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Pazzo Ninno, che scendi dalle stelle!

Napoli, Natale 2020. Santi e pittori, preti e giornalisti, critici e poeti affollano il presepe misero e nobilissimo di Alfonso Maria de’ Liguori, dove il Natale è una stupefacente e paradossale opera d’arte universale

Definì Van Gogh in una lettera il Cristo “artista più grande di tutti gli artisti”, unico in grado di creare la propria opera non con tela e colori, ma con la propria, viva carne. Poco più in là nel tempo e nello spazio, dal carcere di Reading, Oscar Wilde scriveva all’ex amante la lunga confessione epistolare destinata a diventare il De Profundis: e proprio lui che più di tutti avrebbe incarnato il mito dell’arte-nella-vita, e dell’arte-per-l’arte, indica il vincolo “più intimo ed immediato tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista”. E ricordiamo ancora Wilde, a Napoli, alla fine della vita, che terrorizza una gran dama inglese amica di famiglia con la richiesta scandalosa di un aiuto economico per salvare i pochi denti che gli restavano in bocca. È lo stesso uomo che aveva scandalizzato Oxford con la sua eccentrica eleganza, eppure ci sta quasi più simpatico in questa veste imperfetta e obbrobriosa: strano, vero? E allora, dove finisce la bellezza e inizia la commozione per la miseria?  Al confine vibrante tra creazione e Creazione, ci muoviamo oggi per toccare la carne viva di un libro dall’apparenza severa e solenne, ma dall’animo tenero e fanciullesco. Un libro in cui, lo ammettiamo da subito, siamo felicemente immersi fino al collo anche noi del Museodivino.

Il Santo Natale Nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori  e nei presepi di Antonio Maria Esposito  Introduzione di José Tolentino de Mendonça, Postfazione di Carlo Ossola. Olschki Editore, 2020

Non è nostra intenzione recensire questo volume: altri più adatti di noi l’han fatto* e forse lo faranno. Ve lo vogliamo semplicemente presentare come l’invitato prediletto alla festa di Natale del Museodivino. Festa quest’anno forzatamente virtuale, ma non per questo meno sentita e calorosa …

www.museodivinonapoli.it
Il museo è chiuso ma vivo …

Iniziamo dunque a raccontare chi è questo signore che si aggira tra gli invitati, con l’aria seria e lo sguardo vivace – e iniziamo, com’è ovvio, dalla biografia dell’autore, e precisamente da quando un’insopprimibile implosione d’animo cambiò la vita di un giovane, promettente ragazzo della Napoli “bene” del Settecento.

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza” – con variabile inattesa

 by Lea Vagner

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza”. Ecco i concetti ai quali il sedicenne Alfonso Maria de Liguori tentava di attenersi quando, all’alba del secolo dei Lumi, ripeteva i dodici comandamenti dell’avvocato che voleva essere: coscienzioso e con l’unico scopo di ristabilire la giustizia. Venir meno a una di queste sue regole di etica professionale non avrebbe soltanto significato perdere la credibilità che in giovane età gli era già stata data. Rischiava anche di danneggiare il cliente a lui affidato, per esempio accettando una causa che sfidasse i limiti della sua competenza, oppure usando di mezzi ingiusti per difenderla.

Iscritto all’Università a soli dodici anni, avviato a una brillante carriera nell’avvocatura, Alfonso frequenta a quei tempi un gruppo di giovani, tutti profondamente cattolici, che si schierano apertamente contro la corruzione nella Chiesa; la sua posizione è più moderata, ma mai sbilanciata del tutto dalla parte dello Stato, di cui intuisce l’ostinata difesa di interessi di potere.

Ed è proprio dopo aver preso parte a una causa ingiusta che la differenza tra il diritto scritto e quella che ritiene essere la Giustizia gli si palesa in tutta la sua gravità – ed è lo stesso momento in cui l’afflato che lo insegue da tempo gli si fa chiaro: “lascia il mondo, donati a me”. Questo è quanto al giovane parve di sentire mentre usciva dal tribunale, prima di arrendersi di fronte all’evidenza e rispondere: “eccomi, fate di me quello che volete”.

Sarà soprattutto il padre a scagliarsi contro la sua scelta, forse per via del futuro promettente che aveva in serbo per lui, dopo che molti suoi fratelli e sorelle si erano dedicati alla vita religiosa. Alfonso non era un giovane qualsiasi: primogenito di una famiglia nobile, aveva frequentato le migliori scuole tra cui, per dar la misura, quella di Francesco Solimena – sviluppando un gusto per l’arte, particolarmente quella musicale, che non lo abbandonerà mai del tutto. Ed erano state soprattutto la precocissima attitudine allo studio e la buona riuscita nella sua prima carriera ad aver fatto ben sperare il genitore. Ma l’etica si era così saldamente intrecciata alla vocazione religiosa che a nulla sarebbero valse le sue riserve: a trent’anni, nel 1726, Alfonso viene ordinato sacerdote per iniziare la vita che più ritiene in linea con i propri ideali di giustizia e di rettitudine.

Dopo averlo accompagnato nel passaggio da un mondo all’altro, salutiamo il giovane prete destinato a diventare santo, mentre inizia la sua predicazione a Napoli, sui gradini della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi …

Il Sangue che si scioglie tra i Cattivi

Special guest: Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli e Museodivino ospiti di Luigi Carrara per una bella chiacchierata sul volume Il Santo Natale

Storico giornalista del Mattino, Pietro Treccagnoli si è fatto cordialmente rapire dal Museodivino per accompagnarci a presentare Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori e nei presepi di Antonio Maria Esposito. Cosa significa per un napoletano tenere tra le mani questo libro?

Significa, per riassumere il suo articolatissimo intervento, accedere a un intero mondo di rapporti tra arte, spiritualità e popolo, che a Napoli si intrecciano in forme straordinarie e uniche. In principio ci fu il grande teatro religioso popolare del Seicento, dove “fra un angelo, un pastore e un Re Magio c’era sempre anche Pulcinella” e in cui i poveri sognavano un paradiso di perenni e inesauribili ghiottonerie. Come un fiume che straripa e morendo fa nascere nuovi torrenti, da queste rappresentazioni sacre intessute di profano prendono vita due figli maggiori che sopravvivono tutt’oggi: la Cantata dei Pastori, e sua maestà il Presepe. Caduta quasi in disgrazia ma recuperata nel secondo ‘900 da figure del calibro di Roberto De Simone, Peppe Barra, Eugenio Bennato e Carlo Faiello, la Cantata dei Pastori vede la luce nel 1699, quando Alfonso Maria ha tre anni. Quanto al presepe napoletano, la sua storia è tanto vasta che se n’è potuto appena fare un accenno, piccolo ma fondamentale: e cioè che il presepe non nasce come l’oggetto statico che noi conosciamo, ma come memoria di un evento dinamico, coinvolgente e totalizzante quale la sacra rappresentazione.

Una sola immagine per simboleggiare l’immenso lavoro che un’intera generazione di artisti e studiosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta ha fatto per salvare lo sterminato patrimonio della cultura popolare italiana: per preservarla, ricuperarla, e renderla sempre viva e vivificante.

È in questo contesto in cui la fede chiede aiuto all’arte per parlare a tutti, e in cui l’arte ha bisogno del sostegno economico della chiesa per poter vivere (approfittando magari della rivalità tra i vari ordini religiosi fioriti nel Seicento!) che cresce il nostro Sant’Alfonso. Nostro, perché come i più cari padri della Chiesa entra nel quotidiano, e quindi “se hai il torcicollo ti dicono che sembri Sant’Alfonso” … Nostro, perché pure lui, come San Gennaro, ha fatto il miracolo dello scioglimento del sangue: succedeva in una piccola chiesetta a fianco al Conservatorio di San Pietro a Majella, quella in cui si raccoglievano i fondi per il riscatto dei cristiani prigionieri dei musulmani (da ciò il nome Santa Maria della Redenzione dei Cattivi, da captivus, prigioniero).

E “nostro” anche perché vuole e sa modulare la sua voce in rapporto agli interlocutori, mettendo la sua sterminata e altissima cultura laica e religiosa al servizio di tutti: come in Quanno Nascette Ninno (in italiano Tu scendi dalle stelle), dove la soave melodia a portata di ogni voce – dal coro della parrocchia sotto casa alle grandi orchestre fino a grandi voci come Mina e Pina Cipriani – accoglie un testo semplice, intenso, e napoletanissimo, in cui il Bimbo è “arravugliato” nelle fasce … Ma non bisogna farsi ingannare da questa freschezza di espressione. Come il Ninno che scende dalle stelle, immenso e onnipotente Creatore che si “riduce” a creatura, così anche la sterminata arte retorica di Sant’Alfonso, attraverso un lavoro faticoso e complesso, si fa semplice, umile, comprensibile a tutti. E quella che altrove sarebbe stata pesante ed esibita citazione dal passo biblico sulla pace universale sboccia in questi dolcissimi versi: No ‘nc’erano nemmice pe la terra / La pecora pasceva cu ‘o lione / Cu ‘o capretto – se vedette / ‘O liupardo pazzeà …

E ora, salutato il caro Pietro Treccagnoli**, un ultimo salto prima della Nascita del Ninno…

Enzo Avitabile e la sua splendida cantata del Ninno, tra poema e canto, tra Settecento e Novecento … (clicca sull’immagine per sentire)
Quanno nascette Ninno …

Napoli, “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”

Vico Donnaregina , centro antico. Due bimbe studiano sull’asse da stiro fuori alla propria abitazione. Photo by Sergio Siano

Ogni opera d’arte è per vocazione anche un luogo di raccolta, in cui si incontrano attraverso il tempo e lo spazio tutti coloro che l’hanno vissuta, che l’hanno studiata, che hanno cercato di scoprirne le profondità e i significati, che l’hanno presa a guida e conforto nella vita. “Ho sempre sperato che non fossero solo parole”, scriveva Dostoevskij, indicando la vocazione attiva dell’arte a incidere positivamente nella realtà del cuore umano, luogo per lui destinato alla feroce e appassionante battaglia tra demoni e angeli.

Una pagina autografa dei Demoni di Dostoevskij

Nel clima natalizio delle novene di Sant’Alfonso, questa guerra spirituale è presente soprattutto al principio, nei primi discorsi, quando rivolgendosi come spesso avviene direttamente al Creatore, esclama: “[gli uomini] amano i parenti, amano gli amici, amano anche le bestie; se da quelle rice­vono qualche segno d’affetto, cercando di rimunerarcelo; e poi solo con voi sono così disamorati e sconoscenti? Ma oimè ch’io accusando quest’ingra­ti, accuso me stesso, che peggio degli altri v’ho trattato…” (Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori )

Discorso dopo discorso, affrontando passo a passo la grandezza, la potenza, la gloria di un Dio che si fa piccolo, inerme, disprezzato, che perde la sua beatitudine infinita per diventare “miserello” come noi, il clima si va sempre più stemperando in una effusione d’affetto e stupefazione per questo Padre tenero e accorato, che non sa più che fare per dimostrare il suo amore, e che “quasi vien meno per la consolazione e tenerezza” quando ritrova il figlio perduto.

Ma, come abbiamo già detto, non è nostra intenzione recensire questo volume, e non solo perché lasciamo questo lavoro a chi davvero lo sa fare*, ma anche perché, semplicemente, è tardi. È tardi perché la novena è discorso di preparazione al Natale. È il tempo dell’attesa. È il dolce e doloroso lavoro che tocca a chi voglia arrivare a un appuntamento avendo chiarito in sé il senso profondo di quell’incontro – e noi siamo probabilmente, chi più, chi meno, in ritardo. Eppure, la generosità di questo testo è sovrabbondante, e nasce forse, come ci ricorda Carlo Ossola nella sua bella recensione***, dal terreno stesso di questa “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”, questa Napoli che sa contrapporre alle facili illusioni la crudezza della realtà, e poi la verità del sogno.

È già un piccolo miracolo che tu, lettore, lettrice, stia leggendo questo articolo nel bel mezzo del 24 dicembre di un anno come il 2020. Siamo già una minuscola, imprevista comunità che accorre, seguendo i passi del giovane Alfonso Maria, verso un luogo strano: dove un Artista folle, geniale e infinitamente consapevole iniziò un tempo la sua opera d’arte più paradossale – grazie alla quale possiamo ora amare Wilde non solo nel suo elegante splendore, ma anche quando, scalcagnato e imperfetto, ci chiede una mano. Buona Veglia!

Museodivino

* Il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato in anteprima la bella presentazione di Filippo Polenchi, in cui si staglia la figura di Sant’Alfonso a cavallo tra controriforma e secolo dei lumi. * Alessandro Zaccuri su Agorà/Avvenire pone l’accento sulle due parole ricorrenti nelle novene: “pargoletto”, ovvero lo spazio minuscolo del corpo d’infante in cui l’Essere infinito si incarna, e “allegramente”, perché nonostante le sue miserabili circostanze questa nascita è proposta di affettuosa letizia. *Sull’Osservatore Romano, Maurizio Schoepflin accoglie la pregnanza della pubblicazione, che ci fa ri-conoscere l’importante figura letteraria e spirituale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, degno di uscire dai confini dello specialismo del Settecento.

** Rimandiamo chi vuol sentire l’intervento intero a questo link, e al blog L’Arcinapoletano chi vuol seguire i pensieri del signor Treccagnoli. A cui invieremo la trascrizione del nostro incontro da correggere, perché se ne possa usufruire tutti, e a cui inviamo oggi il nostro più caro augurio di buon Natale

*** E infine, Carlo Ossola dalla Domenica del Sole 24 Ore, fa del testo del De’ Liguori accostato ai presepi di Antonio Maria Esposito la porta verso un’idea di Natale “più presente e vera”, lontana dai fasti e dalle illusioni, per tornare a cibarsi, con il popolo napoletano, “di poco pane e di mirabili sogni”.

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Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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presepi e natività Storia di Napoli

Un presepe dal mare: l’origine del mondo in una conchiglia

Un presepe dal mare

Dopo la passeggiata tra le fiamme dell’Inferno sulle spiagge di Jesolo, vi riportiamo a Napoli, in pieno centro storico. Lì, in via Capitelli, l’antichissima ottica aperta nel 1802 dallo scienziato-letterato Raffaele Sacco: tra i vari strumenti, la famiglia conserva anche un bene a dir poco insolito da ricordare nel bel mezzo delle vacanze estive. Si tratta di un presepe, per di più perfettamente ancorato nella tradizione partenopea: dall’annunciazione ai pastori fino alla nascita del Bambino in una grotta posta al centro della scena passando dai commensali dell’osteria, non manca nulla.

Strana idea, quindi, quella di presentarvi una Natività proprio il giorno di Ferragosto, mentre il Natale sembra così lontano? Non tanto, se precisiamo che il presepe della Casa Sacco venne quasi interamente realizzato in conchiglie, cozze e vongole, e presentato su una pianta circolare, alla maniera del più classico dei castelli di sabbia.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Raffaele Sacco, lo scienziato-poeta che omaggia la tradizione partenopea

Seguendo la lunga tradizione dei medici-umanisti, dedicando la propria vita alla scienza quanto alla cultura, Raffaelle Sacco ha lasciato un segno indelebile nella storia partenopea. Non solo perché l’attività, ripresa dai discendenti – la famiglia Carelli – esiste tutt’ora, ma anche perché quell’ottico all’avanguardia è l’autore della famosissima “Te voglio bene assaje e tu nun pienze a me“, la canzone che ha attraversato i secoli e i confini della città di Napoli.

Ma se oggi ricordiamo Raffaele Sacco, non è né per il suo capolavoro musicale, né perché ha rivoluzionato il mondo dell’ottica con l’invenzione dell’aletoscopio destinato a verificare l’autenticità dei bolli, bensì perché ha lasciato in eredità alla propria famiglia una tradizione che tutt’ora viene conservata: quella del presepino di mare, quasi interamente fatto di conchiglie se si escludono i pastorelli realizzati in creta.

Per la creazione di questo suo presepe, Raffaele Sacco usa un materiale che sulle spiagge campane non manca: conchiglie, cozze, vongole e lumache, come elencati dallo scrittore Gennaro Borrelli nel libro da cui è tratto il titolo di questo articolo, “Un presepe dal mare, il presepe della famiglia Sacco”. Come quando il sacerdote Antonio Maria Esposito, l’artista dei presepi in miniatura custoditi negli spazi del Museodivino, andava per il Monte Faito a raccogliere degli elementi naturali per creare i suoi minuscoli presepi, così Raffaele Sacco si avvaleva di un materiale comune per raccontare la bellezza semplice della Natività ed omaggiare la natura anche in un presepe affollato e festante, strettamente legato alla tradizione partenopea.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Il tempo che passa e la resurrezione della natura

Dai personaggi vestiti alla moda seicentesca ai giubbotti dei giacobini che forse gli ricordano il suo primo maestro, il prete Marcello Scotto, vittima della caduta della Repubblica Napoletana nel 1799, fino alle “mosse e ampie gonne delle contadine” dell’Ottocento, il presepe della Casa Sacco sembra attraversare i secoli della storia partenopea. L’opera si presenta su una base che “elenca” tutti i materiali che vengono usati per formare le varie componenti del presepe.

Lì, la natura sembra adeguarsi al desiderio dell’artista: le conchiglie diventano i piatti dentro i quali mangiano gli ospiti dell’osteria, le telline bianche e rosa sono i fiori del monte e perfino i gusci delle cozze, sotto la luce, imitano il fuoco acceso dell’osteria. I sentieri sono invece fatti di sabbia vulcanica, simbolo del tempo che passa come il presepio è simbolo di rigenerazione. In effetti, per citare Roberto De Simone nel suo libro “Il presepe popolare napoletano”, la nascita del Bambino simboleggia la speranza che, dopo un lungo inverno, la natura possa risorgere.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio) – foto di Massimo Velo.

L’origine del mondo in una conchiglia

E, a pensarci bene, quale materiale è più adatto di una conchiglia per rappresentare la nascita di Cristo? Secondo Botticelli, di cui ci siamo già occupate quando abbiamo studiato la figura della Matelda raccontata da Dante (sarebbe proprio lei, la Flora della famosa Primavera!), anche Venere nasce dentro una conchiglia, vero e proprio simbolo dell’origine del mondo. Ma non solo: rappresenta anche la fecondità, e grandi artisti rinascimentali come Piero della Francesca nella sua Pala di Brera hanno dipinto il Bambino e sua madre, al sicuro sotto un’enorme conchiglia.

Nascita di Venere (dettaglio), Sandro Botticelli, 1483-1485, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Pala di Brera, Piero della Francesca, 1472-1473, Pinacoteca di Brera, Milano.

Nel presepe della Casa Sacco, nella scena più dolce di tutta l’opera, la capanna che fa da riparo al Bambino appena nato è circondata da piccoli rami di corallo rosso, colore del sangue e della vita.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio)- foto di Massimo Velo.
Fonti

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Un presepe dal mare – il presepe della famiglia Sacco” di Gennaro Borrelli, consultabile al Museodivino.
“Storia delle Conchiglie”, Settemuse.it.

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Divina Commedia presepi e natività

Dante se ne va al mare

Dante se ne va al mare

Come ogni estate dal 1998, anche questo anno la città di Jesolo avrebbe dovuto accogliere scultori venuti dai quattro angoli del mondo per partecipare al Festival Internazionale delle Sculture di Sabbia. Senza sorpresa, la mostra 2020 dal tema “Il Volo” è stata annullata in seguito all’emergenza sanitaria. Ma per quanto tutto ciò possa essere deplorevole, che cosa c’entra esattamente la mostra di Jesolo con il Museodivino napoletano? Di certo non sono i presepi giganteschi messi in mostra ogni inverno dal 2002, di cui solo la sabbia ricorda l’atmosfera mediorientale dei presepi in miniatura di Don Antonio. No, per capire cosa ci affascina di questo festival, bisogna risalire poco più di dieci anni indietro, nel 2009.

L’edizione 2019 del Festival Internazionale delle sculture di Sabbia, dedicata a Leonardo da Vinci in occasione dell’anno leonardiano

Dopo la passeggiata tra i musei più freschi di Napoli, e il viaggio attraverso il Liberty napoletano abbiamo infatti deciso oggi di trasportarvi in un tour estivo tra le fiamme ardenti dell’Inferno di Dante: vi portiamo a Jesolo, nel 2009, quando l’effimero della sabbia ha preso le forme di un capolavoro immortale. E quando fu possibile ai bagnanti esterrefatti trascorrere una giornata estiva tra le fiamme dell’Inferno dantesco, spaventose e altissime benché fatte interamente di sabbia.

Uno dei diavoli delle Malebolge, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo 2009.

Richard Varano e l’amore per la Divina Commedia

Dopo i viaggi nell’universo incantato di Alice nel Paese delle Meraviglie o attraverso la leggenda arturiana con Excalibur – la spada nella roccia, a Richard Varano, direttore artistico statunitense nonché vincitore della seconda edizione del concorso, viene l’idea piuttosto inquietante di realizzare i nove cerchi dell’Inferno di Dante.

Innamorato del Sommo Poeta? Non abbiamo potuto fargli la domanda, ma il fascino per l’opera dantesca è evidente. Iniziato alla scultura sin dall’infanzia dal padre -italiano-, ammette in un’intervista a ViviJesolo.it che quello della Divina Commedia di sabbia è l’evento che ricorda con più piacere. Inoltre, nel 2014, il direttore artistico lancia un nuovo tema, anch’esso universale e dalle molteplici interpretazioni: Inferno, Purgatorio, Paradiso e Terra. Se non si riferisce esplicitamente a Dante, la dicitura del tema non può che ricordarci l’opera più importante di tutta la poesia italiana. Purtroppo, le sculture andarono in rovina prima del previsto dopo le piogge torrenziali che hanno colpito la città.

Richard Varano con uno dei suoi castelli di sabbia

Devi iniziare ad avere pazienza…

I 18 scultori reclutati, venuti dagli Stati Uniti, dal Giappone o ancora dall’Australia hanno messo alla prova la propria immaginazione nel rappresentare la parte più affascinante della Divina Commedia. Con l’aiuto di volontari dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, hanno avuto il compito di trasformare in soli dieci giorni enormi blocchi di sabbia compressa in una spaventosa foresta popolata da belve selvatiche, o in un fiume in cui affogano le anime dannate dell’Inferno.

La selva oscura, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

Una missione molto difficile, sia dal punto di vista tecnico che mentale. Oltre ad avere un’infinita pazienza, che secondo Varano è la prima qualità dello scultore, l’artista deve anche accettare l’idea – non facile – che la propria opera verrà distrutta dopo neanche due mesi di vita. Bisogna abituarsi quindi all’effimerità della propria scultura, ma anche prendere in considerazione gli eventi meteorologici: se la pioggia in eccesso può facilmente rovinare l’opera, anche il calore è nemico delle sculture di sabbia. Infatti, l’acqua con la quale viene mischiata può evaporare in caso di alte temperature, come già è successo in passato.

Un materiale effimero per rappresentare l’eterno

Una sfida che sembra impossibile, quasi quanto raccontare il viaggio dantesco in un guscio di noce. Ma ben lontane dall’essere i castelli di sabbia della nostra infanzia, queste sculture si rivelano inaspettatamente forti e resistenti, oltre ad essere immense: certe di esse possono raggiungere fino ai quattro metri di altezza! C’è da sentirsi minuscoli in confronto a questi innumerevoli granelli di sabbia, così piccoli singolarmente, ma che insieme assumono le forme terrificanti di un diavolo colossale, o di un’enorme arpia scatenata. E cosa dire dell’idea di rappresentare il fuoco eterno con un materiale così effimero, e apparentemente fragile? L’instabilità della sabbia e la mancanza di solidità delle radici della scultura turbano lo spettatore, come se da un momento all’altro, tutto l’Inferno dantesco potesse crollargli addosso.

Lucifero, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

La potenza dell’Inferno di sabbia

Anche se l’immaginario degli artisti rimane fortemente attaccato all’opera originale, realizzano la prodezza di raffigurare l’Inferno in tutta la sua potenza e il suo orrore. Attraversiamo quasi ogni tappa del viaggio dantesco, dalla barca di Caronte, che sembra un pirata dell’Oltretomba, al Cerbero che sembra balzare fuori da una grotta per avventarsi contro lo spettatore, così infuriato che gli si gonfiano le vene del collo, passando poi per la città di Dite le cui porte, invece di chiudersi in faccia a Virgilio, sono appena socchiuse su un mondo che supponiamo agghiacciante, scoraggiandoci nell’avventurarci all’interno delle sue pareti roventi.

Cerbero, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.
La Città di Dite, “Dante Inferno”, Lido di Jesolo, 2009.

Andare tra queste sculture infernali non ha niente di una passeggiata: è un viaggio lungo e stancante, ma alla fine, arpie diaboliche e demoni malvagi vengono distrutti per dare spazio alla dolcezza. Nel Natale del 2019, gli artisti incaricati del progetto di una Natività di sabbia hanno celebrato la Beatitudine con il tema “Poema dell’amor divino”. Chissà se dopo il recente lockdown sorgerà la necessità di dedicare una mostra, intera questa volta, al Paradiso dantesco…

La Natività, Lido di Jesolo, 2019.

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Botticelli e Dante presepi e natività tradizioni napoletane

Caravaggio o Botticelli? Questa è la domanda del Natale

Museodivino ha trascorso le ultime feste di Natale insieme a ben undici artisti tra i più prestigiosi ad aver rappresentato la Natività. Diverse per stile, epoca e concezione, queste opere esprimono dei punti di vista a volte ben radicati in una tradizione secolare, mentre altre volte si distaccano completamente dai canoni. Un soggetto comune, quasi universale, e una moltitudine di interpretazioni.

Con l’intento di esaminare questi aspetti variegati da più vicino, abbiamo deciso di lanciare un contest con una domanda precisa: che cosa chiedete voi all’arte, oggi? Di rappresentare la realtà, sia nella sua bellezza che nel suo aspetto più crudo, o un ideale verso il quale tendere? Per rispondere, i partecipanti potevano scegliere ogni settimana fra due rappresentazioni della Natività quale, a loro parere, fosse più adatta a raccontare il nostro tempo. Tra gli artisti in corsa, solo nomi prestigiosi: Leonardo, Mantegna, Giotto, Botticelli e Caravaggio per i grandi maestri italiani, El Greco e Bosch per i più fantasiosi, Bruegel e Rubens per i nordici. Ma anche Gauguin, con la rappresentazione più insolita, e Chagall per la Natività…che non è una Natività.

Botticelli o Caravaggio?

È stata una sfida tra titani ad aprire questa prima parte del contest: la colorata e festosa Adorazione dei Magi di Botticelli “affrontava” quella molto più sobria di Caravaggio. La decisione è inappellabile: i partecipanti hanno nettamente preferito l’opera del Caravaggio, datata 1609. Vi possiamo vedere Maria, sdraiata in una stalla cupa e spoglia guardare amorevolmente il suo bambino appena nato, sotto lo sguardo non meno tenero dei pastori e di San Giuseppe. Per motivare la scelta, una partecipante scrive che “il grande Lombardo ha rappresentato una scena più realistica”, in completa opposizione con il susseguirsi di protagonisti festanti e alla gioia che emana dal quadro del pittore toscano.

Adorazione dei Magi, Sandro Botticelli, 1475-1476, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.

Leonardo o Rubens?

Andiamo avanti con due opere monumentali: l’Adorazione dei Magi incompiuta di Leonardo, o la Natività luminosa di Rubens? A sorpresa forse, il maestro italiano e la sua opera giudicata inquietante e rappresentativa dei nostri tempi bui da un partecipante sono stati battuti dal pittore fiammingo che, secondo un altro votante, “non ha nemmeno bisogno di essere elogiato”. La luce che emana dal bambino appena nato partecipa a “trasmettere gioia e serenità” sul viso dei personaggi, e di noi spettatori che contempliamo la grazia in questa Natività intimista.

Adorazione dei Magi, Leonardo da Vinci, 1481-1482, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei pastori (“La notte”) Pieter Paul Rubens, 1608, Pinacoteca civica di Fermo.

Mantegna o Giotto? Bruegel o Bosch?

La settimana seguente, l’Adorazione dei Magi di Mantegna vince su quella di Giotto. L’estasi dei Re Magi di fronte al piccolo bambino ha convinto i partecipanti, molto più della solenne processione in mezzo al deserto dei protagonisti dell’opera trecentesca.

Questa sfida però non ha appassionato i partecipanti quanto quella che ha messo a confronto due maestri fiamminghi, che a distanza di un secolo l’uno dall’altro crearono due Natività dalle caratteristiche molto particolari: entrambe opere misteriose e da osservare con estrema attenzione per poterne distinguere gli infiniti dettagli.

Da un lato, l’Adorazione dei Magi nella Neve di Bruegel: una scena che a prima vista sembra un semplice paesaggio innevato, come se il grande evento che si stesse preparando non avesse bisogno di fare così tanto rumore. Dall’altro, un trittico di Bosch, che inserisce nella sua Adorazione dei Magi dei particolari quanto meno bizzarri, come questa donna aggredita da un lupo in sottofondo, oppure questo cacciatore che sta morendo schiacciato dal peso di un orso. Dopo una lunga battaglia, i partecipanti votano per l’opera di Bosch, più “adatta nonostante il paesaggio irreale”.

Adorazione dei Magi, Andrea Mantegna, 1497-1500, Getty Museum, Los Angeles, USA.
Natività di Gesù, Giotto, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova.
Adorazione dei Magi nella neve , Pieter Bruegel il Vecchio, 1563, collezione Oskar Reinhart, Villa Am Römerholz, Zurigo, Svizzera.
Trittico dell’Adorazione dei Magi , Hieronymus Bosch, Museo del Prado di Madrid, 1485-1500 circa

Gauguin o Chagall?

Mancano due settimane alla prossima tappa del contest: non potevano mancare le Natività insolite. Paul Gauguin ne dipinse una nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi in Polinesia francese. A prima vista, e senza guardare il titolo, è difficile intuire che si tratti proprio di una Natività.

Eppure, a ben vedere, gli indizi sono molti: l’aureola che circonda le teste della madre e del bambino, le ali verdi della donna angelo e il bue in sottofondo sono chiari riferimenti alle Natività più tradizionali. Ma secondo varie interpretazioni, il bambino di Gauguin compie il cammino contrario. Non si tratta di una Natività classica, bensì della sublimazione di un terribile episodio vissuto dall’artista. A questa scena tragica, i partecipanti hanno preferito seguire la Madonna del Villaggio di Chagall nella sua processione di pace e serenità, accompagnata dagli angeli e dalle trombe.

Te Tamari No Atua (La Nascita di Cristo, figlio di Dio), Paul Gauguin, 1896, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera, Germania.
La Madonna del Villaggio, Marc Chagall, 1938-1942, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid, Spagna.

El Greco o… El Greco?

Per chiudere in bellezza questa prima parte del contest, non potevamo non mettere una delle Natività di El Greco. Ma come sceglierne una sola? Abbiamo delegato la responsabilità della scelta ai partecipanti proponendone due, con dei punti di vista molto diversi nonostante le opere fossero state dipinte dallo stesso artista. Nella prima, noi spettatori ci troviamo al posto del bue, testimoni discreti di una scena familiare intima. Nell’altra invece, celebriamo insieme ai tanti personaggi dai corpi deformi e dalle vesti di colore vivido la nascita del bambino, immersi in un’atmosfera fantasiosa. Questa Natività, che provoca nello spettatore un senso di meraviglia, come se l’evento fosse troppo bello per essere vero, vince la sfida.

L’Adorazione dei pastori, El Greco, 1612-1614, Museo del Prado, Madrid, Spagna.
Natività, El Greco, 1597-1603, Illescas, Santuario di Nostra Signora della Carità.

E il vincitore è…

Dando un’occhiata veloce ai risultati, è facile notare che l’estasi, la pace, la gioia e la serenità prevalgono su ogni altro sentimento. È di questo che abbiamo bisogno oggi? È quello che chiediamo all’arte? La risposta non tarderà ad arrivare. Dopo aver messo a confronto le due opere seicentesche di Rubens e Caravaggio, di Mantegna e di Bosch, e le due Natività atipiche di El Greco e di Chagall, ci siamo ritrovati in finale con un trio di spicco. El Greco, Mantegna e Caravaggio si sono disputati il primo posto, fino alla decisione finale dei partecipanti che hanno eletto… l’Adorazione dei Pastori del Caravaggio.

Secondo voi, che cosa rivela questa scelta del nostro tempo? Secondo noi, è la vittoria dell’umiltà sul fasto, della serenità sulla gioia frenetica, della felicità per le piccole cose sulle feste grandiose. È l’autentico contro la superficialità, l’essenziale contro la sfavillante fantasia.

Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.