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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Donne&Dante: Giacinta, l’attrice che anticipò Benigni di un secolo

” Due celebri attrici italiane portarono la Commedia sulle scene, contribuendo a stabilizzare un repertorio dantesco nel teatro ottocentesco dentro e fuori l’Italia: l’una, Giulia Calame, al fianco di Gustavo Modena nelle sue ‘dantate’; l’altra, Giacinta Pezzana in grado di dare vita ad un one woman show. “

La seconda metà dell’Ottocento vede l’affacciarsi sulla scena della critica, della letteratura e delle celebrazioni dantesche importanti figure femminili una cui bella galleria è proposta da Rossella Bonfatti in ” Dante e il Risorgimento educatore delle donne: percorsi anglo-italiani ” nel 2014. Da questa carrellata, su cui speriamo un giorno di poterci soffermare più a lungo, estrapoliamo il profilo di Giacinta Pezzana, che più di cento anni fa portò in tournée in Sud America le “Veladas Dantescas”: “vere «intellectual luxuries», importanti studi scenici, che prevedevano un’accurata selezione dei canti da declamare, l’ordine della loro presentazione e la messa a punto dei tempi della presenza scenica”.

Nata a Torino il 28 gennaio 1841, Giacinta Pezzana come molti grandi artisti iniziò la sua carriera con la bocciatura dell’Accademia Filodrammatica di Torino (che però l’accolse l’anno successivo), fece parte di diverse compagnie di spicco fino a recitare con Ernesto Rossi, il grande attore italiano che fu tra gli ispiratori del sistema di K. S. Stanislavskij. L’interpretazione che la rese più celebre fu quella della mamma nel dramma Teresa Raquin, debuttato proprio a Napoli nel 1879, in cui recitava anche una giovanissima Eleonora Duse – che guardò sempre alla Pezzana come alla sua grande maestra.

Giacinta Pezzana (a destra), con Dillo Lombardi e Maria Carmi in una scena di Thérèse Raquin. Secondo il suo biografo Celso Salvini, la scelta consapevole di impersonare proprio la madre di Thérèse, anziana e paralitica, e quindi il rifiuto di adeguarsi alle norme estetiche in vigore partecipò a compromettere la sua carriera in ancora giovane età.

Ecco dunque questa attrice statuaria, dalla recitazione asciutta, priva di melodramma, antesignana dello stile “naturale”, che nella metà degli anni ’70 non nel Novecento, ma dell’Ottocento, gira il Sud America con uno spettacolo dedicato alla Divina Commedia, una “performanza” – il termine già esisteva! – in cui alternava recitazione e prosa per raccontare quel che i versi avrebbero poi detto.

Da Buenos Aires a Montevideo, territori segnati dalla larga espansione della cultura italiana, Giacinta Pezzana riceve l’appoggio del pubblico e i riconoscimenti della critica. Non solo la recitazione dei canti scelti è innovativa, ma lo è anche il format adottato: portata dalla voglia di soffermarsi sulla figura femminile del capolavoro di Dante, il programma da lei stabilito prevede anche una conferenza sul tema “Dante y la mujer”, dove esamina il ruolo della donna – in questo caso preciso, ovviamente, Beatrice – in quanto musa “ispiratrice di magnanime imprese”.

Locandina di una “Serata Dantesca”. Le esibizioni in teatri italiani come il Politeama di Napoli non ricevettero, almeno agli inizi, il successo che troveranno poi nel Sudamerica: venne messa in dubbio la possibilità stessa di recitare Dante su un palcoscenico senza perderne la “superba archittetura”. Ciò porterà la Pezzana a affermare che bisogna: “propinare Dante a pillole, anzi a granelli omeopatici, perché in forti dosi produce, sugli stomachi deboli del giorno, delle gastroenteriti”. 

L’Esposizione Universale del 1900 la vede protagonista a Parigi di una nuova versione dello spettacolo, adattata al pubblico cosmopolita (si era previsto infatti di distribuire i testi tradotti in francese all’entrata) accompagnata dalla Dante-Symphonie di Lizt e da «Luce persa per l’Inferno, verdognola pel Purgatorio, e bianco-cilestrina pel Paradiso», con l’obiettivo di attirare maggiori uditori, portando oltralpe “ciò che vi possa essere di più alto, intellettualmente, in Italia”.

In evoluzione perenne, trasformandosi al contatto con lo spettatore, la Commedia di Giacinta Pezzana continuerà la sua vita anche in Italia con toni diversi: “l’attrice deciderà infine di «non leggere Dante ma dirlo, di viverlo», preferendo in tal modo una recitazione calda e partecipata, basata sul dire e insieme commentare le terzine dantesche, così unificando il paradigma di un teatro morale e quello di un teatro popolare, capace di far incontrare la poesia nei teatri e nelle piazze.”

FontI principalI

Rossella Bonfatti, Dante e il Risorgimento educatore delle donne: percorsi anglo-italiani, in I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma Sapienza, 18-21 settembre 2013), a cura di B. Alfonzetti, G. Baldassarri e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014

Andrea Simone, Dante in scena. Percorsi di una ricezione: dalla fine dell’Ancien Régime al grande attore.

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Da Francesca a Beatrice: la sublimazione delle storie d’amore tragiche di Dante Gabriel Rossetti

Dante Gabriel Rossetti e la sublimazione delle storie d’amore tragiche

Non si tratta di una coincidenza se una così splendida rappresentazione della Francesca da Rimini di Dante sia stata realizzata da un giovane pittore inglese chiamato proprio come il Sommo Poeta. Il padre, nella sua veste di poeta innamorato dell’opera dantesca, diede al secondogenito il nome di Gabriel Charles Dante Rossetti.

E non solo il nome: Gabriele Rossetti, patriota italiano costretto all’esilio per aver partecipato ai moti insurrezionali del 1820 e trasferitosi a Londra poco dopo, trasmette al figlio anche il gusto per la poesia per cui troverà una certa propensione sin dalla tenera infanzia e l’amore per la cultura italiana e particolarmente per l’opera dantesca. Essa ispirerà gran parte della sua opera, dalla traduzione della Vita Nova alle numerose rappresentazioni pittoriche della Divina Commedia. Dante Gabriel Rossetti, che nel frattempo ha deciso di mettere il nome del Poeta in primo piano, trae infatti grande ispirazione dalle storie d’amore tragiche narrate nei massimi capolavori della letteratura.

D. G. Rossetti, Salutatio Beatricis, National Gallery of Canada, Ottawa.

Innamorato delle storie d’amore, ma non del lieto fine

E conoscerà anche lui la storia d’amore di una vita, bellissima e altrettanto tragica, con la modella di umili origini Elizabeth Siddal. È una donna sensuale, dai lunghi capelli rossi, dai tratti dolci che si addice perfettamente ai canoni della Confraternita dei Preraffaelliti, associazione artistica fondata proprio da Rossetti nel 1848 insieme ai compagni della Royal Academy, Millais e Hunt, che stufi dei modelli vigenti all’epoca si propongono di riscoprire i pittori primitivi, i temi medievali e, appunto, i miti e le grandi storie della letteratura.

Elizabeth Siddal, o Lizzy, diventa la modella preferita di Dante Gabriel Rossetti e gli ispira gran parte delle donne raffigurate nei suoi quadri. Da un lato, è una donna dal carattere forte capace di affermarsi anche come poetessa e pittrice. Dall’altro lato però, trascina in sé una malinconia che la seguirà fino al termine della sua vita, e che la rende perfetta per impersonare alcune delle protagoniste di grandi storie tragiche, come la famosa Ofelia di Millais.

Ma per Rossetti, Elizabeth è Beatrice, l’amore assoluto del Poeta, la musa che illumina tutta la sua opera. La relazione tra i due tuttavia è per lo meno burrascosa: Rossetti non è quello che potremmo chiamare un uomo fedele e Lizzy, già debole, sprofonda sempre di più in una cronica malinconia, al punto da dedicare al suo amante questi terribili versi: “se il semplice sogno di un amore fosse vero, allora, dolcezza, saremmo in Paradiso. Ma noi siamo in terra, mia cara, dove il vero amore non è dato”.

D. G. Rossetti, Dante’s Dream, Walker Art Gallery, Liverpool, UK.

La tragedia di Lizzy, e la follia di Rossetti

Lizzy cerca di placare il dolore affidandosi ai poteri del laudano, un sedativo che aveva assunto per la prima volta dopo una polmonite contratta proprio durante una delle sedute in cui faceva da Ofelia per Millais e a cui è ormai dipendente. Anche dopo la prima overdose della modella, la relazione tra i due amanti non si fa più serena: timoroso di presentarla alla sua famiglia, come nelle migliori storie d’amore a ostacoli, Dante Gabriel Rossetti aspetta che la sua Lizzy, debilitata psicologicamente e fisicamente, sia in fin di vita per chiederla in sposa. Nel 1860 i due finalmente si sposano, ma un altro dramma sconvolgerà la povera donna prendendo questa volta la forma di una bambina nata morta.

Elizabeth Siddal non regge il colpo e si suicida poco dopo, nel 1862, assumendo una forte dose di laudano.

D.G. Rossetti, Beata Beatrix, 1872, Tate Britain, Londra, UK.

La sua musa si è spenta ma, proprio come il poeta che gli ha dato il nome, Dante Gabriel Rossetti non smette di ispirarsi alla sua amata. La rappresenta per l’ultima volta nella Beata Beatrix, forse uno dei suoi capolavori, fitto di riferimenti al loro amore e alla morte dell’amata. L’artista, ossessionato dai ricordi e dedito anch’egli all’uso di alcol e droga, si incammina tra pensieri oscuri sul sentiero della follia.

Convinto dagli amici George Meredith e Algernon Swinburne, inuma il corpo della moglie per recuperare una raccolta di poesie a lei dedicate che aveva posto all’interno della bara, fra i suoi lunghi capelli rossi; e a detta dell’amico che lo aiutò nell’impresa la chioma rossa e fluente di Lizzy aveva continuato a crescere durante la sepoltura … Il ricordo dell’amata perseguiterà il pittore fino alla morte che lo coglie nel 1882: solo, folle e quasi cieco, in una casa diroccata e abitata da decine di animali selvatici.

Da Francesca a Beatrice

Amore, follia, morte, rimpianto, tenerezza e passione, fanno della storia tra Dante Rossetti ed Elizabeth Siddal uno dei simboli più alti del tragico intreccio tra arte e vita. E non ci stupisce, ma continua a incantarci, come questo artista il cui nome stesso era un omaggio al nostro sommo poeta, abbia dato le fattezze dell’adorata Lizzy non solo all’angelica Beatrice, ma anche alla sua splendida Francesca da Rimini, coinvolta insieme all’amante in un tenero abbraccio destinato a durare per l’eternità.”

D. G. Rossetti, Paolo and Francesca da Rimini, 1855.
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Umberto Eco e la sua Beatrice ribelle: un Paradiso che somiglia a un inganno maschile …

È incontestabile: se il ricordo di Beatrice Portinari ha attraversato i secoli fino a farne, ancora oggi, una delle donne più famose della letteratura italiana, è tutto merito dei versi che colui che ci è noto come il “Sommo Poeta” dedicò alla sua angelica figura. Sia nella “Divina Commedia” che nella “Vita Nuova”, Dante ha riservato al suo amore dell’infanzia un posto speciale: la “sua” Bice infatti è nota a tutti come l’ispiratrice dell’opera dantesca, guida delle guide nel lungo viaggio attraverso l’aldilà, anima di numerosi versi scritti dalla mano del poeta.

Ma della vita e dei pensieri di questa donna straordinaria ci sono poche tracce, e la sua voce sbatte contro i limiti del quadro stabilito dallo stesso Dante. Sarebbe bello se per una volta potesse parlare di sé stessa al riparo dello sguardo del suo poeta. Potremmo chiederle come ci si sente ad essere la Musa di uno degli autori più grandi di tutti i tempi. E forse potremmo anche avere delle sorprese. Per esempio, potrebbe svelarci che, ben lontano di esserne lusingata, lo vive come un “inferno” in cui l’ha rinchiusa questo “porco sciovinista maschio del Signor Alighieri”.

Un poeta timido…

In una puntata delle Interviste Impossibili mandata in onda sulla Rai nel 1975, Umberto Eco ci propone l’insolito ritratto di una Beatrice Portinari, magistralmente impersonata dall’attrice Isabella del Bianco, che si confida sul suo legame con Dante: un legame che non solo non ha niente dell’amore idealizzato a cui abbiamo creduto tutti, ma, a suo dire, non è neanche mai esistito. Lei non ha per lui il minimo riguardo, e piuttosto si diverte a commentare la goffaggine di colui che la fissa con gli “occhi da pesce bollito” e i “polsi che li tremavano” proprio come quando si ritrovò di fronte alla lupa nella selva oscura – questo per dire che effetto gli faceva la sua amata – limitandosi a “borbottare delle parole in latino”.

È l’archetipo del poeta timido ed impacciato, di certo non aiutato dal fatto di essere stato allievo di Brunetto Latini, che come si sa, sulle donne non gli avrà potuto insegnare un bel niente. Ed è vero che è divertente, questo Dante che Beatrice saluta soltanto “per provocarlo” e di cui aspetta una risposta che per un’apparente timidezza non arriva mai. Forse perché è ovvio che Beatrice lo avrebbe rifiutato, lui che è così brutto con il naso che si ritrova, in confronto a lei che “quando passava vestita di nobilissimo colore ogni lingua la diventava tremando muta”.

Filippo Agricola, Dante e Beatrice, Purgatorio, Canto XXX, v. 73, 1822.

… o semplicemente opportunista?

Ma forse non è così timido. E se non si è mai dichiarato, è forse perché non avrebbe voluto che Bice diventasse sua moglie: come può uno spirito ancorato nella vita quotidiana essere innalzato al rango di tramite per la salvezza dell’uomo? Come può il poeta stilnovista lodare la donna angelica pensando alla madre dei suoi figli? Dante ha deciso: lui si sposerà con Gemma, e Bice diventerà la sua Beatrice, la sua Musa. Stringerà un contatto con lei – quel poco che basta per potersene vantare – anche a costo di sembrare un “cascamorto” o di intimorirla e di indurla a non uscire da casa.

Ma ecco che il Poeta vede i suoi progetti improvvisamente buttati via dalla morte della povera Bice. Più afflitto per la sua carriera artistica che per la scomparsa della donna, non gli ci vorrà molto tempo per vedere il vantaggio che gli offre quell’episodio tragico. Che affare per Dante che può modellare la “sua” Beatrice in modo da farne la donna ideale – che poi, amò proprio lui, fino a scendere nel Limbo per salvarlo! E che carte gioca, Dante, per costringerla a scendere. Nientemeno che la Vergine! – senza che le sue azioni terrene vengano a contraddirlo. Un beneficio così grosso che Beatrice lo sospetta addirittura di averle “lanciato un maleficio” per provocare la sua morte.

Henry Holiday, Dante and Beatrice, 1883, Walker Art Gallery di Liverpool, Inghilterra.

Beatrice, eterna portavoce delle idee altrui

Come ci si sente ad essere la Musa di uno dei poeti più grandi di tutti i tempi? A sentire Bice, spossessati dalla propria umanità. E il Poeta rimuoverà tutto di lei: dai “flirtini” che ha avuti all’amore sensuale che non sdegna – anzi – fino al suo aspetto fisico piacevole al quale Dante non allude mai. Per Beatrice, si tratta di un vero e proprio “strip-tease letterario”, anche se in salsa stilnovista. Non c’è stato bisogno dell’amore fisico per strumentalizzarla, anzi, per lei che ha perso la sua forma umana in terra e che non la ritrova nell’opera di Dante, non c’è neanche la possibilità di dire la sua.

Ed è così che, nascondendosi dietro alle parole della sua amata, Dante espone spudoratamente le sue idee sulla corruzione della Chiesa, sull’autorità imperiale che rimedierà a tutti i disordini che stanno portando Firenze alla perdizione, pensando che “tanto firma la Beatrice”, la povera donna che lo asseconda suo malgrado. “Beatrice l’era quella di Dante, mica l’era quella di Beatrice”, aggiunge.

Un’unicità ridotta a semplice strumento poetico

E lui negherà la sua unicità fino di farla diventare puro strumento delle sue “canzoni da quattro soldi”, un mezzo per arrivare a compiere un esercizio letterario al pari di madonna Pietra, colei che, al contrario della donna angelica, tormenta il poeta con un amore conflittuale. La storia di Bice gira esclusivamente intorno a quella del Poeta e persino qualcuno dei dati anagrafici di lei sono stimati in base a quelli di Dante, fino a far dubitare qualcuno della sua esistenza.

“E se, come madonna Pietra, Beatrice fosse soltanto un nome fittizio?”, uno si potrebbe chiedere. O se semplicemente Dante, disperatamente in cerca di una Musa, avesse messo gli occhi sulla povera Bice dopo aver letto uno di quei poeti provenzali che tanto ammirava e che ha cantato le lodi di una certa Biatriz? “Colei che rende beati”, un nome più che azzeccato per la donna angelica tanto sognata dal Poeta. Che affare per Dante che ne ha proprio una a portata di mano. Se l’amore si attacca al cuore gentile non appena incontra una donna nobile, il cuore “pieno di fiele” di Dante è incapace di amare, aggiunge, amareggiata, Bice.

“Vita Nova!”

A tutti quelli che, aprendo la Commedia di Dante, si limitano a leggere l’Inferno perché le sorti dei buoni non li interessano, pensate anche solo un’istante alla povera Beatrice rinchiusa in questo Paradiso che non ha scelto. “Vita Nova!”, grida lei alla fine dell’intervista. È stato sfatato il mito di Beatrice, o anzi, è stata Bice a sfatare il mito della donna angelicata.

Stufa di sentirsi strumentalizzata spudoratamente, stufa che le poetesse dai molteplici talenti siano oscurate dall’ombra di un uomo, Beatrice, che fa da portavoce a tutte le “donne dei poeti” sfruttate dalla letteratura al maschile, inizia nell’aldilà una crociata contro il Maschio – e farebbe bene a guardarsi le spalle, Dante Alighieri, che lassù c’è più di una donna pronta a dare battaglia. “Che il diavolo se lo porti dove lui sa bene”, ecco l’ultimo malaugurio che Bice destina a colui che le ha fatto un’offesa eterna incidendo nella storia i loro due nomi l’uno affianco all’altro, “e con che diritto?”.

Dove ascoltare l’intervista originale?

https://youtu.be/y7HkeMWCOvk
Tutte le Interviste Impossibili sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).
Anche dal fondo dell’Inferno, Francesca si lamenta: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/linferno-e-rimini-in-dicembre-la-francesca-in-salsa-felliniana-di-edoardo-sanguineti/

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La Francesca in salsa Felliniana di Edoardo Sanguineti: l’inferno è Rimini in dicembre …

La figura romantica per eccellenza?

Una donna vittima della propria passione che per contrastare un infelice matrimonio combinato ha scelto di sfidare il pericolo e di abbandonarsi a una storia d’amore proibita. Solo la morte, caro ma inevitabile prezzo da pagare, porrà fine all’incanto: ecco l’immagine che ci viene immancabilmente in mente se pensiamo a Francesca da Rimini, figura romantica per eccellenza, rappresentante ufficiale delle storie d’amore che non conosceranno mai un lieto fine ed inesauribile fonte di ispirazione per i tanti artisti che attraverso i secoli hanno cercato di dare un viso alla passione, quella che non si spegne neanche tra le fiamme dell’Inferno.

E se provassimo per una volta a pensare a questa stessa Francesca da Rimini non come ad un’eroina tragica a cui è stata tolta la vita per l’unico motivo di aver amato, bensì come a una poveraccia ingannata da “questo mascalzone del Paolo“, che ha saputo sfruttare la sua debolezza per i romanzi d’amore? E se questa passione travolgente di una volta, che fa convivere i nomi dei due amanti al punto di non poter mai parlare dell’uno senza nominare l’altra, fosse stata ridotta nell’aldilà ad un’insignificante “mezza cotta”?

Una lagna eterna: il rimpianto degli anni d’oro

Paolo e Francesca, William Dyce, 1845, National Gallery of Scotland, (dettaglio).

Questo è proprio il ritratto che propone Edoardo Sanguineti della più famosa tra le donne infernali in una puntata delle Interviste Impossibili, mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974. In una telefonata faticosa, piena di rumori di sottofondo e interruzioni di linea, al secondo cerchio dell’Inferno, Edoardo immagina di chiedere a Francesca i dettagli della faccenda che le costò la vita insieme al suo amante, proprio come fece quel “giornalista” che era Dante secoli prima.

Rassegnato ad ascoltare la versione esposta dalla donna poiché, e si sa sin dai tempi della Commedia di Dante, non è da Paolo esprimersi, lascia spazio ad una non più giovane Francesca, anche lei rassegnata a raccontare la sua storia malgrado si fosse dimostrata un’altra volta riluttante a ricordare il suo passato felice. Per l’insolita Francesca delle Interviste Impossibili, impersonata in perfetto stile romagnolo da Laura Betti, la felicità assomiglia ad un tempo lontano in cui la “ragazzuola niente male” di Ravenna faceva girare la testa a tutti.

Mentre al di fuori infuria la bufera infernale, Francesca torna a raccontare la sua storia con Paolo, che rimpiange quanto i suoi giovani anni, caratterizzati dai privilegi di cui poteva godere una ragazza di buona famiglia e dalle estati spassose trascorse sul mare di Rimini. Non è più la giovane donna appassionata degli artisti romantici, piuttosto sembra la nonnina a cui i nipoti chiedono di raccontare una gioventù felice in compagnia del nonno, che ormai non vede più che come una “lagna eterna”, ognuno dando la colpa degli errori passati all’altra.

Sono intrappolato lì per colpa della tua debolezza”, piange disperatamente Paolo. “Mi è saltato lui addosso, rovinandomi il matrimonio con un marito brutto e zoppo, e mandandomi al macello”, ribadisce Francesca. E l’intervista con Edoardo Sanguineti ci permette di rispolverare una vecchia storia che pensavamo di conoscere bene.

“Niente più di una storia d’amore”

Niente più di una storia d’amore”, ecco come Francesca sintetizza un racconto che ha attraversato i secoli. Anzi, più che amore, era forse per lei un modo di sfuggire alla noia delle lunghe giornate d’inverno in cui, in provincia, non c’è niente altro da fare che leggere romanzi d’amore, “tradotti male”, per di più.

Tanti di quegli scrittori e cantanti hanno cercato di mettere le parole giuste su quel sentimento complesso che è l’amore, ma per Francesca la storia è alquanto semplice. Una storia d’amore avvincente letta in un famoso romanzo francese che le fa perdere la testa e Paolo, l’unico Galeotto della storia secondo lei (altro che il libro, o colui che lo ha scritto), colui che “si infiammava come niente” e che, vedendola immersa nella storia, coglie la palla al balzo. Per un’istante lei lo vede come “il Lancillotto” che conquista la moglie del Re Artù. E ad impersonare Ginevra non può essere che la malcapitata Francesca, che, e lo sa bene Paolo, non ha altra scelta che di cedere ai suoi istinti primari. E se per giunta Paolo fosse veramente il bell’uomo, atletico, con certi muscoli, che lanciava certe occhiate da togliere il fiato che racconta Francesca… “Beh, insomma, mi capite”.

Il sogno di una Francesca mai carcerata: né all’inferno, né in un matrimonio

Edoardo Sanguneti si rituffa per noi nella storia di Francesca da Rimini, che si lamenta di ricevere sempre meno visite: ed è vero che fra la prima fatta da Dante e quest’ultima, sono stati ben pochi a non rappresentarla come un mito, intrappolata in una storia in cui non ha voce.

Prima dell’addio, coglie l’occasione data da questa rara intervista per chiedere ad Edoardo: “se passa qui giù un giorno o l’altro, mi porti un romanzo?” facendo in seguito il nome di Françoise Sagan, la scrittrice francese probabilmente influenzata dal film “I Vitelloni” di Fellini, che descrive una vita che la stessa Francesca avrebbe potuto conoscere se fosse vissuta nel Novecento, la donna libera di cui avrebbe potuto invidiare lo stile di vita incurante dei pettegolezzi, l’autrice di “Bonjour Tristesse”, romanzo nel quale una donna può scegliere qualunque uomo senza ritrovarsi “carcerata” né all’Inferno, né in un matrimonio.

Alla fine, ci dicono Edoardo Sanguineti e Laura Betti, forse la storia di Paolo e Francesca non è un mito, bensì una semplice storia d’amore come tante altre, un colpo di fulmine durato il tempo di un bacio, un fatto accaduto in un momento di debolezza, con l’unica colpa che “un uomo è un uomo, e una donna è una donna, no?

DOVE ASCOLTARE L’INTERVISTA ORIGINALE

 https://youtu.be/K8CHGIpXTAE

Tutte le trasmissioni delle “Interviste Impossibili” sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

Non solo all’inferno, anche Beatrice ha qualcosa da dire: https://museodivinonapoli.it/2020/07/06/un-paradiso-che-somiglia-a-un-inganno-maschile-la-beatrice-ribelle-di-umberto-eco/

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DANTE ’70 ovvero “Le Interviste Impossibili”

Chi non ha mai, leggendo un capolavoro della letteratura o ammirando il dipinto di un artista il cui nome ha attraversato i secoli, fantasticato sulla possibilità di rivolgere le tante domande che in quei casi sorgono spontanee al primo interessato? Un sogno al quale noi del Museodivino di Napoli spesso ci abbandoniamo, immaginando di interrogare Don Antonio, un artista novecentesco che ci ha lasciato una serie di sculture in miniatura piene di misteri ancora irrisolti dedicata alla Divina Commedia, ospitata proprio negli spazi del museo.

Obiettivo: riportare i grandi del nostro mondo… alla nostra epoca

All’epoca dei social in cui tutto sappiamo dei nostri idoli fino ad entrare nelle loro sfere private, non abbiamo ancora trovato il modo di riportare nel nostro mondo i grandi personaggi defunti, e spesso, per avvicinarli, ci dobbiamo accontentare di quanto scritto sui manuali di scuola.

A renderci possibile un’interazione più coinvolgente e divertente con questi stessi personaggi fu Lidia Motta, voce nota nel panorama radiofonico della seconda parte del ‘900. Con le sue Interviste Impossibili, la cui prima puntata fu mandata in onda sulla Rai nell’estate del 1974, propose al grande pubblico un programma in cui le maggiori figure della cultura italiana dell’epoca, tra cui scrittori contemporanei di spicco come Italo Calvino e Umberto Eco, ma anche un certo Andrea Camilleri alla regia, intervistavano grandi personaggi passati a miglior vita in un modo spesso comico, a volte caricaturale ed ironico.

Dall’uomo di Neanderthal a Pablo Picasso…

Pur restando fedeli ai fatti storici, gli attori che davano loro voce (Carmelo Bene, Laura Betti e Mario Scaccia, tra l’altro) si divertivano ad interpretare il proprio personaggio in un modo decisamente soggettivo, dando loro dei tratti insoliti ed esagerati. Il programma, trasmesso quasi ogni giorno fino al mese di settembre prima di ricominciare l’anno seguente per soli pochi mesi, dava voce a uomini e donne che hanno fatto la storia dell’umanità, dall’uomo di Neanderthal al Pablo Picasso: dagli scrittori Gabriele D’Annunzio e Giovanni Verga allo scienziato Copernico, dal pittore Dante Gabriel Rossetti ai politici Giulio Cesare o Vittorio Emanuele II passando per le figure femminili che hanno segnato la storia come Cleopatra, Giovanna D’Arco o Mata Hari, sono stati “intervistati” ben 82 personaggi illustri, tra cui qualcuno inaspettato come l’inquietante Jack lo squartatore.

passando per le donne della Divina Commedia

Ma fra i tanti personaggi rivissuti per i venti minuti della trasmissione, ci interessano in particolare due donne che, pur avendo avuto una vita terrestre ben reale, hanno per noi una grande risonanza grazie all’opera che le ha eternate: l’una al rango di Musa poetica per eccellenza, e l’altra a simbolo dell’amore maledetto, della passione travolgente che resiste anche alla tormenta dell’Inferno. Noi che abbiamo dedicato più di un mese alle donne della Divina Commedia di Dante, non potevamo perderci le due puntate incentrate sulle due figure straordinarie che sono Beatrice Portinari e Francesca da Rimini.

DOVE ASCOLTARLE?

Tutte le trasmissioni sono disponibili sul sito della Rai (http://www.teche.rai.it/programmi/le-interviste-impossibili/).

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Flannery O’Connor: tra i pavoni ai piedi dell’Angelo, con uno straccio in mano

Il misticismo dantesco di Flannery O’ Connor

Il miglior modo per affrontare l’enorme sfida che una scrittrice come Flannery O’Connor propone ai suoi lettori non sta forse nell’immergersi ex abrupto nelle sue opere più importanti, che a prima vista potranno risultare difficili, bizzarre, persino ciniche, bensì di iniziare dalla corrispondenza che intrattenne fino alla sua scomparsa con tante e variegate personalità, e dal suo “Diario di Preghiere”. Ecco almeno quanto suggerito da William Sessions, scrittore e grande amico della O’Connor che, se in un primo momento rifiutò di scriverne la biografia, vi si rassegnò dopo la scoperta di questo documento, tanto prezioso da definirlo, nella sua intervista a “Tempi” del 2014, “il forziere dell’Isola del tesoro”.

Immergersi nella vita e nei pensieri della O’ Connor potrebbe essere un modo per ristabilire la verità su questa scrittrice novecentesca troppo spesso fraintesa, che attraverso i suoi racconti, ingiustamente definiti “horror” dalla critica – incapace a suo avviso di individuare il vero orrore – cerca soltanto di farci specchiare nella cruda realtà, a costo di dover impiegare i modi più violenti, per portarci con tutta la sua forza in Purgatorio.

Scrittrice cattolica sì, predicatrice mai

Se Flannery O’Connor è ancor oggi considerata capostipite di quel “Southern Gothic” nato come critica sociale dalle ferite della Guerra di Secessione, se la sua opera partecipa della storia della letteratura americana, e se ancora viene apprezzata (o meno) da lettori di ogni estrazione sociale e religiosa, il merito è certo del suo sguardo lontano da ogni puerile manicheismo, il suo rifiuto di farsi predicatrice e di catalogare la realtà secondo gli schemi delle favole per bambini, dove i buoni sono buoni e i cattivi, cattivi.

E infatti non si troverà in questa scrittrice, che sempre rifiutò di essere ritenuta una santa, nessuna traccia di superiorità: piuttosto, addirittura, la tendenza a sottovalutarsi. Non esita a descriversi come una bambina dall’aspetto piuttosto ingrato, dall’aria di chi vuole essere lasciato in pace. Nemmeno si vanta dei suoi scritti, ma del film che la mostra mentre insegna ad un pollo a camminare all’indietro, e del fatto di essere nata nella stessa città di Oliver Hardy.

“Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”

Nel mezzo della sua breve vita, iniziata nella primavera del 1925, Flannery O’Connor partecipa ad un prestigioso laboratorio di scrittura all’Università dell’Iowa dopo aver vinto una borsa di studio. La giovane scrittrice ha appena iniziato il suo primo romanzo “La Saggezza del Sangue”, e si trova catapultata dalla nativa Georgia in una dimensione del tutto diversa, dove ha sì l’occasione di confrontarsi a figure che segneranno la poesia statunitense, come Robert Lowell e Elizabeth Bishop, e con cui stringerà un rapporto di amicizia duraturo, ma anche, e soprattutto, col diffuso scetticismo del Nord verso il sacro.

Fervente cattolica cresciuta in una famiglia di origine irlandese, Flannery resiste però alla tentazione di crearsi una campana di vetro nella quale proteggersi dalla dura realtà che la circonda. Al contrario, si apre onestamente ai propri dubbi, ammettendoli: “la mia mente non è forte. È preda di ogni sorta di cialtroneria intellettuale. Non voglio che sia la paura a farmi restare nella chiesa. Non voglio essere una codarda che sta con Te per timore dell’inferno”. È in questi anni di messa in discussione radicale delle modalità della fede che inizia la stesura del suo “Diario di Preghiera”, un tentativo per stabilire una comunicazione con Dio, a cui rivolge tra le altre questa preghiera: di consentirle di essere la Sua “macchina da scrivere“.

E, a quanto pare, i suoi desideri vengono esauditi. Con un talento indiscusso scrive, anche per coloro che credono che Dio sia morto, senza nessuna traccia di moralismo. È la grande sfida che lancia a sé stessa e, di rimando, anche ai suoi lettori: immettere nei suoi racconti qualcosa di indicibile, che il lettore crede di afferrare ma che non dura più di un breve lampo, qualcosa che altro non è se non il mistero della grazia divina, capace di turbare chiunque lo scorga.

Gli ostacoli dell’emarginazione

A questa già ardua missione si somma la distanza forzata dalle persone a lei care: un distacco tanto più difficile quanto più la allontana da tutte quelle situazioni concrete, e quotidiane, in cui poteva sperare di raggiungere il cuore della gente a cui era diretto il suo lavoro. Dopo qualche tempo a New York in compagnia di artisti come Sally e Robert Fitzgerald, con cui intratterrà poi una lunga corrispondenza e che cureranno molte delle sue pubblicazioni postume, Flannery è infatti costretta a tornare nella sua casa di Milledgeville, in Georgia, a causa dell’insorgere della LES, una malattia autoimmune comunemente nota come “lupus”, che può risultare in molti casi letale. E’ un morbo a lei noto, che si è portato via il padre Edward quando lei era poco più che adolescente, e che, lo sa bene, la forzerà a sottoporsi a cure invasive.

Ma questa emarginazione non le fa paura, anzi, la conosce bene, lei, che è nata cattolica nel bel mezzo della “Bible Belt” protestante, lei che, in Iowa, ai tempi del primo laboratorio di scrittura, doveva far leggere i suoi racconti dal professore perché altrimenti, a leggerli con il suo forte accento del sud, nessun l’avrebbe presa sul serio.

“La verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”

Ed è forse questo senso della realtà, che è stata costretta a sviluppare sin da molto giovane, a darle questa sua urgenza di scrivere, a permetterle di padroneggiare l’arte dei racconti brevi – poiché non può più scrivere lunghi romanzi per paura di non terminarli – in cui ai personaggi basta un lampo per capire qualcosa. Ed è forse questo senso della realtà a darle questa capacità di non indorare mai i suoi racconti. Scrive: “la verità non cambia a seconda della nostra capacità a digerirla”.

E infatti, le sue storie non conoscono il lieto fine. O meglio potremmo dire che il lieto fine non è ciò che crediamo, e risiede nel solo fatto che ogni anima, per quanto difettosa possa essere, sia capace di scorgere la grazia divina, e da qui, scegliere se accettarla o meno. Quando la nonna di “A Good Man is Hard To Find” scorge “un qualcosa” nel fondo dell’anima del “Balordo”, lo svitato che ha appena fatto fuori tutta la sua famiglia, bambini compresi, per un istante, lo accoglie come un suo figlio. Morirà, uccisa da quel suo “bambino”, ma con un sorriso rivolto al cielo. Questa nonna grottesca, bigotta, scritta in modo ironico e caricaturale come molti dei personaggi dei racconti di Flannery O’Connor, antieroi di tutte le età e di tutte le ideologie, questa nonna ha trovato la strada per la redenzione.

Flannery O’Connor scrive questo breve racconto, che darà il titolo alla sua raccolta più famosa, dal fondo della sua Georgia, in una fattoria di nome Andalusia in cui passa i suoi ultimi tredici anni di vita circondata da pavoni, oche, tucani e altri uccelli di ogni genere, svelando un amore incondizionato per la natura. Nulla di sorprendente considerato che, secondo lei, è proprio attraverso la natura che ci si rivela la grazia divina. In “The Displaced Person”, è un pavone a offrire, allo sguardo di chi saprà vederla, questa intuizione legata alla grazia, spiegando le sue ali coperte di migliaia di occhi, come fosse “una mappa dell’universo”.

La grazia si nasconde anche nel fondo delle selve oscure

E non importa se la natura è bella agli occhi degli esseri umani o meno: della prima coppia di pavoni acquisita dalla scrittrice, l’uno aveva un occhio cieco, ed entrambi erano alquanto spennati. Non importa, e le numerose incarnazioni di Cristo Redentore avvengono anche nelle selve oscure. “Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla facoltà di Pollamologia”, dichiara.

Flannery O’Connor nella sua casa di Milledgeville, Georgia.

Nonostante le sue condizioni fisiche declinino al punto da costringerla a camminare con l’aiuto di stampelle, Flannery continua a dare lezioni e conferenze attraverso il paese. E, fino alla sua scomparsa a soli 39 anni, non smetterà mai di scrivere: oltre ai suoi racconti, c’è una lunga corrispondenza con amici, parenti, e persino ammiratrici segrete. Amicizie e scambi che alimenterà dalla sua cameretta che somiglia, a detta della madre, più ad un pollaio che ad una stanza da letto.

Fino al Purgatorio, costi quel che costi

Flannery O’Connor dedicò la sua vita artistica a quelli che riteneva ciechi, incapaci di vedere la grazia, l’apertura verso la redenzione che porta tutti sulla via del Purgatorio. Che la accettino o meno, non è il suo problema, purché ognuno sappia che ogni anima può incontrarla a patto di abbandonare le proprie posizioni ideologiche e morali e la propria convinzione di agire in buona fede, e sia pronta a mirare la realtà dritto negli occhi, siano essi quelli del Cristo tatuato sulla schiena di Parker, o quelli disegnati sulla coda di un pavone.

E se qualcuno dei suoi personaggi resiste, nonostante i numerosi richiami, lei non esiterà a tracciare forme gigantesche e violente, non esiterà a scuotere brutalmente quell’anima, per fargli vedere la realtà, l’unica che valga, della grazia divina. Farà vedere, ma non spiegherà mai: perché, secondo la O’Connor, “imparare a guardare è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica”.

Fonti:

La mia amica Flannery O’Connor, la grande scrittrice americana che non smise mai di «perseguitare la gioia»”, Leone Grotti in “Tempi”, 13 luglio 2014.

Flannery O’Connor, Un Paon pour ange gardien.”, Marie-Claire Pasquier, Les Cahiers du GRIF, n°39, 1988. Recluses vagabondes. pp. 39-48.

Jacques Pothier. Une pascalienne catholique dans le Sud protestant : Flannery O’Connor et la pureté naturelle. Van Ruymbeke Bertrand. Réforme et révolutions : hommage à Bernard Cottret, Editions de Paris, pp.217-226, 2012, 2846211698.

Carta, penna e inchiostro rosso sangue”, Respinti Marco in “Tempi”, 16 agosto 2001.

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Diario del Lockdown Donne nella Divina Commedia

Santa o strega? Guerriera: Matilda e Dante a difesa del sogno

Diario del Lockdown 3.1

Un po’ per scherzo ci è capitato di indicare nella figura di Matelda, la bella donna che Dante incontra nell’Eden, la nostra guida per traghettarci nella strana “fase 2”: là dove ciò che era permesso non era chiaro, ciò che non si doveva era ambiguo, e dove il desiderio di libertà si mescolava indissolubilmente alla sensazione che forse quel che volevamo fare fosse ancora troppo pericoloso per goderlo pienamente … 
🌟 La risposta dei nostri lettori è stata così entusiasta che oggi, alle soglie della nuova fase di apertura completa, vogliamo affidarci ancora una volta alla traccia narrativa della Divina Commedia: le contraddizioni normative e legislative non mancano, la paura di ricadute è ancora forte, e il nostro passo è tuttora incerto … cosa accadrà adesso? 
💙 Ecco la speranza che ci guida: tra poco, Dante potrà incontrare Beatrice. Non ce ne voglia il Poeta se rubiamo la sua Musa e la trasformiamo nel nostro sogno collettivo: quello in cui i fiumi e i mari restano puliti, l’aria del mattino fresca e silenziosa, la coscienza delle proprie responsabilità individuali verso l’intero cosmo continua a vibrare in ognuno di noi. Non sarà semplice confrontarsi con questo sogno, verso cui nessuno di noi è del tutto innocente: e infatti il primo dialogo tra Dante e Beatrice è acuto, aspro, doloroso (ce lo racconterà presto l’amato Borges). Ma la dolcezza che ci aspetta è tale che, contro ogni pigrizia e sfiducia, decidiamo una volta per tutte di lottare per raggiungere la nostra Beatrice e realizzare questa “normalità paradisiaca”: fuori e dentro di noi. 
🐬 E dunque oggi, per salutare questo momento storico, Museodivino vuole omaggiare ancora la bella Matilda raccontando la vita della donna che molto probabilmente ha ispirato la sua figura, Matilde di Canossa. Regina, guerriera, diplomatica, santa o strega: una figura femminile di fortissimo spessore, che Dante ha forse trasfigurato nel suo Paradiso Terrestre ormai deserto a simbolo di tutte le contraddizioni del rapporto tra bellezza, poesia e spiritualità. E che forse, dal confine tra storia, mito e letteratura, ci ha protetti tutti con la sua solitudine, il suo canto e i suoi fiori: a ricordarci che la libertà ha da essere completa, e completamente responsabile, oppure non è nulla. 

Il suo cavallo parea quasi superbo di portar la bella guerriera: Matilde di Canossa tra storia e fantasia

🌹 “Vincitrice di re e di quanti ti furono ribelli, le genti di tutto il mondo ambivano il tuo consiglio e vedere il tuo volto splendente: a tutti tu davi risposte e tutti onoravi”. Come avrebbe reagito l’autore di questa citazione, il monaco benedettino Donizone, se avesse saputo che la sua epoca sarebbe stata ingiustamente chiamata i “rozzi secoli”, mentre spiccò proprio in questo periodo colei che illuminò l’Italia per quarant’anni? Forse è in parte grazie a questa sua biografia elogiativa che la figura della Grancontessa Matilde di Canossa, che a soli trent’anni ereditò un dominio che si estendeva dal Lago di Garda fino all’alto Lazio, è riuscita ad emergere tra le tante storie medievali suscitando l’interesse di storici, biografi ed altri scrittori attraverso i secoli. Oppure è perché la donna di potere che fu Matilda agli inizi dell’anno Mille, per il suo carattere insolito, ebbe ila capacità di creare una valanga di miti e leggende intorno a sé stessa, ispirando perfino con molte probabilità la Matelda di Dante. Fu per gli uni astuta in battaglia e devota alla Chiesa, rappresentante perfetta dei valori cristiani e dell’amor patrio. Per gli altri fu invece spavalda e spietata, addirittura un po’ diabolica. Ad ogni modo, colei che oggi riposa a San Pietro fra le pochissime donne che vi hanno accesso è per tutti una figura misteriosa, e, a distanza di secoli, non meno affascinante. 

Il Castello di Rossena, tra i più belli e meglio conservati del territorio di Canossa http://www.camminideuropa.it/il-cammino-di-matilde-di-canossa/?fbclid=IwAR3h3Q3SkvuBkacZEwW5Z_lMMbDwPhf4T6jrj53FHUm7x_ouiYYF0Dyv06A

“Specchio di ogni virtù”, col diavolo nel taschino

🐚 Pare che da piccola Matilde di Canossa avesse imprigionato il diavolo in una fialetta promettendogli la libertà soltanto se avesse fortificato un castello di proprietà della famiglia, in modo da impedirne l’accesso a potenziali nemici. Il diavolo mandò allora un esercito di demoni a graffiare i pendii degli Appennini che circondavano il castello così da formare dei calanchi tutt’oggi chiamati “artigli del diavolo”. Così protetto, il Castello di Canossa, destinato a passare alla storia almeno quanto colei a cui appartiene, diventerà una delle roccaforti di Matilde. Mentre fuori si prepara una delle svolte più importanti della storia, ovvero la lotta per le investiture, ci viene da pensare che se veramente Matilde avesse chiesto aiuto al diavolo per proteggere il suo castello, probabilmente avrebbe fatto la mossa giusta. ⚔️E in effetti, mentre il nuovo Papa, Gregorio VII, si fa carico di combattere la simonia, di ristabilire il celibato sacerdotale e, esibendo il suo Dictatus Papae, di riconoscere il solo potere papale nell’attribuzione delle cariche ecclesiastiche, l’imperatore Enrico IV lotta dal canto suo per mantenere gli antichi privilegi. Nel castello di Matilde dove si è rifugiato Giovanni VII, che in gioventù le impartì una rigorosa educazione religiosa, si presenta proprio Enrico. Non con l’idea di lottare, vista la difficoltà per le sue truppe di aggirare le fortezze naturali del castello, bensì di chiedere perdono a questo Papa capace secondo il nuovo decreto di deporlo. Scalzo e con un semplice abito di lana in uno degli inverni più freddi mai visti, Enrico chiede la revoca della scomunica che partecipa ad indebolire il suo potere. Ovviamente, nella testa dell’imperatore travestito da penitente, c’è tutt’altro che la speranza di andare in Purgatorio. 
🏰 In questo episodio, Matilde viene ricordata come una talentuosa mediatrice tra l’imperatore suo cugino e la Chiesa a cui fu sempre devota. Scrive Antonio Bresciani in una biografia ottocentesca a lei dedicata: “la contessa, che nobile, gentile e generosa fu sempre (…) disse teneramente: (…) io anderò dal Papa, mi prostrerò a lui, né leverommi di terra, ch’io non ottenga la grazia”, sottolineando la sua bontà e il suo senso della giustizia. A tale proposito, Donizone scrive alla sua morte: “non solo per me la sua morte fu danno, si sa, ma per tutti coloro che vivono nella giustizia. Con la tua scomparsa, o Matilde, ogni onesto costume vien meno: cercherà il vassallo di salire più in alto del suo antico signore, il chierico sta già deviando dal retto cammino, il ricco si mangia il denaro che il povero avea in uso”. In seguito, Matilde sarà spesso descritta come portatrice dei valori cristiani, almeno fino all’Ottocento, secolo propenso a farne una vera eroina romantica, e a volte anche una figura patriotica. Scrive sempre Antonio Bresciani: “la corte di Matilda era specchio di ogni virtù e palestra della più eroica pietà, saldezza e costanza cristiana in riverire e difendere la chiesa rubata, vilipesa e oppressa (…)”.

Scuola Veneta. Matilde di Canossa . Secolo XIV, fine . Affresco staccato, cm 53 x 50. Collezione privata. Provenienza: Verona, chiesa della Santissima Trinità. Tratto da P. Golinelli, I mille volti di Matilde. Immagini di un mito nei secoli, Milano, 24 Ore Cultura, 2003

La diplomatica Matilde, Matilde la guerriera

Il mito della Matilde guerriera ha sicuramente le sue radici nel fatto che per quarant’anni ininterrotti e fino alla sua morte nel 1115, la donna governerà da sola il suo immenso territorio. Si dice che perfino in età avanzata mise in riga la sua città natale Mantova, che si era ribellata dopo aver ricevuto la finta notizia della sua morte. Inoltre, c’è chi si avvale direttamente dell’origine germanica del suo nome, che significherebbe “potente in battaglia”, per giustificare che la piccola Matilde era stata prescelta per difendere i suoi valori in guerra. Più che “potente”, i partigiani del re alimentano l’immagine di una donna spavalda e spietata che avrebbe addirittura partecipato in prima persona alla famosa battaglia della Nebbia ordinata da Enrico IV quando scese per la seconda volta in Italia in cerca di vendetta dopo l’episodio di Canossa. Sfruttando le condizioni climatiche e il terreno impervio favorevole a chi conosce bene la regione, le truppe matildiche guidate dalla Grancontessa in persona avrebbero sconfitto l’esercito del re. L’ipotesi di una sua partecipazione in prima persona si rivelerà in seguito improbabile. Ciò nonostante, viene spesso ricordata come una donna che, citando Petrarca, “conduceva con animo virile le guerre (…) ferocissima verso i nemici”. D’altro canto, questo suo valore militare viene spesso estrapolato in modo da sottolinearne i valori cristiani, quasi al pari dell’Orlando della famosa canzone francese. Le varie leggende ne fanno una portabandiera della cristianità, una guerriera vigorosa, nobile e astuta pronta a combattere il potere imperiale. Silvano Razzi, che ne scrisse una biografia alla fine del Cinquecento la paragona ai più saggi e valorosi principi, mentre Antonio Bresciani scrive addirittura che “il suo cavallo parea quasi superbo di portar la bella guerriera”. 

Sepolcro della Contessa Matilde – Bernini – Chiesa di San Pietro – Roma. Fonte Archivio Zeri

La casta Matilde, Matilde la strega

🏰 La sua fede incondizionata viene anche sottolineata nelle opere che la ritraggono con un melograno in mano – qualcuno sostiene anche che dietro la Bonissima di Modena si nasconderebbe proprio la figura di Matilde – simbolo della Chiesa unita e dei cristiani fedeli alla loro protettrice. Tuttavia, il melograno è anche simbolo di castità e questo aspetto parteciperà ampiamente ad infoltire le già numerose leggende attorno alla figura di Matilde. I sostenitori della donna affermano che tra i suoi due matrimoni, entrambi andati in fumo dopo poco tempo, avrebbe condotto una vita casta nonostante fosse bella e sensuale, con i “capelli biondi quasi rossi, ilare in volto, i denti grandi e uguali”, secondo il suo primo biografo Donizone. Si narra persino che quando arrivavano pretendenti da terre lontane, lei sfoggiasse una mucca grassa dimostrando così ai suoi ammiratori che viveva nell’abbondanza e che non necessitava nessuna protezione maschile. A meno che non fosse per avvertire i suoi nemici che se si avventurassero nei sentieri scoscesi che proteggono il castello, sarebbero morti prima che lei esaurisse i viveri. 🐮
Secondo altri biografi invece Matilde rimarrà addirittura vergine. Prova di ciò è che non lascerà nessun erede se non il figlio adottato Guido Guerra. Lo storico francese Amédée Renée scriverà nell’Ottocento: “il suo unico erede era la Santa Sede, che rappresentava per lei la fede e l’Italia, ed era il suo unico amore”. In realtà, Matilde diede alla luce una bambina nata dalla sua prima unione con Goffredo il Gobbo. Oltre a deludere le attese di colui che sognava il grande guerriero che avrebbe garantito la continuità della stirpe, la piccola, chiamata Beatrice in omaggio a la madre di Matilde, morì ancora in fasce. La donna fu allora accusata dal popolo di Lorena, di cui Goffredo era Duca, di portare il malocchio. Non ci volle altro per indurla a tornare vicino a sua madre a Mantova, lei che fu costretta ad accettare l’unione della figlia con la progenie del nuovo marito sposato dopo l’uccisione del padre di Matilde. Va anche detto che il rapporto tra Matilde e suo marito era tutt’altro che favoloso. Le nozze celebrate in fretta e furia al capezzale del suocero come convenuto quando lei era ancora una bambina la uniscono ad un uomo che, come suggerisce il nome, era affetto da particolarità fisiche che ne avrebbero rallegrate poche. Malgrado gli sforzi di Goffredo per convincerla a tornare, il matrimonio venne sciolto soltanto pochi anni dopo: secondo i detrattori di Matilde, fu proprio lei ad ordinare l’atroce uccisione del marito. La tesi già popolare trova altri riscontri nel fatto che questa donna, seppur devota, non fece nessuna donazione per la salvezza dell’anima del defunto.
⚔️ Pochi mesi dopo, Matilde perde anche la madre. Ha trent’anni quando le viene affidato l’intero territorio dei Canossa, poiché il fratello Federico e la sorella Beatrice morirono precocemente anni prima, probabilmente avvelenati. Vedova e orfana, dimostra in molte occasioni di saper gestire il dominio da sola come nella famosa faccenda del castello di Canossa.

Protome con figura di donna (Matilde di Ca­nossa) Secolo XIII, inizi Busto lapideo Lucca, cattedrale di San Martino, portico, arco sul lato nord, esterno. Tratto da P. Golinelli, I mille volti di Matilde. Immagini di un mito nei secoli, Milano, 24 Ore Cultura, 2003

Alla donna la prima mossa in amore

Eppure, dopo la terza visita di Enrico IV in Italia, pronto a dare battaglia alla Grancontessa una volta per tutte, si ritrova con le spalle al muro. Ha quarantatré anni e lo sa, si deve alleare.
“Non per leggerezza femminile o per temerarietà, ma per il bene di tutto il mio regno, ti invio questa lettera accogliendo la quale tu accogli me e tutto il governo della Longobardia. Ti darò tante città tanti castelli tanti nobili palazzi, oro ed argento a dismisura e soprattutto tu avrai un nome famoso, se ti renderai a me caro; e non segnarmi per l’audacia perché per prima ti assalgo col discorso. È lecito sia al sesso maschile che a quello femminile aspirare ad una legittima unione e non fa differenza se sia l’uomo o la donna a toccare la prima linea dell’amore, solo che raggiunga un matrimonio indissolubile. Addio”. Cosma di Praga ci riporta la lettera che Matilde inviò al sedicenne Guelfo V, affiliato ai duchi di Baviera altrettanto contrari al potere imperiale di Enrico IV. Il matrimonio si rivelò inutile poiché Matilde venne lo stesso spossessata da quasi tutti i suoi beni e solo quattro castelli le rimasero fedeli. Dovrà aspettare l’arrivo in Italia di Enrico V, ribellatosi contro il padre, per recuperare parte delle sue terre. Il giovane Guelfo, per di più, non poté mai dare un erede a Matilde. L’argomento nutrì per molto tempo l’immaginazione straripante dei suoi detrattori: certi sostengono che Guelfo fosse impotente, forse per un maleficio lanciato sulla felice coppia. Altri invece affermano che il sedicenne rifiutò semplicemente di unirsi a questa donna nonostante gli sforzi da lei impiegati, dopodiché lo avrebbe maltrattato e insultato prima di cacciarlo dal proprio castello.
👑Ben lontani dal difendere la verginità e la castità di Matilde, certi suoi nemici sostengono che la donna ebbe una moltitudine di amanti, fra cui uno di particolare spicco. Scrive il monaco francese Lambert, ben informato delle voci che si spargevano tra il clero al tempo di Matilde: “giorno e notte, contro ogni senso del pudore, Matilde si abbandonava agli amori criminali del pontefice”. Smentisce in qualche modo lo storico ottocentesco Amédée Renée affermando che la Grancontessa “si conceda meno all’uomo che alla causa che rappresenta”.
⛪ L’ineccepibile devozione di Matilde alla Chiesa, lontana dall’essere ispirata da qualche storia d’amore proibita con Gregorio VII, risale in effetti alla sua infanzia. Dopo la morte prematura del padre durante una battuta di caccia e dei fratelli di Matilde, la madre cerca protezione proprio presso la Chiesa che fornisce alla piccola famiglia. Si tratta di un aiuto prezioso che Matilde non si dimenticherà mai. La sua fede cristiana è solida, così come la sua devozione alla Chiesa a cui lascerà in eredità tutti i suoi beni. La sua firma sarà sempre la stessa: “Matilda, che se è qualcosa, lo è per grazia di Dio”. Inoltre, convinta di agire per il solo amore della religione, si fa chiamare “figlia di Pietro”, cosa che sottolineerà Gregorio VII nelle tenere lettere che le manderà in età avanzata. In vecchiaia, Matilde si farà costruire una cappella dedicata a San Giacomo nella sua stanza del monastero San Benedetto Polirone, fondato da suo avo Tedaldo di Canossa. Finirà i suoi giorni in questa zona rurale, pregando con fervore per la sua salvezza.

La centesima chiesa di Matilde

Tra digiuni mistici e sogni di abbandonare il campo di battaglia per il convento, Matilde desiderava anche diventare una sacerdotessa, una follia per una donna del suo tempo. Se lo fece però promettere dall’astuto Papa Gregorio VII che le ordinò in cambio la costruzione di cento chiese. Secondo la leggenda, la generosa e determinata Matilde sarebbe riuscita a farne edificare novantanove, fermata nella straordinaria impresa dalla morte. A meno che non si sia spenta proprio mentre alzava il calice per celebrare la messa. O che fosse stata interrotta in extremis dal Papa distruggendo poi l’edificio per la frustrazione, perché come per tutte le leggende che circondano Matilde, sono numerose e a volte contraddittorie. 
🌹La storia di Matilde di Canossa, una delle figure femminile più potenti della nostra storia, è stata arricchita di leggende diverse a seconda delle epoche e di chi le era sostenitore o nemico. Persino i suoi biografi hanno scelto di tramandarci questa parte di mito, facendo maturare in noi l’idea di una donna fuori dal normale, quasi fosse anche un po’ maga. Scrive Domenico Mellini, un altro suo biografo cinquecentesco, che Matilde: “sopra la comune condizione delle donne fu graziosa, eloquente, umana, affabile, clemente, liberale prudente e magnanima, religiosa, umile, caritatevole, devota…”. Pensiamo anche che fosse colta, e che conosceva sia la “lingua dei Teutoni che la garrula dei francesi”, secondo Donizone. Questa donna che ci affascina tutt’oggi non poteva essere banale. A costo di strafare e di romanzare la sua vita, tanti hanno contribuito attraverso i secoli a costruire il suo mito al fine di far risplendere tutt’oggi questa donna di potere che tanto ha segnato un’epoca che in fin dei conti non ci sembra più così lontana. 

Fonti

Ilaria Sabbatini, Matilde di Canossa, su Enciclopedia delle Donne.
Glauco Maria Cantarella, L’Immortale Matilde di Canossa, in: Matilde e il tesoro dei Canossa. Tra Castelli e città S.50-67
Vittorio Ferorelli, Canossa: Le leggende di Matilde, 30/01/2020, Radio Emilia Romagna, tratto da Federica Soncini e Gigi Cavalli Cocchi, CANOSSA: LE LEGGENDE DI MATILDE, Canossa, Edizioni “Andare a Canossa”, 2019
MATILDE DI CANOSSA TRA STORIA E LEGGENDA MARCELLO CAVAZZA, Relazione presentata agli Incontri di Studio del M.AE.S. del 13 maggio 2005.
Jolanda Leccese, Matilda di Canossa (1046-1115), la donna che mutò il corso della storia, 9/11/2016, pubblicato su Leggere Donna.
Paoli Maria Pia. La donna e il melograno. Biografie di Matilde di Canossa (secoli XVI-XVII). In : Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée, tome 113, n°1. 2001. Alle origini della biografia femminile: dal modello alla storia. Actes du colloque organisé par le Dipartimento di storia dell’Università degli studi di Firenze, l’École française de Rome et le Comune di Firenze «Progetto donna», Florence 11 et 12 juin 1999. pp. 173-215.
Citazioni tratte da:
Donizone, Vita Mathildis, 1111-1116, trad. di P. Golinelli (2008). 
A. Renée, La Grande Italienne (Mathilde de Toscane), Firmin Didot frères, fils & Cie & E. Dentu, Paris 1859.
A. Bresciani, La Contessa Matilde di Canossa e Iolanda di Groninga, Boniardi-Pogliani, Milano,1858.
D. Mellini, Trattato di Domenico di Guido Mellini, dell’origine, fatti, costumi, e lodi di Matelda, la gran contessa d’Italia… Giunti, Firenze, 1589.