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I Magi siamo noi!

Andrej Rublëv, Raffaello e Giorgione, Kandinski e Tarkovskij, e l’invisibile torre di Tatlin … tra Epifania italiana e Natale russo, un viaggio nell’arte dell’icona e nel suo avvolgente movimento verso il divino

Noiosa introduzione storica – prima parte

L’Epifania, ci avverte Wikipedia, è “una delle massime solennità dell’anno liturgico, come la Pasqua, il Natale e la Pentecoste”. Perché? Perché è la festa in cui si celebra il manifestarsi della Divinità, in cui ciò che era nascosto, intuito, eppure ancora avvolto nei dubbi, ci si mostra in modo tale da superare le nostre incertezze. Oggi è anche la Vigilia del Natale per gran parte del cristianesimo ortodosso: due diverse feste si sfiorano dunque oggi al crocevia tra i diversi calendari liturgici. Ma questo accade anche, molto spesso, nelle più grandi opere d’arte: dove il Natale e l’Adorazione dei Magi possono convivere nello spazio mistico di una piccola tavola di legno, o di un guscio di pistacchio.

I lettori ci perdoneranno se iniziamo con un’immagine dal nostro Museodivino: questo presepe in geode di quarzo nero è presepe a tutti gli effetti secondo le intenzioni del suo autore, ma rappresenta al contempo i Magi in adorazione del “Ninno”. Possiamo dunque vedere Natale ed Epifania convivere nello stesso spazio, circondati da una notte lucente di stelle ©Giorgio Cossu/Museodivino

Noiosa introduzione storica – seconda parte

Natale ed Epifania sono spesso compresenti nelle opere d’arte, ma questo non significa che avvengano nello stesso momento: significa che i nostri normali schemi di lettura delle immagini, di fronte ad alcune raffigurazioni, devono cedere il passo a un altro sguardo. E anche che il significato della presenza di un personaggio in un certo angolino di un quadro, può scompaginare tutto ciò che credevamo di sapere, e dare nuova luce e nuova vita a un’opera d’arte, e forse anche a noi. Vogliamo quindi celebrare oggi anche l’arte dell’interpretazione dell’arte, ovvero l’ermeneutica, con un vero e proprio tuffo nello spazio infinito dell’icona.

Giorgione è senza dubbio uno dei pittori più enigmatici della storia dell’arte. Non solo non ci sono opere autografe, ma di alcuni dei suoi quadri (sempre che siano suoi!) non si è neppure certi di cosa esattamente venga rappresentato. Le investigazioni attorno alle sue opere possono affascinare anche i dilettanti, perché come diceva Federico Zeri spesso la storia dell’arte è una specie di “caccia all’assassino”, più divertente di un romanzo giallo. L’opera qui riprodotta è nota come “I Tre Filosofi”, ma nel suo splendido La Tempesta Intepretata Salvatore Settis propone che invece in essa Giorgione abbia voluto rappresentare i tre Magi, a un passo dalla Grotta.

Noiosa introduzione storica – terza e ultima parte

Qual è l’immagine che ci attraversa la mente quando sentiamo la parola “icona”? … A parte i simboletti di FB e di IG, ognuno di noi ha la sua icona: Marilyn Monroe, Maradona, Ariana, John Travolta ne La Febbre del Sabato Sera … Ovviamente, oggi ci occuperemo di un altro tipo di icona – o meglio dell’autentica icona, quella da cui i nostri simboletti FB o le nostre pop star hanno poi preso in prestito (o rubato!) la definizione.

Andy Warhol, The Shot Marilyns, 1964
Warhol non negò mai il suo debito nei confronti dell’arte delle icone, da cui estrapolò alcuni punti essenziali: la riproduzione seriale, l’uso simbolico e non realistico dei colori, la raffigurazione di un oggetto di culto, anche se chiaramente in chiave profana. E accadde proprio come con le icone: che le immagini stesse diventarono, in brevissimo tempo, oggetto di culto.

Benché le icone siano tra le più antiche forme di arte cristiana, si può dire che in un certo senso, con il presepe di San Francesco del 1223 rappresentato da Giotto, il loro immenso patrimonio di forme e significati scompaia dalla storia dell’arte. Sarà solo nel 1904 che l’icona tornerà a parlarci, dopo secoli, quando venne restaurata la Trinità di Andrej Rublev – una delle più alte espressioni dell’arte spirituale di tutti i tempi. Questo evento, come ci dice la nostra cara Wikipedia, segnò la riscoperta dell’icona da parte dell’estetica moderna e nei primi dieci anni del ‘900 le icone diventarono “l’ossessione dell’intellighenzia russa”. Un intero sistema di significazione e di raffigurazione rientra nel mondo dell’arte, esplodendo nei concerti visivi di Kandinskij, nelle danze dei colori di Matisse, nelle spirali verticali di Tatlin.

La Torre di Tatlin, che non fu mai costruita, fu ideata per celebrare la vittoria della Rivoluzione Russa. Eppure, Tatlin nasce come pittore di icone: e ci pare che da lì tragga anche la vertiginosa verticalità di quest’opera irrealizzata, che inneggia a quanto di più lontano si possa immaginare dalla quiete del Natale ortodosso.

Ma di tutto questo non parleremo oggi. L’introduzione storica è già durata troppo. L’informazione non è conoscenza. Lasciamoci piuttosto guidare dalle parole di Sara d’Ippolito, come nuovi e smarriti re Magi, alla scoperta di queste porte spalancate verso l’infinito. (S.C.)

L’icona di Natale: un viaggio cifrato verso la Divinità

di Sara d’Ippolito

Nella tradizione ortodossa arte spirituale per eccellenza è l’arte dell’icona. Teologia per immagini, preghiera incarnata,  l’icona concentra l’occhio e la mente attraverso una bellezza dotata di senso. L’icona ortodossa del Natale rivela una comprensione della nascita di Cristo che di discosta dall’interpretazione occidentale.

Nella nostra tradizionale iconografia al centro della Natività si pone il bambino circondato da Maria e Giuseppe (ovvero la cosiddetta Sacra Famiglia). È questa un’immagine pienamente umana della nascita di un bambino Divino.

Raffaello Sanzio, Sacra Famiglia con palma, 1506 circa, Edimburgo, National Gallery of Scotland

Nella tradizione orientale al centro dell’opera risalta in primo luogo la figura della Madre di Dio. È lei stessa il “luogo” in cui si compie la Natività. Rappresentata subito dopo il parto la Vergine riposa pensosa, lo sguardo attento ripiegato in se stesso. La Madre di Dio è raffigurata racchiusa in una sorta di rosso involucro, “hortus conclusus”, fonte sigillata del Cantico dei Cantici, porta che si è aperta per accogliere la Divinità rimanendo mirabilmente intatta e chiusa al mondo.

Icona della Nascita di Cristo, allievi di Andrej Rublev, 1410 ca, Mosca, Galleria Tretjakov

Dietro di lei di scorge dal buio di una grotta la figura più piccola della composizione: il Bambino infinito che i cieli non possono contenere è nato senza rumore. La Divinità nasce fragile, tenera e debole e la natura stessa nelle figure del bue e dell’asinello si volge a contemplarla e proteggerla. La sovrasta l’oscura grotta del peccato, notte delle passioni dell’uomo.

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

Nell’icona tutto è sincronia, movimento, contemporaneità del senso.

Magi e pastori sono raffigurati su lati opposti perché rappresentano diversi movimenti spirituali. Come scrive l’apostolo Paolo “i greci cercano la saggezza, gli ebrei cercano i miracoli”. Entrambi si muovono verso Dio.  

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

I tre Magi nell’angolo superiore a sinistra sono in dialogo fra loro, osservano il cielo per trovare la strada che li porterà al Messia.

Da sempre la filosofia è amore della sapienza Celeste. Ad osservare attentamente si nota che i Magi si differenziano per età: uno è giovane, l’altro è già maturo, il terzo è vecchio. Dopo tutto, puoi essere salvato a qualsiasi età, ma il più giovane dei saggi indica il bambino: è meglio trovare il Signore prima possibile.

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

I pastori sono più vicini alla Natività e uno degli angeli che li sovrasta si volge a loro e annuncia la nascita miracolosa. A differenza dei Magi, sapienti che sanno leggere il segno dei tempi,  gli ebrei trovano Dio non secondo ragionamento e ricerca ma per rivelazione.

I Magi sono raffigurati nella loro ascesa verso i misteri celesti. I loro sguardi si colgono in alto mentre al di sotto di loro tre angeli si colgono al contrario alla terra dove si compie il miracolo della discesa del Celeste fanciullo. Vola l’uomo verso l’alto, discende alla terra la Divinità.

Pavel Aleksandrovič Florenskij , figura straordinaria del mondo culturale d’inizio Novecento russo, fu matematico, teologo, filosofo. Lo ricordiamo qui come autore di un libro fondamentale, “Le Porte Regali. Saggio sull’Icona”, dove tutti i canoni con cui viene normalmente giudicata, indagata, insegnata e appresa l’analisi delle opere d’arte va, semplicemente, a gambe all’aria.

Come in un specchio rovesciato all’estremità opposta dell’icona la scena si ripete: ma qui pastori al contrario, attendono umilmente uno degli angeli rechi loro la buona novella, mentre altri due angeli sono in contemplazione della stella, che taglia verticalmente i tempi col suo triplice raggio divino. La nascita del bimbo segna un punto di non ritorno nelle ere celesti e terrestri. Ad essa si volgono in silenzio gli angeli, al contrario dei Magi in eterna conversazione. La filosofia è perenne movimento di scoperta. Le schiere angeliche al contrario si fermano attonite in pura contemplazione, che è fede che non chiede ragione della miracolo.

La Trinità di Andrej Rublëv . (Perché quest’opera è considerata il capolavoro dell’arte dell’icona? Quando non si può riassumere, meglio tacere … Non c’è alcun link a questa immagine: buona scoperta a chi vorrà approfondire!)

Nell’angolo in basso a sinistra c’è Giuseppe seduto in profonda riflessione. Accanto a lui in piedi c’è un uomo avvolto in una scura pelle di capra che pare suggerire a Giuseppe pensieri inquietanti. Al lato opposto dell’icona due donne apprestano il rito del Battesimo di un bimbo.  L’incontro col Divino ci pone sempre davanti a una tentazione: credere o dubitare? Giuseppe è rappresentato nel momento del dubbio, le donne al contrario accettano il mistero al punto di volerne farsene partecipi col rito del battesimo.

Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere, 1295-99

Di cosa ci parla l’icona del Natale?

La tradizione ortodossa nella sua simbologia sta a rappresentare il viaggio dell’uomo verso Dio e di Dio verso l’uomo. Se riuniamo al centro le linee che delimitano la grotta e il giaciglio di Maria vedremo formarsi un cuore. È nel cuore dell’uomo che nasce la Divinità. E il cuore stesso è zona della lotta spirituale, antro oscuro delle passioni o giardino intatto di purezza.

Dio discende all’uomo nella sua triplicità ipostatica (le triplici figure in alto a sinistra di angeli e Magi) e nella sua Divino – umanità (in basso a destra le duplici figure di pastori, donne e Giuseppe e il tentatore.

Umile preghiera che attende la rivelazione o ardita ascesa del pensiero: entrambe le vie possono condurre all’incontro della Divinità nel proprio cuore.

Gioia della fede o tormentosa incredulità, questa è la scelta che attende ogni uomo che abbia ricevuto l’angelico dono della visita del Divino nella propria anima.

Attendete senza perdere la fiducia o balzate arditamente a cavallo della vostra anima in cerca della strada che porta al senso della vostra vita! Tutto è possibile da quando la Divinità è scesa sulla terra: è questo l’appello silenzioso che ci giunge da Oriente.

A tutti, buon viaggio.

Wassily Kandinskij, In Blue, 1925, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

Microbibliografia

Salvatore Settis, La “Tempesta” interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto, Torino, Einaudi, 1978; Pavel Florenskij Le porte regali Saggio sull’icona (varie ed.); Vasilij Vasil’evič Kandinskij, Lo spirituale nell’arte (varie ed.); Andrej Tarkovskij , Martirologio. Diario 1970-1986, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2002

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Una particolare forma di spirito chiamata Napoli

“Napoli è la città meno americanizzata d’Italia, anzi direi d’Europa”. Così parlò Mastroianni, evocando il suo amore per la città partenopea. Ed è forse per questo motivo che abbiamo scelto di scrivere degli spiriti di Napoli non nella notte di Halloween, bensì all’inizio del mese di novembre, dopo la festa di Ognissanti e la festa dei morti, così care al popolo napoletano. Oppure, perché invece dei soliti zombie, vampiri e mostri che infestano le strade in quella notte, abbiamo preferito soffermarci sulla bellezza racchiusa nella parola “spirito”: dai miracoli di cui si campa a Napoli fino all’arte spirituale, capace di sublimare anche le emozioni più negative, passando ovviamente per lo spirito che plana su questa città, conferendole quel “quid”, quell’atmosfera rimasta (quasi) inalterata attraverso i secoli.

Un paradiso abitato da diavoli?

Ma come parlare di spiriti senza almeno evocare qualcuno dei numerosi fantasmi che popolano la città partenopea?  Non si tratta però di narrare le leggende di entità malvagie che infestano le vie buie della città, bensì di soffermarci sulle storie di fantasmi che appartengono al popolo napoletano e che vengono ricordati con tenerezza e rispetto. L’esempio più eclatante è ovviamente il culto delle anime pezzentelle: in cambio di protezione, le preghiere dei vivi aiutano le anime sole a trovare la propria strada verso il Paradiso.

Massimo Stanzione, Madonna delle anime purganti, 1638-1642, Chiesa del Purgatorio ad Arco, Napoli. Nella chiesa, si trova il teschio di Lucia, ricoperto da un velo di sposa per ricordare la fanciulla morta perché non poteva sposare l’uomo amato, come molte delle anime che incontreremo lungo il nostro cammino.

E le strade di Napoli sono infestate di anime col cuore infranto. Il nome delle strade le ricorda pure: si pensi a via Donnalbina, vico Donnaromina e Largo Donnaregina che si ispirano alla leggenda di tre sorelle innamorate dello stesso uomo che per salvaguardare il rapporto che le univa hanno preferito scegliere la via del convento. Le loro sagome che si cercano e si abbracciano potrebbero intravedersi nelle notti buie… Come andando verso Posillipo ci si figura, attraverso le finestre del Palazzo Donn’Anna, “occhi senz’anima” secondo il racconto di Matilde Serao, il fantasma della nobile Anna Carafa, che per gelosia della bella Mercede de Las Torras che aveva sedotto il suo amante li fece uccidere entrambi.

Una rapida planata sulla vita di Matilde Serao in questo video della Rai … ma le storie fosche che si raccolgono intorno al Palazzo Donn’Anna volteggiano anche intorno alla sua figura di donna giornalista, redattrice, scrittrice, e appassionata …

La casa del diavolo, dove gli spiriti malvagi non sono solo quelli che crediamo

Ma non solo le donne perdono la testa per amore. Infatti, in Largo dei Banchi Nuovi si trova un palazzo chiamato “Casa del Diavolo”, per via dell’antico proprietario, Antonio Penne, che vendette la propria anima al diavolo in cambio della mano della sua amata. La storia però ha un lieto fine. Il felice proprietario del palazzo, che lo dovette far erigere in una sola notte con l’aiuto di Belzebù, riuscì a ingannarlo, riguadagnando così sia la propria anima che la promessa di sposare la donna amata.

Il Palazzo Penne, il cui ultimo proprietario fu il vulcanologo Teodoro Monticelli che si dedicò allo studio della mineralogia del Vesuvio, a’ muntagna che ha anch’essa molte storie da raccontare.

Nonostante la bella storia che si cela dietro le mura di Palazzo Penne, l’edificio è ormai in uno stato di degrado avanzato. Malgrado la buona volontà dei cittadini che si sono proposti per risanarlo e l’azione di persone influenti in grado di lottare per la salvaguardia dei beni culturali come Guido Donatone – che ci lasciò lo scorso luglio – la cosiddetta Casa del Diavolo fu nuovamente vandalizzata. Sono infatti stati tagliati gli alberi del bel giardino che era stato creato mentre i tronchi ammucchiati ne impedivano l’accesso, costituendo così un importante rischio incendio. Lo ricorda l’articolo di Lucilla Parlato su Identità Insorgenti: non tanto tempo fa il palazzo era ancora pieno di vita e ora, porta bene il suo nome. Non per la fantasia alla quale è legata la sua storia, ma per l’aspetto di casa fantasma che assumerà se non viene salvato.

A Napoli si campa di miracoli…

Operazione San Gennaro, film di Dino Risi realizzato nel 1966. Tre ladri statunitensi cercano di impossessarsi del tesoro di San Gennaro (il più ricco al mondo!), ma si sa, il tesoro come il suo padrone, appartiene al popolo napoletano…

La citazione è tratta dal film “Operazione San Gennaro” (lo aspettavate, eccolo finalmente arrivato!) diretto da Dino Risi nel 1966. Abbiamo scoperto che, tra i numerosi record della città partenopea, c’è anche quello del maggior numero di santi: ben 52! Tra quelli, ovviamente, il santo patrono della città che appartiene al popolo al punto che loro gli si rivolgono come ad un membro della propria famiglia. Ma, come si dice nel film, “per avere una grazia da San Gennaro, bisogna parlargli da uomo a uomo”. Noi che al Museodivino siamo tutte donne, abbiamo deciso invece di rivolgerci a quelle che contano, le protettrici femminili della città di Napoli, iniziando proprio dal Duomo in cui la vera padrona è Santa Maria Assunta, e che nella Cappella di Santa Restituta custodisce il battistero più antico d’Occidente.

Allora, che sta succedendo qui? Ne ho viste tante nella mia vita da qui ma così proprio mai …

Andando verso i Quartieri Spagnoli, troviamo la cappella dedicata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, la prima donna napoletana a essere stata fatta santa per aver sopportato una serie di sofferenze pregando per la salvezza delle anime. A lei si può chiedere di rimanere incinta, a patto di sedersi sulla sua sedia e di avere fede. E sono infatti numerose le testimonianze di donne che sarebbero state protagoniste del miracolo dopo aver eseguito il rito secondo le regole.

A Napoli, si campa anche di miracoli 2.0

Ma la Santa più amata di Napoli resta Santa Patrizia, lei che ogni anno realizza lo stesso miracolo di San Gennaro con la liquefazione del proprio sangue, benché passi quasi inosservato rispetto a quello del santo patrono della città. La giovane fuggì da Costantinopoli per sbarcare a Napoli, scappando così da un matrimonio infelice combinato dai suoi genitori. Morì nel Castel dell’Ovo (anch’esso fitto di leggende varie su cui non si soffermeremo oggi, ma che potete scoprire qui). E questa fanciulla, fuggita dal proprio paese pur di non incatenarsi in un matrimonio senza amore, divenne per uno strano gioco del destino o, forse, per questa famosa ironia di cui avremo occasione di riparlare, la protettrice delle single in cerca di un buon partito.

Anatomia del Miracolo (2017), diretto da Alessandra Celesia, o come tre donne, napoletane e non, dalle storie diversissime, si rapportano al culto della Madonna dell’Arco.

…e di liquori

Come non nominare gli spiriti di fama mondiale? Tra i tanti, c’è ovviamente il nocillo che porta con sé la sua leggenda: si dice infatti che delle streghe – di Benevento e non di Napoli, ve lo concediamo – si radunano sotto un noce prima della tradizionale raccolta a giugno… O ancora, il limoncello, che nel 2015 ha addirittura avuto un suo tour turistico dedicato con la Ruta del Limoncello durante il quale i partecipanti dovevano bere un cicchetto di liquore…ogni volta che passavano davanti a una chiesa. Forse perché, come narra la leggenda, il limoncello sarebbe nato per aiutare i frati a proteggersi dai disagi del freddo durante l’inverno?

Noci e Nocillo tra sogno e destino, il racconto di Nino Leone per il primo compleanno di Museodivino

L’arte spirituale per esorcizzare il dolore: la storia di Don Antonio

Se l’ironia è capace di sublimare le situazioni anche più difficili, può anche essere che, tra dolore e disperazione, qualcuno trasformi le emozioni negative in un’arte tenera e dolcissima, quando viene toccato da un’ispirazione venuta da chissà dove. Parlando del Museodivino, non potevamo non nominare il nostro Don Antonio, che si dedicò a questo esercizio per quasi tutta la vita. Nel suo studio di Castellammare di Stabia, infatti, è riuscito a trasformare il dolore per la morte della madre in presepi minuscoli e silenziosi, soleggiati e senza tempo. Uscendo per un attimo dal chiasso della città, usò le proprie contraddizioni sforzandosi a trovare la pazienza necessaria per creare una collezione di opere in miniatura. Rappresentò inoltre numerose scene della Divina Commedia, guidato da Virgilio che, insieme a San Gennaro, tiene in piedi la città di Napoli dal fondo del Castel dell’Ovo.

Don Antonio con un suo presepe in guscio d’uovo.

Quando un giornalista dell’Arena-Cronaca Veronese chiese a Don Antonio perché i suoi presepi fossero così piccoli, lui rispose: “Eh cosa vuole, è il mio carattere, il mio carattere…”

“Anche se non fosse vero, farebbe lo stesso”

E questo spirito napoletano, dalle case si intrufola nelle strade, anche nei vicoli più bui, e ricopre tutta la città da questa sua atmosfera, così particolare, che fa sentire anche chi viene da lontano a casa propria. E parliamone, di questa casa che bisogna amare con la minaccia di essere maltrattati dalla Bella Mbriana, spirito benevolo e accogliente, ma che non sopporterà che qualcuno denigri la sua abitazione…

Certo, Pino Daniele ha scritto un album dedicato alla Bella ‘Mbriana, ma oggi ci lasciamo guidare dalla più dolce e immortale delle sue poesie sonore …

“Anche se la Madonna dell’Arco non ha fatto il miracolo, ne sono innamorata”. A Napoli poco importa che i miracoli siano opere del divino o dimostrati scientificamente. E non interessa, addirittura, se il miracolo avviene o meno. La speranza non si perde, mai. E nei momenti più bui subentra l’ironia, la famosa ironia che si cela nel DNA napoletano. Basta pensare a questo aneddoto, in cui un uomo si fece beffa di quello che fu uno tra i momenti più bui della storia recente. “Sta verenn’ si for chiove” fu la frase che risuonò quando Hitler passò per via Caracciolo con il braccio teso per il saluto nazista…

Bimba vince bomba 2-0

E nei momenti più leggeri, l’ironia si fa dolce. “Marcellì, ci siamo fatti vecchiarelli eh? Lo volete un caffè?”…

“La capacità di risolvere con una battuta i problemi di una giornata”. Mastroianni in Marcello Mastroianni, Mi ricordo sì, io mi ricordo di Anna Maria Tatò (1997).

In conclusione, ecco la nostra proposta: in questo momento così caotico, diamo a Bellavista pieni poteri decisionali. La sua cartina dell’Europa è la migliore che sia stata definita fino a oggi, e certamente saprà organizzare “tuttecose” per il meglio, seguendo lo spirito napoletano in cui l’etica guida i principi della filosofia, e si fa guidare dal sogno.

Guagliò: questo è il bene, e questo è il male.
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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.

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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.

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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.