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Pazzo Ninno, che scendi dalle stelle!

Napoli, Natale 2020. Santi e pittori, preti e giornalisti, critici e poeti affollano il presepe misero e nobilissimo di Alfonso Maria de’ Liguori, dove il Natale è una stupefacente e paradossale opera d’arte universale

Definì Van Gogh in una lettera il Cristo “artista più grande di tutti gli artisti”, unico in grado di creare la propria opera non con tela e colori, ma con la propria, viva carne. Poco più in là nel tempo e nello spazio, dal carcere di Reading, Oscar Wilde scriveva all’ex amante la lunga confessione epistolare destinata a diventare il De Profundis: e proprio lui che più di tutti avrebbe incarnato il mito dell’arte-nella-vita, e dell’arte-per-l’arte, indica il vincolo “più intimo ed immediato tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista”. E ricordiamo ancora Wilde, a Napoli, alla fine della vita, che terrorizza una gran dama inglese amica di famiglia con la richiesta scandalosa di un aiuto economico per salvare i pochi denti che gli restavano in bocca. È lo stesso uomo che aveva scandalizzato Oxford con la sua eccentrica eleganza, eppure ci sta quasi più simpatico in questa veste imperfetta e obbrobriosa: strano, vero? E allora, dove finisce la bellezza e inizia la commozione per la miseria?  Al confine vibrante tra creazione e Creazione, ci muoviamo oggi per toccare la carne viva di un libro dall’apparenza severa e solenne, ma dall’animo tenero e fanciullesco. Un libro in cui, lo ammettiamo da subito, siamo felicemente immersi fino al collo anche noi del Museodivino.

Il Santo Natale Nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori  e nei presepi di Antonio Maria Esposito  Introduzione di José Tolentino de Mendonça, Postfazione di Carlo Ossola. Olschki Editore, 2020

Non è nostra intenzione recensire questo volume: altri più adatti di noi l’han fatto* e forse lo faranno. Ve lo vogliamo semplicemente presentare come l’invitato prediletto alla festa di Natale del Museodivino. Festa quest’anno forzatamente virtuale, ma non per questo meno sentita e calorosa …

www.museodivinonapoli.it
Il museo è chiuso ma vivo …

Iniziamo dunque a raccontare chi è questo signore che si aggira tra gli invitati, con l’aria seria e lo sguardo vivace – e iniziamo, com’è ovvio, dalla biografia dell’autore, e precisamente da quando un’insopprimibile implosione d’animo cambiò la vita di un giovane, promettente ragazzo della Napoli “bene” del Settecento.

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza” – con variabile inattesa

 by Lea Vagner

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza”. Ecco i concetti ai quali il sedicenne Alfonso Maria de Liguori tentava di attenersi quando, all’alba del secolo dei Lumi, ripeteva i dodici comandamenti dell’avvocato che voleva essere: coscienzioso e con l’unico scopo di ristabilire la giustizia. Venir meno a una di queste sue regole di etica professionale non avrebbe soltanto significato perdere la credibilità che in giovane età gli era già stata data. Rischiava anche di danneggiare il cliente a lui affidato, per esempio accettando una causa che sfidasse i limiti della sua competenza, oppure usando di mezzi ingiusti per difenderla.

Iscritto all’Università a soli dodici anni, avviato a una brillante carriera nell’avvocatura, Alfonso frequenta a quei tempi un gruppo di giovani, tutti profondamente cattolici, che si schierano apertamente contro la corruzione nella Chiesa; la sua posizione è più moderata, ma mai sbilanciata del tutto dalla parte dello Stato, di cui intuisce l’ostinata difesa di interessi di potere.

Ed è proprio dopo aver preso parte a una causa ingiusta che la differenza tra il diritto scritto e quella che ritiene essere la Giustizia gli si palesa in tutta la sua gravità – ed è lo stesso momento in cui l’afflato che lo insegue da tempo gli si fa chiaro: “lascia il mondo, donati a me”. Questo è quanto al giovane parve di sentire mentre usciva dal tribunale, prima di arrendersi di fronte all’evidenza e rispondere: “eccomi, fate di me quello che volete”.

Sarà soprattutto il padre a scagliarsi contro la sua scelta, forse per via del futuro promettente che aveva in serbo per lui, dopo che molti suoi fratelli e sorelle si erano dedicati alla vita religiosa. Alfonso non era un giovane qualsiasi: primogenito di una famiglia nobile, aveva frequentato le migliori scuole tra cui, per dar la misura, quella di Francesco Solimena – sviluppando un gusto per l’arte, particolarmente quella musicale, che non lo abbandonerà mai del tutto. Ed erano state soprattutto la precocissima attitudine allo studio e la buona riuscita nella sua prima carriera ad aver fatto ben sperare il genitore. Ma l’etica si era così saldamente intrecciata alla vocazione religiosa che a nulla sarebbero valse le sue riserve: a trent’anni, nel 1726, Alfonso viene ordinato sacerdote per iniziare la vita che più ritiene in linea con i propri ideali di giustizia e di rettitudine.

Dopo averlo accompagnato nel passaggio da un mondo all’altro, salutiamo il giovane prete destinato a diventare santo, mentre inizia la sua predicazione a Napoli, sui gradini della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi …

Il Sangue che si scioglie tra i Cattivi

Special guest: Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli e Museodivino ospiti di Luigi Carrara per una bella chiacchierata sul volume Il Santo Natale

Storico giornalista del Mattino, Pietro Treccagnoli si è fatto cordialmente rapire dal Museodivino per accompagnarci a presentare Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori e nei presepi di Antonio Maria Esposito. Cosa significa per un napoletano tenere tra le mani questo libro?

Significa, per riassumere il suo articolatissimo intervento, accedere a un intero mondo di rapporti tra arte, spiritualità e popolo, che a Napoli si intrecciano in forme straordinarie e uniche. In principio ci fu il grande teatro religioso popolare del Seicento, dove “fra un angelo, un pastore e un Re Magio c’era sempre anche Pulcinella” e in cui i poveri sognavano un paradiso di perenni e inesauribili ghiottonerie. Come un fiume che straripa e morendo fa nascere nuovi torrenti, da queste rappresentazioni sacre intessute di profano prendono vita due figli maggiori che sopravvivono tutt’oggi: la Cantata dei Pastori, e sua maestà il Presepe. Caduta quasi in disgrazia ma recuperata nel secondo ‘900 da figure del calibro di Roberto De Simone, Peppe Barra, Eugenio Bennato e Carlo Faiello, la Cantata dei Pastori vede la luce nel 1699, quando Alfonso Maria ha tre anni. Quanto al presepe napoletano, la sua storia è tanto vasta che se n’è potuto appena fare un accenno, piccolo ma fondamentale: e cioè che il presepe non nasce come l’oggetto statico che noi conosciamo, ma come memoria di un evento dinamico, coinvolgente e totalizzante quale la sacra rappresentazione.

Una sola immagine per simboleggiare l’immenso lavoro che un’intera generazione di artisti e studiosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta ha fatto per salvare lo sterminato patrimonio della cultura popolare italiana: per preservarla, ricuperarla, e renderla sempre viva e vivificante.

È in questo contesto in cui la fede chiede aiuto all’arte per parlare a tutti, e in cui l’arte ha bisogno del sostegno economico della chiesa per poter vivere (approfittando magari della rivalità tra i vari ordini religiosi fioriti nel Seicento!) che cresce il nostro Sant’Alfonso. Nostro, perché come i più cari padri della Chiesa entra nel quotidiano, e quindi “se hai il torcicollo ti dicono che sembri Sant’Alfonso” … Nostro, perché pure lui, come San Gennaro, ha fatto il miracolo dello scioglimento del sangue: succedeva in una piccola chiesetta a fianco al Conservatorio di San Pietro a Majella, quella in cui si raccoglievano i fondi per il riscatto dei cristiani prigionieri dei musulmani (da ciò il nome Santa Maria della Redenzione dei Cattivi, da captivus, prigioniero).

E “nostro” anche perché vuole e sa modulare la sua voce in rapporto agli interlocutori, mettendo la sua sterminata e altissima cultura laica e religiosa al servizio di tutti: come in Quanno Nascette Ninno (in italiano Tu scendi dalle stelle), dove la soave melodia a portata di ogni voce – dal coro della parrocchia sotto casa alle grandi orchestre fino a grandi voci come Mina e Pina Cipriani – accoglie un testo semplice, intenso, e napoletanissimo, in cui il Bimbo è “arravugliato” nelle fasce … Ma non bisogna farsi ingannare da questa freschezza di espressione. Come il Ninno che scende dalle stelle, immenso e onnipotente Creatore che si “riduce” a creatura, così anche la sterminata arte retorica di Sant’Alfonso, attraverso un lavoro faticoso e complesso, si fa semplice, umile, comprensibile a tutti. E quella che altrove sarebbe stata pesante ed esibita citazione dal passo biblico sulla pace universale sboccia in questi dolcissimi versi: No ‘nc’erano nemmice pe la terra / La pecora pasceva cu ‘o lione / Cu ‘o capretto – se vedette / ‘O liupardo pazzeà …

E ora, salutato il caro Pietro Treccagnoli**, un ultimo salto prima della Nascita del Ninno…

Enzo Avitabile e la sua splendida cantata del Ninno, tra poema e canto, tra Settecento e Novecento … (clicca sull’immagine per sentire)
Quanno nascette Ninno …

Napoli, “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”

Vico Donnaregina , centro antico. Due bimbe studiano sull’asse da stiro fuori alla propria abitazione. Photo by Sergio Siano

Ogni opera d’arte è per vocazione anche un luogo di raccolta, in cui si incontrano attraverso il tempo e lo spazio tutti coloro che l’hanno vissuta, che l’hanno studiata, che hanno cercato di scoprirne le profondità e i significati, che l’hanno presa a guida e conforto nella vita. “Ho sempre sperato che non fossero solo parole”, scriveva Dostoevskij, indicando la vocazione attiva dell’arte a incidere positivamente nella realtà del cuore umano, luogo per lui destinato alla feroce e appassionante battaglia tra demoni e angeli.

Una pagina autografa dei Demoni di Dostoevskij

Nel clima natalizio delle novene di Sant’Alfonso, questa guerra spirituale è presente soprattutto al principio, nei primi discorsi, quando rivolgendosi come spesso avviene direttamente al Creatore, esclama: “[gli uomini] amano i parenti, amano gli amici, amano anche le bestie; se da quelle rice­vono qualche segno d’affetto, cercando di rimunerarcelo; e poi solo con voi sono così disamorati e sconoscenti? Ma oimè ch’io accusando quest’ingra­ti, accuso me stesso, che peggio degli altri v’ho trattato…” (Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori )

Discorso dopo discorso, affrontando passo a passo la grandezza, la potenza, la gloria di un Dio che si fa piccolo, inerme, disprezzato, che perde la sua beatitudine infinita per diventare “miserello” come noi, il clima si va sempre più stemperando in una effusione d’affetto e stupefazione per questo Padre tenero e accorato, che non sa più che fare per dimostrare il suo amore, e che “quasi vien meno per la consolazione e tenerezza” quando ritrova il figlio perduto.

Ma, come abbiamo già detto, non è nostra intenzione recensire questo volume, e non solo perché lasciamo questo lavoro a chi davvero lo sa fare*, ma anche perché, semplicemente, è tardi. È tardi perché la novena è discorso di preparazione al Natale. È il tempo dell’attesa. È il dolce e doloroso lavoro che tocca a chi voglia arrivare a un appuntamento avendo chiarito in sé il senso profondo di quell’incontro – e noi siamo probabilmente, chi più, chi meno, in ritardo. Eppure, la generosità di questo testo è sovrabbondante, e nasce forse, come ci ricorda Carlo Ossola nella sua bella recensione***, dal terreno stesso di questa “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”, questa Napoli che sa contrapporre alle facili illusioni la crudezza della realtà, e poi la verità del sogno.

È già un piccolo miracolo che tu, lettore, lettrice, stia leggendo questo articolo nel bel mezzo del 24 dicembre di un anno come il 2020. Siamo già una minuscola, imprevista comunità che accorre, seguendo i passi del giovane Alfonso Maria, verso un luogo strano: dove un Artista folle, geniale e infinitamente consapevole iniziò un tempo la sua opera d’arte più paradossale – grazie alla quale possiamo ora amare Wilde non solo nel suo elegante splendore, ma anche quando, scalcagnato e imperfetto, ci chiede una mano. Buona Veglia!

Museodivino

* Il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato in anteprima la bella presentazione di Filippo Polenchi, in cui si staglia la figura di Sant’Alfonso a cavallo tra controriforma e secolo dei lumi. * Alessandro Zaccuri su Agorà/Avvenire pone l’accento sulle due parole ricorrenti nelle novene: “pargoletto”, ovvero lo spazio minuscolo del corpo d’infante in cui l’Essere infinito si incarna, e “allegramente”, perché nonostante le sue miserabili circostanze questa nascita è proposta di affettuosa letizia. *Sull’Osservatore Romano, Maurizio Schoepflin accoglie la pregnanza della pubblicazione, che ci fa ri-conoscere l’importante figura letteraria e spirituale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, degno di uscire dai confini dello specialismo del Settecento.

** Rimandiamo chi vuol sentire l’intervento intero a questo link, e al blog L’Arcinapoletano chi vuol seguire i pensieri del signor Treccagnoli. A cui invieremo la trascrizione del nostro incontro da correggere, perché se ne possa usufruire tutti, e a cui inviamo oggi il nostro più caro augurio di buon Natale

*** E infine, Carlo Ossola dalla Domenica del Sole 24 Ore, fa del testo del De’ Liguori accostato ai presepi di Antonio Maria Esposito la porta verso un’idea di Natale “più presente e vera”, lontana dai fasti e dalle illusioni, per tornare a cibarsi, con il popolo napoletano, “di poco pane e di mirabili sogni”.

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La dolcezza della pioggia di Napoli, ovvero l’arte della malinconia

Vilhelm Hammershøi: Hvile, Repos, 1905,

Ho appreso a vivere semplice e saggia

… e a vagare a lungo prima di sera

per fiaccare un’inutile angoscia

Anna Achmatova

E’ l’ora blu: quell’ora del crepuscolo in cui i pensieri si confondono, la realtà si complica, la coscienza si fa più acuta e non si vuol più fingere di essere allegri … è capitato a tutti, lo sappiamo, eppure in quei momenti – strano paradosso – siamo soli e perduti nel cosmo, e le nostre angoscie non assomigliano a quelle di nessun altro. Cosa fare, come reagire? Ha senso combattere con la forza contro quest’oscura massa informe? In quest’oggi così carico di incertezze, in cui i riti sociali non possono più confortarci, abbiamo deciso di pubblicare l’articolo più poetico e metafisico di Sara D’Ippolito: una lenta passeggiata sul lungomare di Napoli in un giorno di pioggia, in cui ogni passo è un’immersione nella storia, l’occasione di un pensiero, la confessione di una malinconia.

Pablo Picasso, 1902-03, Femme accroupie, Stoccarda, Staatsgalerie

Protagonista del racconto è uno scrittore solitario, che indaga stupito e ironico lo spazio cittadino come fosse una foresta di simboli, un “botanico della città”, quello che Baudelaire e Benjamin chiamavano flâneur: a cercare il termine su Wikipedia troveremo due città accostate a questa strana attività – Parigi e Napoli. Non sarà un caso. Forse il coraggio di questa città non si estrinseca solo negli atti eclatanti, nelle trovate geniali, nelle solari esuberanze con cui rallega e diverte tutto il mondo da secoli … Forse, è arrivato il momento di celebrare la malinconia di questa città, l’inquietudine di questo mare in cui bisogna immergersi fino in fondo, finché non diventa amico, finché non arriva a bagnarla davvero, la città, restituendole la forza per un sorriso autentico. Buona lettura (S.C.)

Ma come, Napoli sotto la pioggia?

Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo 

di Sara D’Ippolito

Il mare non ha storia. La sabbia cancella i tuoi passi. I gabbiani non sanno chi sei…

Freddo. Vento. Pioggia a tratti. Sulla promenade che scorre lenta in faccia al Vesuvio uno scrittore solitario, vagabondo fuori stagione, si aggira in cerca di ispirazione, lo sguardo muto a osservare il profilo segreto dell’antica Partenope: il capo ad oriente, su a Capodimonte, ed il piede ad occidente, giù al promontorio di Posillipo, pausa del dolore delle ville d’otium romane. E ancora, passo dopo passo: Castel dell’Ovo. Mergellina. Palme scarmigliate e foglie secche in giro per l’aria umida rivelano storie dimenticate.

Francesco De Gregorio, Ritratto dell’ammiraglio Caracciolo

Francesco Caracciolo, ammiraglio dell’esercito delle Due Sicilie ed in seguito eroe della Repubblica Partenopea, venne impiccato nel 1799 dall’ammiraglio Nelson all’albero maestro della sua nave e gettato nelle acque del Golfo di Napoli.  Il cadavere riemerse e fu raccolto sul litorale di Santa Lucia. Il mare prende, il mare dà.

Carlo Knight racconta sul Corriere del Mezzogiorno “La vera storia della Colonna spezzata e il mancato monumento a Caracciolo “

Oggi alberghi vuoti d’avventure estive stingono malinconicamente le tinteggiature primaverili. Il mare avanza, il mare indietreggia. C’è anche chi si ostina a correre in pantaloncini attillati e ipod alle orecchie, ma sono in pochi. Lo scrittore annota, il mare cancella. Disperde le tracce. Il mare d’inverno è un film in bianco e nero per attori fuori stagione. Nel vuoto pomeriggio domenicale anche i turisti tedeschi rinunciano alle guide Routard. Tutto per sé resta il bagnasciuga. Il mare è grigio, blu, nero, verde a tratti, una massa d’energia incurabilmente in movimento che rimesta pensieri e ricordi. Una scritta su una pietra del lungomare afferma: “L’amore conta”. Ma tutti gli innamorati oggi si sono dati alla fuga. Anche i chioschi chiudono in fretta. E dai ristoranti sconsolati escono a fumare nella pioggia camerieri forzatamente ignavi.

Edward Hopper – Nighthawks (dettaglio)

E più l’anima si allarga al respiro del sale più sperduta si fa la figura del solitario testimone nella sera che avanza nel chiacchiericcio sfuocato dei passanti e in quell’odore di marine fritture di ristoranti che non lo conoscono e che lui non conosce. E lui che aspirava solo al sospeso silenzio del mare nel discendere al porto (pescatori ostinati erano di guardia alle reti ma fu un gabbiano quello che prese all’amo i suoi occhi e li lanciò nell’azzurro) si fa poi sorprendere a un tratto dal cielo quando cessa la pioggia e tutto si fa brillare di rosa e d’azzurro e le nubi si fanno tele d’un impressionismo d’altro secolo e lo sguardo vorrebbe farsi volo.

Cosa è la Malinconia, insomma?
Uno dei quattro “temperamenti” umani, diceva Ippocrate, padre della medicina (collerico, flemmatico, sanguigno gli altri tre), legato, secondo l’astrologo Antioco d’Atene, all’influsso di Saturno. E se sei di temperamento malinconico, Ippocrate consiglia di mangiare mandorle, mele dolci, asparagi, datteri, fichi, uva, more, e vino rosso.

Ma le cose hanno più eternità degli uomini. Anche se un pescatore in barca sa galleggiare placidamente all’orizzonte.

E se avessi una donna, pensa lo scrittore, verrebbe dal mare. Se avessi una donna, pensa, il vento le strapperebbe il cappello e le onde glielo porterebbero via. Solo una macchia rossa su fondo blu all’orizzonte. Ma niente sentimentalismi. Siamo qui per ascoltare, si rimprovera lo scrittore, non per raccontare. E le acque sono divinità gelose. Ma al tramonto i bambini schiamazzano liberi sulle loro biciclette o calpestano con violenza le pozzanghere che la pioggia ha creato sulla passeggiata del lungomare. 

Edvard Munch, Melancholy, 1894, collezione privata
… è sera. Sto camminando lungo la riva e la luce della luna filtra attraverso le nuvole. Un uomo e una donna camminano ora sul lungo molo verso la barca gialla, dietro di loro un uomo porta dei remi. […] Salgono in barca, lui e lei. […] La barca diventa sempre più piccola e le remate riecheggiano sulla superficie del mare. Io mi sento solo, piatto. Le onde si sollevano e si infrangono sul molo. Là fuori l’isola sorride nella tiepida nottata estiva …
(Edward Munch)

La Caracciolo era una pirocorvetta della Regia Marina che, dopo la radiazione, venne impiegata come Nave Scuola per scugnizzi. Varata il 18 gennaio 1869, compì il giro del mondo, totalizzando 35.374 miglia trascorse in mare, con scopi diplomatici, scientifici, addestrativi, commerciali ed idrografici, superando varie difficoltà e toccando spesso località scosse da guerre od epidemie. Attraversò il canale di Suez, costeggiò la Patagonia dove esplorò una baia non segnata sulle carte, che prese il nome di «Baia Caracciolo»dando nomi di membri dell’equipaggio a montagne, isole e scogli.

Più volte il comandante della nave aiutò membri in difficoltà delle comunità italiane di immigrati nelle controversie con le autorità locali, in occasioni di false accuse e casi sospetti. Emilio Salgari, tra l’altro, ne trasse spunto per i suoi racconti. Nel 1895, ormai vetusta, venne privata dell’apparato motore.

Nel 1913, ormai destinata alla demolizione, venne donata alla città di Napoli per farne una nave scuola (o «nave asilo») per il recupero di bambini e ragazzi abbandonati, per sottrarli a miseria e delinquenza. Per alcuni decenni gli scugnizzi napoletani vennero pedagogicamente trasformati sulla nave Caracciolo in sani marinaretti, una “Montessori del mare” che poi l’Opera Nazionale Balilla nel 1928 inglobò. Il mare si gonfia, il mare cala. 

Domenico Fetti, La Meditazione, 1618, Gallerie dell’Accademia di Venezia
C’è una malinconia che viene dall’ozio, una malinconia che viene dall’accidia … e poi, ci dicono, c’è la malinconia che porta a distinguere tra vanità ed essenza, e ci accompagna verso la conoscenza …

E mi chiedo, pensa lo scrittore, se le onde recano in sé le tracce e il mistero del tempo, come rughe invisibili impresse nel cuore di un uomo. E già si srotola come ogni sera la pellicola del mare e delle luci sul molo. Ma vuota resta la sabbia di asciugamani e di risa. E lo scrittore solitario ancora e ancora prova a cogliere di sorpresa il giorno prima che giunga la notte. Ma l’occhio s’inganna e la prima stella è già apparsa. Fa niente. Lo scrittore triste avanza in cerca di storie nascoste fra i ciottoli dei viali abbandonati della Villa comunale.

Giorgio de Chirico, Mistero e malinconia di una strada, 1914, New Canaan (Connecticut), Collezione privata.

… Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone …
E. Montale, I Limoni, 1925, estratto

La stazione zoologica nella Villa Comunale venne fondata nel 1872 dallo scienziato tedesco Dohrn.Al suo interno si trovaun acquario, il più antico d’Italia. Dohrn fu scienziato e sognatore, studioso della fauna marina. Concepì un piano per coprire il globo terracqueo di una rete di stazioni di ricerca zoologiche, analogo alle stazioni ferroviarie, dove gli scienziati avrebbero potuto fermarsi, fare osservazioni e condurre esperimenti, prima di spostarsi verso la stazione successiva. Fu questa l’opera di tutta la sua vita.

Così scrisse verso la fine dei suoi giorni: “Certo l’impresa divora le mie migliori energie, i miei migliori interessi, ma pure è così grandiosa, assume delle proporzioni così gigantesche da darmi una felicità immensa… Ecco io m’illudo che il vero scopo della mia vita sia stato quello di creare questo grande laboratorio. Eppure non è vero. Volevo qualcosa di diverso. Chissà se ci arriverò? Volevo creare spiritualmente, vivere spiritualmente, concludere la mia esistenza in un’atmosfera di civiltà interiore. Ma ai tempi nostri ciò è più difficile di prima: la selvaggia, precipitosa vita di oggi trascina via anche chi voglia opporre resiste ma … Lo trascina, Dio sa dove”. Il mare è creatura, il mare è metafora. 

La Stazione Zoologica Anton Dohr ha riaperto i battenti nel febbraio 2020, appena prima della chiusura di tutto. Consigliamo di esplorare il sito , attraverso tartarughe, squali e coralli, seguendo la scia del fumo del sigaro di Felix Anton Dohrn

Sotto il calore artificiale di uno di quegli strani funghi a gas, seduto a un tavolo per fumatori irriducibili e amanti dei paesaggi a ogni stagione e temperatura, stancamente riflette ormai l’intirizzito scrittore sul malinconico scarto che c’è fra i bar visti da fuori e vissuti da dentro. E chissà perché poi sulla riva del mare non ci sono mai chiese aperte per pregare. Trovi solo bar per sedere e fantasticare.

Geertgen tot Sint Jans, San Giovanni Battista, 1490 ca, Berlino, Staatliche Museen

… e se il bar fosse solo l’anticamera dell’eremitaggio?

Eppure ci sono chiese sulla cima dei monti. E anche eremi e monasteri. E mi ricordo che vissero sulla riva del mare 12 pescatori di pesci che poi divennero pescatori di uomini … Ma ormai si è fatta sera e salpano festose le navi da crociera inghirlandate di luci colorate. 

La Madonna della gatta è un dipinto eseguito da Giulio Romano tra il 1522 e il 1523, probabilmente su disegno di Raffaello, e conservato nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli.

La Perla è un dipinto di Giulio Romano su disegno di Raffaello, databile al 15181520 circa e attualmente conservato nel Museo del Prado di Madrid.

La Malinconia della Preveggenza. Ecco come Raffaello attraverso Giulio Romano, ci racconta il misterioso paradosso, triste e luminoso, di chi sa: la nonna e il padre putativo del Bimbo, ne intuiscono il destino crudele, ma anche il miracoloso riscatto finale.

Santa Restituta, patrona di Napoli, vergine e martire, nacque in Africa.Nell’anno 284 la giovane venne flagellata crudelmente quindi venne posta su una barca carica di stoppa. La vecchia barca priva di remi e di vele venne rimorchiata al largo della costa e qui venne appiccato il fuoco. Le fiamme risparmiarono però il corpo della giovane. La leggenda racconta che apparve allora un angelo del Signore e le sue ali sospinsero la barca fino all’Isola di Ischia, alla Baia di San Montano, dove miracolosamente attraccò. In breve sui declivi dell’isola si diffuse un nuovo profumo: sulla sabbia fiorirono i gigli.Il mare consuma, il mare consola. 

Santa Restituta
La Madonna delle conchiglie …

Intanto i gabbiani zampettano sicuri sulla sabbia e i gatti hanno fatto propri i pietroni deserti. Un armonico accordo fra il regno minerale e quello animale che solo il ballonzolare furbesco di un topo losco può turbare. Ma ci pensano le onde a ricreare l’armonia disegnando pennellate di luce sullo specchio cupo delle acque. Per oggi basta. Niente più storie verranno dal mare. 

Al fondo del canto più triste del mondo c’è un segreto, e riguarda l’arte della felicità
Play!

It’s rainin’, it’s stormin’ on the sea… I feel like somebody has shipwrecked for me” suona un blues nella testa dello scrittore. Il mare è ora quieto, il mare è placato.

L’arte della Felicità
ovvero Napoli sotto la pioggia,
ovvero il miracolo dell’arte a cavallo di un gabbiano.

Trailer
Clip
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per approfondire il tema della malinconia rimandiamo a questo articolo

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Donne nella storia di napoli Storia di Napoli tradizioni napoletane

Donne che salvano i libri: quando a Napoli le biblioteche vinsero sulle bombe

Le vite parallele di Maria Bakunina e Maria Castellano Lanzara, custodi e protettrici durante la guerra del più prezioso patrimonio partenopeo – quello della cultura.

Questa è una vera e propria settimana mirabilis per le donne di tutto il mondo: appena spenti gli applausi per Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna, premi Nobel della Chimica per il loro “sistema taglia-e-incolla” (!) del DNA … e subito si riaccende l’entusiasmo per la poetessa Louise Glück a cui viene assegnato il prestigioso premio svedese per la Poesia. Un riconoscimento che ci trova tanto più liete in quanto proprio l’eroico libraio-editore napoletano (e caro amico) Raimondo di Maio con la sua Dante&Descartes ha proposto, primo e unico in Italia, le sue straordinarie poesie. Non finisce qui. Sabato inaugura alla National Gallery di Londra la grande mostra dedicata alla pittrice Artemisia Gentileschi. Alla sua contemporanea napoletana Annella di Rosa avevamo dedicato poco tempo fa un articolo in cui la scrittrice Sara D’Ippolito ci ha narrato la sua vita in parallelo con quella di Jeanne Hébouterne-Modigliani. Caso o destino vuole che a giorni, dal 12 al 14 ottobre, sarà visibile nelle sale italiane il film “Maledetto Modigliani” dedicato anche alla pittrice e musa del “maledetto” Amedeo.

Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna
Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna

In questa settimana di così grandi e vaste celebrazioni per l’animo e le conquiste femminili, noi torniamo invece nei pochi isolati napoletani che circondano il Museodivino e la Dante&Descartes, che oltre a pubblicare le opere di Luise Gluk ha anche dato alle stampe i libri di una delle mirabili signore di cui ci occupiamo oggi (di nuovo: un caso, un destino, o un semplice germogliare dei semi piantati nella buona terra?). Sara D’Ippolito ci racconta infatti la vita di Maria Bakunina, e Léa Vagner quella di Maria Castellano Lanzara: due figure straordinarie che, a pochi metri di distanza, senza forse nulla sapere l’una dell’altra, compirono quei necessari atti eroici che non ricevono riconoscimenti né applausi, ma solo la gratitudine delle generazioni future. Buona lettura (S.C.)

attenzione! se leggendo questo articolo vi verrà voglia di visitare la Biblioteca Universitaria di Napoli, ogni primo sabato del mese e durante le Domeniche di Carta potrete essere accontentati … ma questa domenica (buon segno) è tutto sold-out!

La Biblioteca Universitaria di Napoli, vero fulcro del nostro viaggio di oggi
Cliccando sull’immagine troverete un bel video di presentazione della biblioteca

Il coraggio e il rigore russo a difesa del patrimonio culturale italiano: Maria Bakunina

di Sara D’Ippolito

Napoli, 1943, i tedeschi danno fuoco ai libri nelle biblioteche universitarie. Una donna. Sola, le braccia incrociate, lo sguardo dritto, il taglio degli occhi vagamente straniero siede tranquilla in prossimità delle fiamme nel cortile della biblioteca della facoltà di chimica. Non servono discorsi, non servono gesti inconsulti: il comandante tedesco, ammirato da tanto coraggio, dà ordine al suo plotone di ritirarsi. La donna si chiama Maria Bakunina, ed è la figlia del rivoluzionario e filosofo Michail Bakunin.

Michail Bakunin ritratto dal fotografo Nadar

“Le cose più serie e importanti di quante ve ne sono al mondo”

di Léa Vagner

Stessa città, stessa epoca, altro grande gesto di protesta contro la volontà di distruggere preziose tracce del passato. Questa volta però, non si tratta di una protesta muta bensì di condurre camion pieni di casse contenenti le opere della Biblioteca Universitaria di Napoli al riparo delle bombe nelle abbazie dell’Irpinia. Approfittando della posa di una targa a suo nome nello scorso luglio, e della pubblicazione a cura dell’editore Dante&Descartes delle sue memorie di Benedetto Croce, ricordiamo oggi anche Maria Giuseppina Castellano Lanzara, la storica direttrice della Biblioteca Universitaria di Napoli. Per la sua determinazione nel difendere l’accesso alla cultura in un posto che, secondo le parole di Benedetto Croce in occasione della sua ultima visita nel 1948 “invita veramente allo studio”, il quale ritiene assieme al raccoglimento “le cose più serie e importanti di quante ve ne sono al mondo” .

Benedetto Croce che, certamente, leggeva molto

Maria Bakunina arriva a Napoli

Maria Bakunina nasce in Siberia a Krasnojarsk il 2 febbraio 1873 dal rivoluzionario là deportato e da Antonina Kwjatkowskaja, figlia di un altro deportato politico polacco. Con la famiglia riesce a fuggire in Europa, prima in Svizzera a Berna, dove nel 1876 muore il padre, poi a Napoli con la madre e i fratelli Carlo e Sofia. Qui prendono alloggio in una villa di Capodimonte di proprietà del noto socialista l’avvocato Gambuzzi, che in seguito sposerà Antonina Kwjatkowska.

Maria Bakunin

Matrimonio di un matematico napoletano

Maria studia all’Università di Napoli, dove diviene giovanissima «preparatore» nei laboratori dell’università napoletana e dove si laurea nel 1895 con il massimo dei voti con una tesi sulla stereochimica. Poco dopo sposa Agostino Oglialoro-Todaro, direttore dell’Istituto di Chimica Generale dell’Università di Napoli. La sorella Sofija Bakunin sposerà il noto chirurgo napoletano Caccioppoli, da cui avrà nel 1904 un figlio, Renato, figura di primo piano nella matematica italiana del ‘900, professore universitario geniale ed eccentrico (è lui che è dedicato il film di Mario Martone Vita di un matematico napoletano).

Renato Caccioppoli

Un’altra Maria arriva a Napoli

Nata a Trani nel 1900 da genitori napoletani, Maria Giuseppina Castellano Lanzara torna nella città partenopea dopo pochi anni quando la madre rimane vedova. Lì si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, dove si laurea con successo prima di vincere un concorso pubblico nelle biblioteche governative a 32 anni. Dopo una breve esperienza a Firenze, si insedia a Napoli dove rimarrà per quasi un trentennio.

Maria Giuseppina Castellano Lanzara

Maria è professore

Tra il 1909 e il 1940 Maria Bakunin insegna Chimica applicata, Chimica tecnologica organica e Chimica industriale presso la Scuola Politecnica di Napoli, contribuendo con le sue ricerche ai progressi della chimica moderna. Dal 1940 ricopre il ruolo di professore di Chimica organica presso la Facoltà di Scienze della Università di Napoli: è una delle prime docenti donna.

Maria diventa direttrice

All’arrivo di Maria Giuseppina Castellano Lanzara alla direzione della Biblioteca Universitaria di Napoli, l’edificio rischia già la chiusura. Qualche anno prima infatti, nel 1930, un grave terremoto non aveva fatto  altro che indebolire ulteriormente una struttura già precaria. Le opere che costituivano la ricca biblioteca avrebbero dovuto essere distribuite tra varie Facoltà per preservarne l’integrità. Ma la neo direttrice si oppose e si diede da fare proprio per salvaguardare quella che un tempo era stata la biblioteca più grande d’Italia. 

Uno dei due testi di Maria Giuseppina Castellano Lanzara pubblicati dalla Libreria Dante&Descartes

Signora vs Guerra 1-0

Forte e volitiva, Maria Bakunin gode di prestigio fra i colleghi, ed è molto temuta dagli allievi e dai collaboratori; abita in grandi locali attigui alla facoltà e si racconta che la mattina quando la vedevano arrivare l’istituto appariva all’improvviso straordinariamente operoso.

Morte di un matematico napoletano: anche gli scienziati mangiano sulle tovaglie a quadretti. Ma perché non c’è Maria a questa tavolata?

Innumerevoli sono gli aneddoti legati alla sua audacia: nel 1938 mentre Mussolini era in visita a Napoli il nipote Renato Caccioppoli tenne un discorso pubblico contro di lui e contro Hitler in presenza della polizia segreta fascista facendo suonare la marsigliese da una piccola orchestra. Fu arrestato (e non era la prima volta) ma sua zia, la Bakunin, riuscì a farlo scarcerare convincendo le autorità dell’incapacità di intendere e di volere del nipote.

Il cortile delle statue nella Biblioteca Universitaria di Napoli è anche set del film Morte di un matematico napoletano (clicca sull’immagine per scoprire la teoria di Caccioppoli sul rapporto tra Vita e Parola)

Sempre nel 1943, l’anno della sua muta difesa della biblioteca universitaria, nella città bombardata, senza acqua, luce e gas, ottiene stavolta dagli ufficiali militari alleati alcool e ovatta, per far funzionare le attrezzature del suo laboratorio. Migliaia di litri di alcool e centinaia di chili di ovatta riempirono via Mezzocannone. Batuffoli di ovatta imbevuti di alcool servirono a riscaldare le provette mentre bruciatori alimentati ad alcool facevano funzionare le attrezzature e i gruppi elettrogeni. Gli ufficiali furono molto generosi con la Accademia Pontaniana con regali di libri e denaro adoperandosi perché l’Accademia non divenisse un alloggio per le truppe.

Bimba vs Bomba 1-0

Signora vs Guerra 2-0

Qualche metro più a sud, la Biblioteca Universitaria di Napoli rischia la distruzione in ogni momento. Senza curarsi dei rischi, Maria Giuseppina Castellano Lanzara insieme a qualche valoroso impiegato fa trasportare via camion le opere ritenute più preziose: dall’Abbazia di Montevergine fino a Minturno, molti volumi vengono messi al riparo dalle bombe che piovono sulla città martoriata.

Ma lungi dalla coraggiosa donna l’idea di lasciare una città abbandonata a sé stessa: se quelle che vengono spostate sono opere di notevole valore, tutte le altre sono a disposizione dei cittadini. L’accesso ai libri, “sopra tutte le cose espressione di civiltà, strumento di elevazione umana” secondo Benedetto Croce, proprio in questo periodo, diventa una priorità e Maria Giuseppina Castellano Lanzara prende la decisione di lasciare la biblioteca aperta. E, probabilmente desiderosa di mantenere un tale luogo neutrale, rifiuterà anche l’occupazione dei locali da parte delle forze armate, per cui scriverà varie lettere al colonello Kraege che finirà per cedere alle sue ripetute richieste.

La Coraggiosa Presidente

Maria aveva rivelato un carattere forte e generoso fin da giovinetta. Una volta, passeggiando per via Toledo in calesse con i fratellini, riuscì a domare il cavallo improvvisamente imbizzarrito. Un’altra volta, quando la sorellina Sofia cadde in un pozzo di Capodimonte si fece calare essa stessa nel pozzo riuscendo ad afferrarla per i capelli.

Benedetto Croce oltre a leggere e scrivere, talvolta fumava.

Coraggio e rigore che le valsero la nomina a presidentessa dell’Accademia Pontoniana per opera di Benedetto Croce. Lo stesso filosofo scrive  alla prima pagina del Volume I degli Atti dell’Accademia il 13 Gennaio 1949: “Nel 1934 il governo fascista, che si era dato a immischiarsi nelle cose delle accademie e a imporre a queste giuramenti politici, pensò addirittura di sopprimere la Pontaniana. Rammento che il provvedimento fu così bene eseguito che la biblioteca contenente circa 3800 volumi rimase abbandonata, in preda di chiunque entrasse nell’edificio di Tarsia…  Nove anni dopo, nel 1943, nei pochi giorni che le soldatesche germaniche tennero Napoli e dintorni, furono da queste, per vendetta e con freddo proposito, bruciate, insieme col nostro glorioso e secolare Archivio di Stato, le biblioteche della Società Reale e della Pontaniana. Ciò non ostante, l’anno appresso, 1944, l’Accademia, spoglia di tutto, spiritualmente risorse, raccolse i suoi vecchi soci, ne nominò di nuovi, ed ebbe forze giovani a sua disposizione sotto la presidenza della chimica Maria Bakunin.”

L’Accademia Pontaniana, forse la più antica accademia d’Italia. Fondata in pieno Rinascimento, venne chiusa due volte nel corso della storia: nel 1542 da Don Pedro de Toledo che ne temeva le spinte antispagnole, e nel 1934 dal regime fascista che (con la scusa di un cavillo formale) voleva mettere a tacere le prestigiose voci che ne animavano la direzione.

Maria Bakunin, Marussia per gli amici, la Signora per gli altri era temuta da tutti. Ma in una sessione di esami del 1941 un ufficiale in divisa si presentò a sostenere l’esame di chimica organica (secondo una disposizione Ministeriale i militari in divisa godevano di molte agevolazioni e non potevano essere bocciati). La Signora l’apostrofò: cosa fa lei qui così travestito? L’ufficiale, sentendosi offeso, mise mano alla pistola e solo l’intervento tempestivo ed intelligente di un docente evitò una tragedia.

Dopo la morte del marito avvenuta il 21 giugno 1923 continuò la sua vita solitaria tutta dedicata allo studio e all’insegnamento all’Istituto Chimico. La Bakunin era molto dura ed esigente con il personale dell’istituto. In una sua pubblicazione scientifica nell’angolo destro in alto è scritto: “prendere a calci Vincenzino (il custode) perché non si è fatto le basette”. Ma se qualcuno di loro si ammalava allora correva a visitarli ed ad assisterli. La sua casa ampia ora vuota era abitata solo dai gatti che le facevano compagnia anche a tavola. I pasti (raccontano gli ospiti) erano frugali, il caffè di semi da lei stessa tostati. Nonostante ciò, durante la guerra autorità civili, militari e religiose sedettero al tavolo della Bakunin o vennero semplicemente per aiuto e consiglio.

Dopo una vita dedicata allo studio e alla ricerca Maria Bakunina muore nel 1960 e viene seppellita al cimitero di Poggioreale (zona russa, tomba di famiglia dei Bakunin-Gambuzzi). La ricordiamo con rispetto.

L’Illustre Bibliotecaria

Se nella sua breve pubblicazione “L’ultima visita di Benedetto Croce alla Biblioteca Universitaria di Napoli” ricorda volentieri lo storico come un Illustre Visitatore, siamo noi oggi a ricordare Maria Giuseppina Castellano Lanzara come l’Illustre Bibliotecaria che ha saputo salvaguardare quella che è tutt’oggi una delle biblioteche più ricche e importanti d’Italia con circa 900.000 volumi.

Esplorate, esplorate con passione il sito della Biblioteca Universitaria di Napoli!

Ecco alcuni dei titoli del fondo Imbriani, arrivati fino a noi grazie a Maria Castellano Lanzara: Istoria della vita e morte di un famoso bandito Giuseppe Mastrillo accaduto al 1725. ; Istoria delli Spicciarelli dove si raccontano le prodezze fatte da un padre, e cinque figli quattro maschi ed una femina di Ponte vicino Sessa.; Contrasto curioso nel quale s’intende quali siano più gravi tormenti o la fame, o l’amore

Ed è proprio a quella donna, dedicatasi anima e cuore all’accesso libero alla cultura nei momenti più bui della sua epoca che il sindaco Luigi De Magistris dedica queste parole: “la città di Napoli arranca nell’ordinario, ma nei momenti difficili sa esattamente dove andare senza dimenticare le sue profonde radici”.

Benedetto Croce cerca di risolvere il problema del rapporto tra Vita e Parola sollevato da Caccioppoli. Forse basta usare le due mani?

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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.

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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.

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arte spirituale Donne nella storia di napoli Senza categoria Storia di Napoli

Patti, Annella e Miss Modì: la Bohème è donna!

 Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018

Tra Napoli e Parigi, tra Modigliani e Stanzione, un viaggio attraverso i secoli nella pittura e nell’amore con gran finale rock

Siamo liete e onorate di ospitare a partire da oggi sul blog di Museodivino il primo di una serie di articoli di Sara D’Ippolito, scrittrice e poetessa romana, che a Napoli ha trascorso anni di intensa vita artistica prima di ripartire per l’amata e vasta Russia. Mentre era in Italia ha fatto in tempo a fondare con noi l’associazione Progetto Sophia. Donne verso la Bellezza, dedicata all’osservazione della figura femminile nell’arte, e guidarla nei suoi primi passi verso la creazione del Museodivino. Dopo avervi raccontato il tragico amore tra Dante Gabriele Rossetti e Elisabeth Siddal, e la vita avventurosa della napoletana Luisa Sanfelice, eccoci ora condotti a viaggiare nell’arte di Amedeo Modigliani e della sua Musa, la pittrice Jeanne Hébuterne, e in quella tutta napoletana di Annarella di Massimo, allieva preferita del grande maestro secentesco Massimo Stanzione. Per inaugurare questa felicissima collaborazione con Sara D’Ippolito non potevamo sperare di meglio: un articolo che parla di donne, arte, amore, morte, e rock and roll. Di tutto ciò che conta, insomma, in questo cosmo. Buona lettura. (S.C.)

The root connection 

Il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre.

George Bataille.

Napoli, estate 2015: l’autrice di queste pagine si reca a una mostra dedicata a Modigliani dove rimane colpita dalla foto di Jeanne Hébuterne. A pochi giorni di distanza in una visita solitaria al Museo Diocesano della città scopre due dipinti della pittrice Annella De Rosa. Quella che segue è la storia delle due artiste. 

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani
Jeanne Hébuterne

Napoli, anno 1602

Nasce Diana (detta Dianella o Annella De Rosa, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco Pacecco). Nelle Vite del pittore Bernardo De Dominici la storia della pittrice è arricchito da elementi romanzeschi. 

Il padre di Diana, Tommaso, fu un pittore noto oggi soltanto per il Martirio di S. Erasmo nella chiesa dello Spirito Santo a Napoli, opera che denota un classicismo tardomanierista devoto e senza tempo. Tommaso De Rosa svolgeva l’attività di maestro: perciò Diana visse fin dall’infanzia in un ambiente di pittori professionisti.

Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina
Ritratto di Diana (Annella) de Rosa da bambina

La madre Caterina, restata vedova nel 1610, sposa nel 1612 il pittore Filippo Vitale. Filippo fu protagonista del naturalismo di ascendenza caravaggesca della prima metà del Seicento a Napoli insieme con Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Josè de Ribera, e divenne il capostipite di un’importante famiglia di artisti della nuova generazione come Annella e Pacecco De Rosa, Juan Do, Agostino Beltrano e Aniello Falcone. Una ragnatela di parentele che legò molti pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre della Napoli dell’epoca.

Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Filippo Vitale, Il sacrificio di Isacco, 1615-1620, Napoli, Museo di Capodimonte
Lo spirito di Caravaggio aleggia tra l’angelo bambino e il piccolo Isacco …

Parigi, 1898

6 aprile: nasce in una tipica famiglia cattolica piccolo-borghese la futura pittrice Jeanne Hébuterne: il padre, Achille, è capo contabile dei grandi magazzini Bon Marché, ateo (ma convertitosi al cattolicesimo in seguito) ama intrattenere la famiglia con la lettura di Blaise Pascal. La madre Eudoxie Anais Tellier è una brava e umile donna di casa, cattolica osservante. Il fratello di Jeanne, André, è pittore; si accorge presto che anche la sorella è dotata di talento e la invita a iscriversi all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, e la introduce all’interno della comunità artistica di Montparnasse, dove la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il suo pallore. 

Jeanne Hébuterne a 19 anni
Jeanne Hébuterne a 19 anni

Napoli, 1610-1620.

La piccola Diana, ha per primo maestro il patrigno Filippo Vitale. Il talento le scorre nel sangue. Nel Seicento nell’ambito della pittura il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso di Diana ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era donna, e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, il padre naturale e il patrigno acquisito.

A determinare il suo destino partecipò inoltre il fratello Pacecco De Rosa organizzando l’incontro fra lei e il famoso Maestro Massimo Stanzione che l’aveva preso a bottega. L’incontro consisté in una specie di esame, richiesto dalla stessa Annella e i risultati furono entusiasmanti: “Tu, da domani, verrai a lavorare nella mia bottega. D’accordo?”. Salita al ruolo di collega di suo fratello, Annella de Rosa – appellata da tutti “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, divenne ben presto la discepola preferita del grande pittore, «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella». 

Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Massimo Stanzione, Giuditta con la testa di Oloferne, 1630-35 circa, New York, Metropolitan Museum of Art (cliccando sull’immagine potrete visitare la vasta collezione di arte napoletana del Seicento presente al Met di New York!)

Anche le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane». La rete di parentela di Annella diviene più complessa con il matrimonio del caravaggesco Aniello Falcone con la sua sorellastra Orsola Vitale e con quello del riberesco spagnolo Juan Do con la sorella Maria Grazia in cui testimoni di nozze furono i colleghi ed amici Battistello Caracciolo e Josè de Ribera.

Intanto il Maestro Stanzione si vale della collaborazione della sua allieva per dare le prime pennellate alle sue opere sulla guida dei suoi bozzetti.

Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra di Annella de Rosa
Aniello Falcone, Ritratto di Masaniello, 1647 circa, Museo Nazionale di San Martino
Aniello fu il marito di Orsola Vitale, sorellastra della nostra Annella.

Di tutti gli splendidi dipinti di Aniello Falcone che si trovano a Napoli e nel mondo, abbiamo scelto questo per ricordare in quale clima si svolga la nostra storia. Masaniello aderì alla “Compagnia della Morte”, creata dallo stesso Falcone, “per vendicare un amico, morto per mano di uno spagnolo, con l’improbabile scopo di uccidere tutti gli spagnoli di Napoli, con gli esiti passati poi alla storia.
Quando il Regno di Napoli, dopo quasi un anno di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli e la Compagnia della Morte si disciolse, Aniello Falcone sparì dalla circolazione e la sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.”
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
José de Ribera, Testa del Battista, 1646, Napoli, Museo civico Gaetano Filangieri
José fu il testimone di nozze di Juan Do e Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella.
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art  
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella di Annella de Rosa
Juan Do, Il Senso della Vista, New York, Metropolitan Museum of Art
Juan fu il marito di Maria Grazia de Rosa, sorella della nostra Annella. Di tutti i suoi dipinti più fortemente secenteschi, abbiamo scelto questo, che pare lanciare uno sguardo nell’arte e nell’anima del Novecento

Parigi, Febbraio 1917

Jeanne Hébuterne e il livornese emigrato Amedeo Modigliani fanno conoscenza, lei ha diciannove anni, lui trentatré. Jeanne dipinge con talento e sensibilità, ma il suo carattere è schivo e riservato. Resta spesso silenziosa e in disparte, ma osservando attentamente. Non le sfugge il pittore italiano, che si lega a tutte le modelle che posano per lui. Nell’autunno del 1916 Jeanne, appena diciottenne, riesce a farsi presentare a Modigliani.

Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Amedeo Modigliani fu il compagno di Jeanne Hébuterne dal 1917 fino alla morte della pittrice, nonché padre della loro figlia Jeanne.
Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne

Dopo quella presentazione, Jeanne si lega definitivamente a Modigliani nella primavera del 1917, trovando nei suoi un’opposizione radicale. Viene cacciata da casa e raggiunge Modigliani in una decadente abitazione in rue de la Grand Chaumière, un luogo che era così fatiscente da poter vedere il sole filtrare attraverso le crepe sulle pareti. 

Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Amedeo Modigliani, Femme Fatale, 1917
Il primo ritratto in assoluto dei tanti che Modì fece della sua musa e amata Jeanne: così questo disegno venne presentato nella mostra “La stanza segreta degli amici di Modigliani” (Spoleto, 2018); ai dubbi sull’autenticità risponde in questo articolo il direttore dell’Istituto Amedeo Modigliani, svelando alcuni segni grafici, legati alla cabala, che sarebbero come impronte nascoste lasciate da Modì stesso “proprio per evitare che dopo cento anni qualche appassionato ne potesse contestare l’autenticità”
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917
Jeanne Hébuterne, Portrait de Amedeo Modigliani au chapeau, 1917

In quel periodo il pittore non riceveva più l’assegno mensile che la famiglia benestante gli inviava da Livorno. Jeanne e Modì cominciano a convivere all’insegna della povertà e dell’arte, trascorrendo gran parte delle loro giornate dipingendo, l’uno di fronte all’altro, ma le condizioni di salute di Modì si fanno sempre più critiche per la tubercolosi che lo tormenta da tempo. Si fatica a tirare avanti. Amedeo costantemente stordito dall’alcool svende i suoi disegni per pochi franchi. Lèon Indenbaum, amico scultore li descrive così: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole…» 

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Anselmo Bucci, pittore amico della coppia racconta di una sera a cena: «Lì ci raggiunse la sposa; ed egli, mangiando pochissimo come tutti gli alcolizzati, non finiva più di carezzarla, di interrogarla, di occuparsi di lei, quasi con ostentazione. E si uscì, riavviati, naturalmente, alla Rotonde. Nel bel mezzo dell’incrocio Raspail-Montparnasse congedò sua moglie, abbracciandola e baciandola con affetto; e ancora salutandola da lontano. E spiegò a me, che parevo un po’ sorpreso: “Noi due si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana. Come si fa da noi”». 

Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, André Salmon.
Noi tre si va al caffè. Mia moglie va a casa. All’italiana.

Napoli, anno 1626.

Come di Annella cresce il talento, così cresce lei stessa. Annella diventa una fin troppo bella ragazza e molti giovani, anche dell’aristocrazia, volentieri la corteggiavano. Fra i molti pretendenti, ebbe il sopravvento, anche per intercessione del maestro Stanzione e dello zio Pacecco, il giovane pittore Agostino Beltrano. Forse non un matrimonio d’amore ma che, comunque, sanzionò anche una collaborazione artistica fra i due coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuì notevolmente anche all’affermazione del marito, aiutandolo anche nell’esecuzione di diverse opere. Massimo Stanzione continuò a manifestare la propria stima per la giovane artista la quale, intanto, riceveva molte committenze da aristocratici desiderosi di farsi effigiare da lei.

Roberto Longhi e le sue attribuzioni a Annella di Massimo
Roberto Longhi, il critico d’arte che ha permesso al Novecento di riscoprire Caravaggio, ha tentato negli anni ’60 di creare un catalogo delle opere di Annella de Rosa a partire da alcuni quadri firmati con la sigla ADR. Tra questi, anche l’Angelo Custode della Pietà dei Turchini, oggi prevalentemente attribuito a Filippo Vitale
L'Angelo Custode, particolare. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini. Annella de Rosa, Filippo Vitale, o Giovanni Battista Caracciolo
L’Angelo Custode — particolare, demonio. Napoli, chiesa della Pietà dei Turchini.
Sarà un’opera di Annella, di Filippo Vitale, o di Giovanni Battista Caracciolo come dice la nota anonima sul retro di questa fotografia conservata alla Fondazione Federico Zeri?

Parigi, anno 1918. 

L’amico e mercante polacco Zborowski, mentore e mecenate di alcuni pittori di Montparnasse tra i quali Utrillo, Chagall, Soutine e lo stesso Modigliani, convince Jeanne e Amedeo a seguirlo in Costa Azzurra alla ricerca di un clima più mite e soleggiato che possa alleviare le condizioni critiche dell’artista e migliorarne la salute e anche agli affari. Si aggiunge alla comitiva il pittore Foujita con la sua compagna, il pittore Soutine e per ultima la madre di Jeanne.

Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d'Eudoxie Hébuterne, 1919
Jeanne Hébuterne, La vieille dame au collier ou Portrait d’Eudoxie Hébuterne, 1919
In questo dipinto, Jeanne rappresenta la madre con il cognome da sposata e la definisce “L’anziana signora con la collana”
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
Jeanne Hébuterne, Eudoxie-Anaïs Tellier, la mère de Jeanne Hébuterne, à la théière
In un’altra opera, questa volta un disegno, Jeanne la definisce col suo nome da nubile, chiamandola “la madre di Jeanne Hébuterne”.

La Hébuterne, la madre e i coniugi Zborowski sono alloggiati in una villa mentre Modigliani e gli altri in albergo per evitare discussioni. Tutto scorre più o meno come a Parigi, con disegni svenduti in cambio di Pastis e la convivenza con la madre per Jeanne che si fa sempre più insostenibile

Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Jeanne Hebuterne, Portrait de Chaim Soutine
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art
Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, 1917, Washington DC, National Gallery of Art

Il 29 novembre del 1918 nasce a Nizza una bambina che verrà chiamata come la mamma, Jeanne. Amedeo pazzo di gioia si ferma a bere così a lungo nei bistrot che troverà chiusi gli uffici dell’anagrafe per effettuare il riconoscimento della figlia. Non ci tornerà mai più e così la piccola Jeanne fu riconosciuta unicamente dalla madre, e si chiamerà Modigliani solo perché alla morte dei genitori verrà adottata dalla sorella del pittore.

Jeanne Modigliani, figlia di Jeanne Hébuterne e di Amedeo Modigliani
Jeanne Modigliani, laureata a Pisa con una tesi su Van Gogh, è stata una storica dell’arte di estremo rigore scientifico, col quale ha affrontato la figura del padre sfrondandola delle inesattezze aneddotiche o scandalistiche nel libro Modigliani, senza leggenda del 1958

Napoli, anni 1630-1640

Annella, divenuta una sorta di pittrice alla moda, vive però nel continuo timore che la sua arte, relegata nel chiuso di salotti, potesse andare vanificata; il suo più incalzante desiderio consiste nel poter dipingere quadri che vengano esposti al pubblico “per far conoscere che anche le donne sanno acquistare l’eccellenza dell’arte”. Le è accanto, nella realizzazione di questo desiderio, ancora una volta il maestro Stanzione. Servendosi della propria autorità Stanzione ottiene, per la sua allieva, un’ordinazione di due dipinti da collocarsi nella chiesa della Pietà dei Turchini. Annella eseguì alla perfezione i due lavori – che rappresentano l’uno la nascita e l’altro la morte della Vergine.

Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La nascita della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli
Annella De Rosa- La morte della Vergine. Chiesa della Pietà dei Turchini, Napoli

Il successo fu tale che alcuni pittori, invidiosi, misero in giro la voce diffamatoria che si trattasse di opere eseguite, in realtà, dal maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto.

Sposalizio della Vergina, Annella de Rosa
Il critico d’arte Francesco Porzio ha recentemente attribuito questo Sposalizio della Vergine alla nostra Annella visto “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici” dei due quadri della Pietà dei Turchini. “Ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto” (Achille della Ragione)

L’invidia crebbe soprattutto fra le donne, alcune delle quali, volendo dimostrare che Annella non possedeva nulla di speciale, si diedero allo studio della pittura, con risultati tutt’altro che notevoli. Altre pubbliche comunità, e ormai senza più essere sollecitate dallo Stanzione, chiesero opere di Annella: nella real chiesa di Monteoliveto apparve così un suo quadro raffigurante l’apparizione della Vergine ai benedettini; mentre un altro, raffigurante San Giovanni Battista, venne esposto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Furono queste le due ultime opere che Annella di Massimo eseguì. 

Annella De Rosa, Lucrezia, 1630, Collezione privata
Diana De Rosa (?) Lucrezia, 1630, Collezione privata
“Altra opera attribuita ad Annella sempre da Riccardo Lattuada per la casa d’asta dorotheum, è un olio rappresentante Lucrezia. Venduto nel 2018 per 87.500 euro a privati, probabilmente, in origine faceva parte della collezione degli Jatta di Ruvo di Puglia.”(Donastella)

Costa Azzurra, 31 maggio del 1919.

Jeanne rimane sola con la bambina; Modigliani torna a Parigi, ma il 24 giugno lei gli scrive di mandare il denaro per il viaggio perché vuole raggiungerlo, è di nuovo incinta.  Ora vivono con il sussidio che Zborowski passa loro mensilmente, circa 600 franchi sufficienti per una piccola famiglia come la loro ma Amedeo è un pessimo amministratore di se stesso, la maggior parte del denaro viene consumato in alcolici. 

Amedeo Modigliani elegante e barbuto
Jeanne  Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

La malattia di Modì e gli stenti che continuano ad assillare la loro esistenza non ne intaccano il rapporto, Jeanne continua a disegnare o dipingere e il compagno la ritrae in una serie di opere tra le più suggestive ed ispirate dell’ultimo periodo. Al contrario di Amedeo la Hébuterne ritrae spesso quello che vede dalla finestra o gli interni della casa dove la coppia vive a Montparnasse.

Per il suo temperamento riservato e silenzioso sappiamo che Jeanne non era benvoluta, né stimata dagli amici di Modì che la consideravano poco brillante e insignificante. Amedeo festeggia agli inizi di luglio il suo trentacinquesimo compleanno e quella notte scrive su un foglio: «M’impegno oggi 7 luglio 1919 a sposare la Signora Hébuterne appena arriveranno i documenti». Ma non farà in tempo. 

Jeanne  Hébuterne , Amedeo Modigliani malato
Jeanne Hébuterne , Amedeo Modigliani malato

Napoli, anno 1642.

L’anziano maestro Stanzione, si reca spesso nella casa-studio di Annella, ancora bella e attraente, anche quando il coniuge Agostino è assente. Una serva di Annella, di carattere dubbio, esasperata dai rimbrotti di Annella, si incarica di insospettirne con finto zelo e l’auto di menzogne il marito, che viene indotto a far spiare di nascosto gli incontri di Annella e del Maestro. “Or accadde, – afferma il biografo – che un giorno avendo ella terminato un quadro di mezze figure che la Sacra Famiglia rappresentava capitò in quel punto il Maestro e avendo veduto con quanta maestria di disegno e felicità di colore aveva Annella condotto quel quadro, e poiché era fatto per lui le diede un sincerissimo abbraccio, lodandola sopra ogni altro dei suoi discepoli”. Sempre da De Dominici apprendiamo che “queste affettuose dimostrazioni furono osservate dalla fantesca”. Così, non appena Agostino fu rientrato, di metterlo al corrente di ogni cosa. “E Agostino sguainò la draghinassa e trapassò da parte a parte il corpo della moglie”.

Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare
Sandro Botticelli, La Calunnia, particolare

Si narra che il geloso Agostino scappò in Francia per sottrarsi al carcere, ma che, anni dopo, ritornò a Napoli pentito, per inginocchiarsi sulla tomba della moglie e per ammirarne l’effige che un giorno lui stesso aveva realizzato. Così finisce la storia di Annella “onore della patria, pregio delle donne, decoro della pittura”.

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630
Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1630

Parigi, anno 1920.

Le condizioni di salute di Modigliani vanno peggiorando rapidamente. Una sera sviene per strada e viene riportato a casa ubriaco e febbricitante. Jeanne, completamente sola, resta per una settimana accanto al suo letto, indebolita dalla fame, dalla seconda gravidanza e dal gelo della casa priva di riscaldamento. Una sera due amici fanno visita alla coppia, e trovano uno stato di degrado assoluto: nello studio gelido c’è sporcizia, bottiglie di vino, scatole di sardine. 

Amedeo Modigliani ritrae  Jeanne Hébuterne
Amedeo ritrae Jeanne

Ed è ancora così che li trovano il 22 gennaio del 1920 quando viene sfondata la porta del loro alloggio, distesi sul letto inermi, Jeanne incinta di nove mesi. Amedeo viene portato subito in ospedale ma vi arriva già in coma: morirà due giorni dopo. 

Amedeo Modigliani malato, ritratto da Jeanne Hébuterne
Jeanne ritrae Amedeo

Napoli, 2020

Veniamo ai giorni nostri. Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più alla leggendaria fine di Diana de Rosa, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che si credeva inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa autentico, essendo stato rinvenuto alcuni inventari di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. A fugare i dubbi sulla morte romanzesca di Annella esiste l’atto di morte, nel quale si dichiara che la pittrice morì di malattia il 7 dicembre 1643, dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano. Questa constatazione fa giustizia di una vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed lo storico Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata (com’è anche oggi) ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio.

Annella de Rosa, Sant'Agata
Annella de Rosa, Diana de Rosa, Annella di Massimo … chiamami come vuoi. Questa è la mia Sant’Agata.

Parigi, 24 gennaio 1920

Appresa la morte del compagno Jeanne vuole passare la notte da sola in albergo, e la mattina una cameriera rifacendo il letto trova un coltello sotto il cuscino.  Jeanne va in ospedale a rivedere Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia. Ma all’alba del 25 Gennaio Jeanne si butta dal quinto piano. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto

Il corpo viene raccolto da un operaio su una carriola e Andrè, per non spaventare i genitori, prega l’uomo di portare il cadavere in Rue de la Grande Chaumière, a casa Modigliani; ma, dato che arrivato là gli viene impedito di entrare, l’operaio si reca al commissariato di polizia a raccontare tutto. La salma viene quindi ricondotta a casa e abbandonata tutta la mattina. Nel pomeriggio amiche di Jeanne accorrono a vegliarla, circondate dai suoi disegni, sparsi per terra, nei quali lei si rappresentava con lunghe trecce nell’atto di colpirsi al seno con un pugnale. La notte rimangono due amici di Amedeo soprattutto per impedire che i topi possano deturpare il corpo di Jeanne. 

Jeanne Hébuterne
Jeanne Hébuterne, Autoritratto a 17 anni

I coniugi Hébuterne non vogliono che i funerali di Jeanne si svolgano insieme a quelli di Amedeo Modigliani, che saranno molto imponenti. Vengono invece fissati quasi clandestinamente alle otto del mattino, il giorno dopo, in un piccolo cimitero di periferia. 

Fu sepolta alle otto del mattino di una fredda giornata di gennaio al Bagneux, un cimitero di periferia, senza che la notizia di quel funerale – vergognoso per la famiglia – venisse comunicata ad alcuno. Pare addirittura che, in un primo momento, i genitori ne rifiutassero il cadavere e fu solo il fratello André ad occuparsi in gran segreto della sua anonima sepoltura. Di certo gli Hébuterne, ancora convinti che quell’unione fosse stata scandalosa, rifiutarono che la figlia riposasse accanto all’amato compagno.

Jeanne Hébuterne, pittrice e musa di Amedeo Modigliani

Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono solo i dati anagrafici, 1602-1643 e la collaborazione non firmata a molti quadri del suo Maestro Stanzione e del marito Beltrano. 

Parigi, anno 1928. Jeanne viene traslata e seppellita accanto a Modigliani, grazie alle insistenze del fratello di Amedeo, Giuseppe Emanuele che, rifugiatosi a Parigi nel ’24 per sfuggire alle persecuzioni fasciste seguite all’omicidio di Matteotti, parlò coi coniugi Hébuterne. 

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hébuterne
Vi ricordate questo ritratto di Amedeo, disegnato da Jeanne agli inizi del loro amore? Ecco quanto vale oggi, come base d’asta …

Al cimitero Père Lachaise su due lapidi contigue è inciso:

Amedeo Modigliani, pittore.

Nato a Livorno il 12 luglio 1884.

Morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Morte lo colse quando giunse alla gloria.

Jeanne Hebuterne

Nata a Parigi il 6 aprile 1898.

Morta a Parigi il 25 gennaio 1920

Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Patti Smith la regina della poesia rock omaggia Amedeo Modigliani e  Jeanne Hébuterne nella sua Dancing Barefoot
Because the Art Belongs to Lovers

Per la canzone “Dancing barefoot”, la cantante Patty Smith dice di essersi ispirata alla storia di Jeanne Hébuterne.

Dancing Barefoot

She is benediction

She is the root connection 

Here I go and I don’t know why 

I fell so ceaselessly 

Could it be he’s taking over me 

I’m dancing barefoot 

Some strange music draws me in 

Makes me come on like some heroine 

She is sublimation 

She is the essence of thee 

She is re-creation 

She, intoxicated by thee 

Grave visitations 

What is it that calls to us? 

Why must we pray screaming? 

Why must not death be redefined? 

Amedeo Modigliani,  Jeanne Hébuterne
… why not?

Sara D’Ippolito (Roma, 1979) ha vissuto in Italia e a in Russia. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma, ha lavorato per più di dieci anni in teatro prima come attrice poi come aiuto regista e pedagoga. Interprete e traduttrice dal russo, ha tradotto nel corso degli anni Beliaev, Bunin Cechov e testi liturgici e spirituali della tradizione ortodossa. Ha pubblicato nel 2011 “Nelle contrade della nebbia e della polvere” (Memori, Roma, 2011) e “La prigione dolce, viaggio in monastero” (Samuele ebook, Pordenone, 2013), cronaca poetica di un’esperienza di vita in un monastero ortodosso russo. Entrambe le opere sono pubblicate sotto lo pseudonimo Arkadij Scestlivzev. Sempre del 2013 è il saggio “Verità della maschera, ovvero in teatro non si mente” (Leucotea, Sanremo), un confronto fra lo “Ione” di Platone e “Il paradosso sull‟attore” di Diderot. Nel 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie “A luce accesa” (collana Erato – Edizioni Lieto Colle) Nel 2015 il racconto “Passo dopo passo – un blues per via Caracciolo” ha vinto il secondo posto ex equo del concorso “Un mare di storie” indetto dal Museo del mare di San Benedetto del Tronto e dalle Edizioni Memori. Nel 2016 due poesie vengono pubblicate nel numero 79/80 dell’aperiodico delle Edizioni del Foglio Clandestino.

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arte spirituale Diario del Lockdown presepi e natività Storia di Napoli tradizioni napoletane

Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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arte spirituale Diario del Lockdown presepi e natività Storia di Napoli tradizioni napoletane

Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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presepi e natività Storia di Napoli

Un presepe dal mare: l’origine del mondo in una conchiglia

Un presepe dal mare

Dopo la passeggiata tra le fiamme dell’Inferno sulle spiagge di Jesolo, vi riportiamo a Napoli, in pieno centro storico. Lì, in via Capitelli, l’antichissima ottica aperta nel 1802 dallo scienziato-letterato Raffaele Sacco: tra i vari strumenti, la famiglia conserva anche un bene a dir poco insolito da ricordare nel bel mezzo delle vacanze estive. Si tratta di un presepe, per di più perfettamente ancorato nella tradizione partenopea: dall’annunciazione ai pastori fino alla nascita del Bambino in una grotta posta al centro della scena passando dai commensali dell’osteria, non manca nulla.

Strana idea, quindi, quella di presentarvi una Natività proprio il giorno di Ferragosto, mentre il Natale sembra così lontano? Non tanto, se precisiamo che il presepe della Casa Sacco venne quasi interamente realizzato in conchiglie, cozze e vongole, e presentato su una pianta circolare, alla maniera del più classico dei castelli di sabbia.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Raffaele Sacco, lo scienziato-poeta che omaggia la tradizione partenopea

Seguendo la lunga tradizione dei medici-umanisti, dedicando la propria vita alla scienza quanto alla cultura, Raffaelle Sacco ha lasciato un segno indelebile nella storia partenopea. Non solo perché l’attività, ripresa dai discendenti – la famiglia Carelli – esiste tutt’ora, ma anche perché quell’ottico all’avanguardia è l’autore della famosissima “Te voglio bene assaje e tu nun pienze a me“, la canzone che ha attraversato i secoli e i confini della città di Napoli.

Ma se oggi ricordiamo Raffaele Sacco, non è né per il suo capolavoro musicale, né perché ha rivoluzionato il mondo dell’ottica con l’invenzione dell’aletoscopio destinato a verificare l’autenticità dei bolli, bensì perché ha lasciato in eredità alla propria famiglia una tradizione che tutt’ora viene conservata: quella del presepino di mare, quasi interamente fatto di conchiglie se si escludono i pastorelli realizzati in creta.

Per la creazione di questo suo presepe, Raffaele Sacco usa un materiale che sulle spiagge campane non manca: conchiglie, cozze, vongole e lumache, come elencati dallo scrittore Gennaro Borrelli nel libro da cui è tratto il titolo di questo articolo, “Un presepe dal mare, il presepe della famiglia Sacco”. Come quando il sacerdote Antonio Maria Esposito, l’artista dei presepi in miniatura custoditi negli spazi del Museodivino, andava per il Monte Faito a raccogliere degli elementi naturali per creare i suoi minuscoli presepi, così Raffaele Sacco si avvaleva di un materiale comune per raccontare la bellezza semplice della Natività ed omaggiare la natura anche in un presepe affollato e festante, strettamente legato alla tradizione partenopea.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Il tempo che passa e la resurrezione della natura

Dai personaggi vestiti alla moda seicentesca ai giubbotti dei giacobini che forse gli ricordano il suo primo maestro, il prete Marcello Scotto, vittima della caduta della Repubblica Napoletana nel 1799, fino alle “mosse e ampie gonne delle contadine” dell’Ottocento, il presepe della Casa Sacco sembra attraversare i secoli della storia partenopea. L’opera si presenta su una base che “elenca” tutti i materiali che vengono usati per formare le varie componenti del presepe.

Lì, la natura sembra adeguarsi al desiderio dell’artista: le conchiglie diventano i piatti dentro i quali mangiano gli ospiti dell’osteria, le telline bianche e rosa sono i fiori del monte e perfino i gusci delle cozze, sotto la luce, imitano il fuoco acceso dell’osteria. I sentieri sono invece fatti di sabbia vulcanica, simbolo del tempo che passa come il presepio è simbolo di rigenerazione. In effetti, per citare Roberto De Simone nel suo libro “Il presepe popolare napoletano”, la nascita del Bambino simboleggia la speranza che, dopo un lungo inverno, la natura possa risorgere.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio) – foto di Massimo Velo.

L’origine del mondo in una conchiglia

E, a pensarci bene, quale materiale è più adatto di una conchiglia per rappresentare la nascita di Cristo? Secondo Botticelli, di cui ci siamo già occupate quando abbiamo studiato la figura della Matelda raccontata da Dante (sarebbe proprio lei, la Flora della famosa Primavera!), anche Venere nasce dentro una conchiglia, vero e proprio simbolo dell’origine del mondo. Ma non solo: rappresenta anche la fecondità, e grandi artisti rinascimentali come Piero della Francesca nella sua Pala di Brera hanno dipinto il Bambino e sua madre, al sicuro sotto un’enorme conchiglia.

Nascita di Venere (dettaglio), Sandro Botticelli, 1483-1485, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Pala di Brera, Piero della Francesca, 1472-1473, Pinacoteca di Brera, Milano.

Nel presepe della Casa Sacco, nella scena più dolce di tutta l’opera, la capanna che fa da riparo al Bambino appena nato è circondata da piccoli rami di corallo rosso, colore del sangue e della vita.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio)- foto di Massimo Velo.
Fonti

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Un presepe dal mare – il presepe della famiglia Sacco” di Gennaro Borrelli, consultabile al Museodivino.
“Storia delle Conchiglie”, Settemuse.it.

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Storia di Napoli tradizioni napoletane

Passeggiata nella Napoli Liberty: la bellezza fiorita

La bellezza fiorita!

Oggi vi portiamo a fare una passeggiata virtuale sulle tracce del Liberty napoletano, partendo da quello che fu il quartiere “nuovo” della fine dell’Ottocento, ovvero il Vomero. La prima tappa del tour sarà proprio la via Luigia Sanfelice, tutta cosparsa di villette in stile floreale.

La Palazzina di stile Liberty “Russo Ermolli”, progettata da Stanislao Sorrentino.

Oltre alla Villa Santarella, famosa dimora del commediografo Eduardo Scarpetta, incontreremo vari palazzi edificati dall’architetto Adolfo Avena, che sperimentò lo stile in tarda carriera. Prima di interessarsi all’edificazione di palazzi, il fantasioso ingegnere aveva proposto al comune il progetto di una funicolare aerea, pienamente sostenuto da Gustave Eiffel. Il progetto alla fine verrà però abbandonato, e l’architetto napoletano si dedicherà invece alla sperimentazione dello stile floreale, in particolare al Vomero.

Noto testimone di questo periodo è il palazzo Avena, che fronteggia la funicolare di Piazza Fuga. Pur ispirandosi, ovviamente, al nuovo stile in voga, Avena aggiunge al Liberty un pizzico di Medioevo, di cui era molto appassionato. L’esempio di questo stile ibrido ma equilibratissimo si noterà particolarmente nel suo palazzo di via Tasso: un palazzo che ospitò anche lo straordinario cast del film “Giallo Napoletano” del 1979 con Ornella Muti, Michel Piccoli, Renato Pozzetto, Peppino de Filippo, Zeudi Araya, Capucine, Peppe Barra … e un arruffato, adorabile mandolinista interpretato dal grande Marcello Mastroianni.

Villa Spera, Adolfo Avena, dove fu girato il film “Giallo Napoletano” nel 1979.

Il Liberty vomerese

In generale, il liberty vomerese è diverso da quello delle altre città, e degli altri quartieri napoletani stessi. Lo stile floreale diventa un tratto distintivo del quartiere quando, alla fine dell’Ottocento, vengono intrapresi imponenti lavori per fare della collina – nota fino ad allora solo perché vi si coltivavano i broccoli! – un quartiere residenziale, destinato in seguito a diventare fra i più prestigiosi della città.

Il liberty nell’architettura napoletana non solo si può ammirare sulle facciate ornate da motivi floreali dei palazzi, o alzando la testa per contemplare le torrette che, secondo Eduardo Scarpetta, fanno sembrare queste ville un “comò sotto e n’coppa”. A volte, i gioielli sono proprio nascosti… come all’interno del palazzo Mannajuolo, dove si trova la maestosa scala elicoidale!

La scala elicoidale del Palazzo Mannajuolo, in via dei Mille.