. Scrive: “la verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”.

E infatti, le sue storie non conoscono il lieto fine. O meglio potremmo dire che il lieto fine non è ciò che crediamo, e risiede nel solo fatto che ogni anima, per quanto difettosa possa essere, sia capace di scorgere la grazia divina, e da qui, scegliere se accettarla o meno. Quando la nonna di “A Good Man is Hard To Find” scorge “un qualcosa” nel fondo dell’anima del “Balordo”, lo svitato che ha appena fatto fuori tutta la sua famiglia, bambini compresi, per un istante, lo accoglie come un suo figlio. Morirà, uccisa da quel suo “bambino”, ma con un sorriso rivolto al cielo. Questa nonna grottesca, bigotta, scritta in modo ironico e caricaturale come molti dei personaggi dei racconti di Flannery O’Connor, antieroi di tutte le età e di tutte le ideologie, questa nonna ha trovato la strada per la redenzione.

Flannery O’Connor scrive questo breve racconto, che darà il titolo alla sua raccolta più famosa, dal fondo della sua Georgia, in una fattoria di nome Andalusia in cui passa i suoi ultimi tredici anni di vita circondata da pavoni, oche, tucani e altri uccelli di ogni genere, svelando un amore incondizionato per la natura. Nulla di sorprendente considerato che, secondo lei, è proprio attraverso la natura che ci si rivela la grazia divina. In “The Displaced Person”, è un pavone a offrire, allo sguardo di chi saprà vederla, questa intuizione legata alla grazia, spiegando le sue ali coperte di migliaia di occhi, come fosse “una mappa dell’universo”.

La grazia si nasconde anche nel fondo delle selve oscure

E non importa se la natura è bella agli occhi degli esseri umani o meno: della prima coppia di pavoni acquisita dalla scrittrice, l’uno aveva un occhio cieco, ed entrambi erano alquanto spennati. Non importa, e le numerose incarnazioni di Cristo Redentore avvengono anche nelle selve oscure. “Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla facoltà di Pollamologia”, dichiara.

Flannery O’Connor nella sua casa di Milledgeville, Georgia.

Nonostante le sue condizioni fisiche declinino al punto da costringerla a camminare con l’aiuto di stampelle, Flannery continua a dare lezioni e conferenze attraverso il paese. E, fino alla sua scomparsa a soli 39 anni, non smetterà mai di scrivere: oltre ai suoi racconti, c’è una lunga corrispondenza con amici, parenti, e persino ammiratrici segrete. Amicizie e scambi che alimenterà dalla sua cameretta che somiglia, a detta della madre, più ad un pollaio che ad una stanza da letto.

Fino al Purgatorio, costi quel che costi

Flannery O’Connor dedicò la sua vita artistica a quelli che riteneva ciechi, incapaci di vedere la grazia, l’apertura verso la redenzione che porta tutti sulla via del Purgatorio. Che la accettino o meno, non è il suo problema, purché ognuno sappia che ogni anima può incontrarla a patto di abbandonare le proprie posizioni ideologiche e morali e la propria convinzione di agire in buona fede, e sia pronta a mirare la realtà dritto negli occhi, siano essi quelli del Cristo tatuato sulla schiena di Parker, o quelli disegnati sulla coda di un pavone.

E se qualcuno dei suoi personaggi resiste, nonostante i numerosi richiami, lei non esiterà a tracciare forme gigantesche e violente, non esiterà a scuotere brutalmente quell’anima, per fargli vedere la realtà, l’unica che valga, della grazia divina. Farà vedere, ma non spiegherà mai: perché, secondo la O’Connor, “imparare a guardare è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica”.

Fonti:

La mia amica Flannery O’Connor, la grande scrittrice americana che non smise mai di «perseguitare la gioia»”, Leone Grotti in “Tempi”, 13 luglio 2014.

Flannery O’Connor, Un Paon pour ange gardien.”, Marie-Claire Pasquier, Les Cahiers du GRIF, n°39, 1988. Recluses vagabondes. pp. 39-48.

Jacques Pothier. Une pascalienne catholique dans le Sud protestant : Flannery O’Connor et la pureté naturelle. Van Ruymbeke Bertrand. Réforme et révolutions : hommage à Bernard Cottret, Editions de Paris, pp.217-226, 2012, 2846211698.

Carta, penna e inchiostro rosso sangue”, Respinti Marco in “Tempi”, 16 agosto 2001.