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Pazzo Ninno, che scendi dalle stelle!

Napoli, Natale 2020. Santi e pittori, preti e giornalisti, critici e poeti affollano il presepe misero e nobilissimo di Alfonso Maria de’ Liguori, dove il Natale è una stupefacente e paradossale opera d’arte universale

Definì Van Gogh in una lettera il Cristo “artista più grande di tutti gli artisti”, unico in grado di creare la propria opera non con tela e colori, ma con la propria, viva carne. Poco più in là nel tempo e nello spazio, dal carcere di Reading, Oscar Wilde scriveva all’ex amante la lunga confessione epistolare destinata a diventare il De Profundis: e proprio lui che più di tutti avrebbe incarnato il mito dell’arte-nella-vita, e dell’arte-per-l’arte, indica il vincolo “più intimo ed immediato tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista”. E ricordiamo ancora Wilde, a Napoli, alla fine della vita, che terrorizza una gran dama inglese amica di famiglia con la richiesta scandalosa di un aiuto economico per salvare i pochi denti che gli restavano in bocca. È lo stesso uomo che aveva scandalizzato Oxford con la sua eccentrica eleganza, eppure ci sta quasi più simpatico in questa veste imperfetta e obbrobriosa: strano, vero? E allora, dove finisce la bellezza e inizia la commozione per la miseria?  Al confine vibrante tra creazione e Creazione, ci muoviamo oggi per toccare la carne viva di un libro dall’apparenza severa e solenne, ma dall’animo tenero e fanciullesco. Un libro in cui, lo ammettiamo da subito, siamo felicemente immersi fino al collo anche noi del Museodivino.

Il Santo Natale Nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori  e nei presepi di Antonio Maria Esposito  Introduzione di José Tolentino de Mendonça, Postfazione di Carlo Ossola. Olschki Editore, 2020

Non è nostra intenzione recensire questo volume: altri più adatti di noi l’han fatto* e forse lo faranno. Ve lo vogliamo semplicemente presentare come l’invitato prediletto alla festa di Natale del Museodivino. Festa quest’anno forzatamente virtuale, ma non per questo meno sentita e calorosa …

www.museodivinonapoli.it
Il museo è chiuso ma vivo …

Iniziamo dunque a raccontare chi è questo signore che si aggira tra gli invitati, con l’aria seria e lo sguardo vivace – e iniziamo, com’è ovvio, dalla biografia dell’autore, e precisamente da quando un’insopprimibile implosione d’animo cambiò la vita di un giovane, promettente ragazzo della Napoli “bene” del Settecento.

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza” – con variabile inattesa

 by Lea Vagner

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza”. Ecco i concetti ai quali il sedicenne Alfonso Maria de Liguori tentava di attenersi quando, all’alba del secolo dei Lumi, ripeteva i dodici comandamenti dell’avvocato che voleva essere: coscienzioso e con l’unico scopo di ristabilire la giustizia. Venir meno a una di queste sue regole di etica professionale non avrebbe soltanto significato perdere la credibilità che in giovane età gli era già stata data. Rischiava anche di danneggiare il cliente a lui affidato, per esempio accettando una causa che sfidasse i limiti della sua competenza, oppure usando di mezzi ingiusti per difenderla.

Iscritto all’Università a soli dodici anni, avviato a una brillante carriera nell’avvocatura, Alfonso frequenta a quei tempi un gruppo di giovani, tutti profondamente cattolici, che si schierano apertamente contro la corruzione nella Chiesa; la sua posizione è più moderata, ma mai sbilanciata del tutto dalla parte dello Stato, di cui intuisce l’ostinata difesa di interessi di potere.

Ed è proprio dopo aver preso parte a una causa ingiusta che la differenza tra il diritto scritto e quella che ritiene essere la Giustizia gli si palesa in tutta la sua gravità – ed è lo stesso momento in cui l’afflato che lo insegue da tempo gli si fa chiaro: “lascia il mondo, donati a me”. Questo è quanto al giovane parve di sentire mentre usciva dal tribunale, prima di arrendersi di fronte all’evidenza e rispondere: “eccomi, fate di me quello che volete”.

Sarà soprattutto il padre a scagliarsi contro la sua scelta, forse per via del futuro promettente che aveva in serbo per lui, dopo che molti suoi fratelli e sorelle si erano dedicati alla vita religiosa. Alfonso non era un giovane qualsiasi: primogenito di una famiglia nobile, aveva frequentato le migliori scuole tra cui, per dar la misura, quella di Francesco Solimena – sviluppando un gusto per l’arte, particolarmente quella musicale, che non lo abbandonerà mai del tutto. Ed erano state soprattutto la precocissima attitudine allo studio e la buona riuscita nella sua prima carriera ad aver fatto ben sperare il genitore. Ma l’etica si era così saldamente intrecciata alla vocazione religiosa che a nulla sarebbero valse le sue riserve: a trent’anni, nel 1726, Alfonso viene ordinato sacerdote per iniziare la vita che più ritiene in linea con i propri ideali di giustizia e di rettitudine.

Dopo averlo accompagnato nel passaggio da un mondo all’altro, salutiamo il giovane prete destinato a diventare santo, mentre inizia la sua predicazione a Napoli, sui gradini della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi …

Il Sangue che si scioglie tra i Cattivi

Special guest: Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli e Museodivino ospiti di Luigi Carrara per una bella chiacchierata sul volume Il Santo Natale

Storico giornalista del Mattino, Pietro Treccagnoli si è fatto cordialmente rapire dal Museodivino per accompagnarci a presentare Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori e nei presepi di Antonio Maria Esposito. Cosa significa per un napoletano tenere tra le mani questo libro?

Significa, per riassumere il suo articolatissimo intervento, accedere a un intero mondo di rapporti tra arte, spiritualità e popolo, che a Napoli si intrecciano in forme straordinarie e uniche. In principio ci fu il grande teatro religioso popolare del Seicento, dove “fra un angelo, un pastore e un Re Magio c’era sempre anche Pulcinella” e in cui i poveri sognavano un paradiso di perenni e inesauribili ghiottonerie. Come un fiume che straripa e morendo fa nascere nuovi torrenti, da queste rappresentazioni sacre intessute di profano prendono vita due figli maggiori che sopravvivono tutt’oggi: la Cantata dei Pastori, e sua maestà il Presepe. Caduta quasi in disgrazia ma recuperata nel secondo ‘900 da figure del calibro di Roberto De Simone, Peppe Barra, Eugenio Bennato e Carlo Faiello, la Cantata dei Pastori vede la luce nel 1699, quando Alfonso Maria ha tre anni. Quanto al presepe napoletano, la sua storia è tanto vasta che se n’è potuto appena fare un accenno, piccolo ma fondamentale: e cioè che il presepe non nasce come l’oggetto statico che noi conosciamo, ma come memoria di un evento dinamico, coinvolgente e totalizzante quale la sacra rappresentazione.

Una sola immagine per simboleggiare l’immenso lavoro che un’intera generazione di artisti e studiosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta ha fatto per salvare lo sterminato patrimonio della cultura popolare italiana: per preservarla, ricuperarla, e renderla sempre viva e vivificante.

È in questo contesto in cui la fede chiede aiuto all’arte per parlare a tutti, e in cui l’arte ha bisogno del sostegno economico della chiesa per poter vivere (approfittando magari della rivalità tra i vari ordini religiosi fioriti nel Seicento!) che cresce il nostro Sant’Alfonso. Nostro, perché come i più cari padri della Chiesa entra nel quotidiano, e quindi “se hai il torcicollo ti dicono che sembri Sant’Alfonso” … Nostro, perché pure lui, come San Gennaro, ha fatto il miracolo dello scioglimento del sangue: succedeva in una piccola chiesetta a fianco al Conservatorio di San Pietro a Majella, quella in cui si raccoglievano i fondi per il riscatto dei cristiani prigionieri dei musulmani (da ciò il nome Santa Maria della Redenzione dei Cattivi, da captivus, prigioniero).

E “nostro” anche perché vuole e sa modulare la sua voce in rapporto agli interlocutori, mettendo la sua sterminata e altissima cultura laica e religiosa al servizio di tutti: come in Quanno Nascette Ninno (in italiano Tu scendi dalle stelle), dove la soave melodia a portata di ogni voce – dal coro della parrocchia sotto casa alle grandi orchestre fino a grandi voci come Mina e Pina Cipriani – accoglie un testo semplice, intenso, e napoletanissimo, in cui il Bimbo è “arravugliato” nelle fasce … Ma non bisogna farsi ingannare da questa freschezza di espressione. Come il Ninno che scende dalle stelle, immenso e onnipotente Creatore che si “riduce” a creatura, così anche la sterminata arte retorica di Sant’Alfonso, attraverso un lavoro faticoso e complesso, si fa semplice, umile, comprensibile a tutti. E quella che altrove sarebbe stata pesante ed esibita citazione dal passo biblico sulla pace universale sboccia in questi dolcissimi versi: No ‘nc’erano nemmice pe la terra / La pecora pasceva cu ‘o lione / Cu ‘o capretto – se vedette / ‘O liupardo pazzeà …

E ora, salutato il caro Pietro Treccagnoli**, un ultimo salto prima della Nascita del Ninno…

Enzo Avitabile e la sua splendida cantata del Ninno, tra poema e canto, tra Settecento e Novecento … (clicca sull’immagine per sentire)
Quanno nascette Ninno …

Napoli, “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”

Vico Donnaregina , centro antico. Due bimbe studiano sull’asse da stiro fuori alla propria abitazione. Photo by Sergio Siano

Ogni opera d’arte è per vocazione anche un luogo di raccolta, in cui si incontrano attraverso il tempo e lo spazio tutti coloro che l’hanno vissuta, che l’hanno studiata, che hanno cercato di scoprirne le profondità e i significati, che l’hanno presa a guida e conforto nella vita. “Ho sempre sperato che non fossero solo parole”, scriveva Dostoevskij, indicando la vocazione attiva dell’arte a incidere positivamente nella realtà del cuore umano, luogo per lui destinato alla feroce e appassionante battaglia tra demoni e angeli.

Una pagina autografa dei Demoni di Dostoevskij

Nel clima natalizio delle novene di Sant’Alfonso, questa guerra spirituale è presente soprattutto al principio, nei primi discorsi, quando rivolgendosi come spesso avviene direttamente al Creatore, esclama: “[gli uomini] amano i parenti, amano gli amici, amano anche le bestie; se da quelle rice­vono qualche segno d’affetto, cercando di rimunerarcelo; e poi solo con voi sono così disamorati e sconoscenti? Ma oimè ch’io accusando quest’ingra­ti, accuso me stesso, che peggio degli altri v’ho trattato…” (Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori )

Discorso dopo discorso, affrontando passo a passo la grandezza, la potenza, la gloria di un Dio che si fa piccolo, inerme, disprezzato, che perde la sua beatitudine infinita per diventare “miserello” come noi, il clima si va sempre più stemperando in una effusione d’affetto e stupefazione per questo Padre tenero e accorato, che non sa più che fare per dimostrare il suo amore, e che “quasi vien meno per la consolazione e tenerezza” quando ritrova il figlio perduto.

Ma, come abbiamo già detto, non è nostra intenzione recensire questo volume, e non solo perché lasciamo questo lavoro a chi davvero lo sa fare*, ma anche perché, semplicemente, è tardi. È tardi perché la novena è discorso di preparazione al Natale. È il tempo dell’attesa. È il dolce e doloroso lavoro che tocca a chi voglia arrivare a un appuntamento avendo chiarito in sé il senso profondo di quell’incontro – e noi siamo probabilmente, chi più, chi meno, in ritardo. Eppure, la generosità di questo testo è sovrabbondante, e nasce forse, come ci ricorda Carlo Ossola nella sua bella recensione***, dal terreno stesso di questa “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”, questa Napoli che sa contrapporre alle facili illusioni la crudezza della realtà, e poi la verità del sogno.

È già un piccolo miracolo che tu, lettore, lettrice, stia leggendo questo articolo nel bel mezzo del 24 dicembre di un anno come il 2020. Siamo già una minuscola, imprevista comunità che accorre, seguendo i passi del giovane Alfonso Maria, verso un luogo strano: dove un Artista folle, geniale e infinitamente consapevole iniziò un tempo la sua opera d’arte più paradossale – grazie alla quale possiamo ora amare Wilde non solo nel suo elegante splendore, ma anche quando, scalcagnato e imperfetto, ci chiede una mano. Buona Veglia!

Museodivino

* Il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato in anteprima la bella presentazione di Filippo Polenchi, in cui si staglia la figura di Sant’Alfonso a cavallo tra controriforma e secolo dei lumi. * Alessandro Zaccuri su Agorà/Avvenire pone l’accento sulle due parole ricorrenti nelle novene: “pargoletto”, ovvero lo spazio minuscolo del corpo d’infante in cui l’Essere infinito si incarna, e “allegramente”, perché nonostante le sue miserabili circostanze questa nascita è proposta di affettuosa letizia. *Sull’Osservatore Romano, Maurizio Schoepflin accoglie la pregnanza della pubblicazione, che ci fa ri-conoscere l’importante figura letteraria e spirituale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, degno di uscire dai confini dello specialismo del Settecento.

** Rimandiamo chi vuol sentire l’intervento intero a questo link, e al blog L’Arcinapoletano chi vuol seguire i pensieri del signor Treccagnoli. A cui invieremo la trascrizione del nostro incontro da correggere, perché se ne possa usufruire tutti, e a cui inviamo oggi il nostro più caro augurio di buon Natale

*** E infine, Carlo Ossola dalla Domenica del Sole 24 Ore, fa del testo del De’ Liguori accostato ai presepi di Antonio Maria Esposito la porta verso un’idea di Natale “più presente e vera”, lontana dai fasti e dalle illusioni, per tornare a cibarsi, con il popolo napoletano, “di poco pane e di mirabili sogni”.

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Donne nella storia di napoli Storia di Napoli tradizioni napoletane

Donne che salvano i libri: quando a Napoli le biblioteche vinsero sulle bombe

Le vite parallele di Maria Bakunina e Maria Castellano Lanzara, custodi e protettrici durante la guerra del più prezioso patrimonio partenopeo – quello della cultura.

Questa è una vera e propria settimana mirabilis per le donne di tutto il mondo: appena spenti gli applausi per Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna, premi Nobel della Chimica per il loro “sistema taglia-e-incolla” (!) del DNA … e subito si riaccende l’entusiasmo per la poetessa Louise Glück a cui viene assegnato il prestigioso premio svedese per la Poesia. Un riconoscimento che ci trova tanto più liete in quanto proprio l’eroico libraio-editore napoletano (e caro amico) Raimondo di Maio con la sua Dante&Descartes ha proposto, primo e unico in Italia, le sue straordinarie poesie. Non finisce qui. Sabato inaugura alla National Gallery di Londra la grande mostra dedicata alla pittrice Artemisia Gentileschi. Alla sua contemporanea napoletana Annella di Rosa avevamo dedicato poco tempo fa un articolo in cui la scrittrice Sara D’Ippolito ci ha narrato la sua vita in parallelo con quella di Jeanne Hébouterne-Modigliani. Caso o destino vuole che a giorni, dal 12 al 14 ottobre, sarà visibile nelle sale italiane il film “Maledetto Modigliani” dedicato anche alla pittrice e musa del “maledetto” Amedeo.

Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna
Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna

In questa settimana di così grandi e vaste celebrazioni per l’animo e le conquiste femminili, noi torniamo invece nei pochi isolati napoletani che circondano il Museodivino e la Dante&Descartes, che oltre a pubblicare le opere di Luise Gluk ha anche dato alle stampe i libri di una delle mirabili signore di cui ci occupiamo oggi (di nuovo: un caso, un destino, o un semplice germogliare dei semi piantati nella buona terra?). Sara D’Ippolito ci racconta infatti la vita di Maria Bakunina, e Léa Vagner quella di Maria Castellano Lanzara: due figure straordinarie che, a pochi metri di distanza, senza forse nulla sapere l’una dell’altra, compirono quei necessari atti eroici che non ricevono riconoscimenti né applausi, ma solo la gratitudine delle generazioni future. Buona lettura (S.C.)

attenzione! se leggendo questo articolo vi verrà voglia di visitare la Biblioteca Universitaria di Napoli, ogni primo sabato del mese e durante le Domeniche di Carta potrete essere accontentati … ma questa domenica (buon segno) è tutto sold-out!

La Biblioteca Universitaria di Napoli, vero fulcro del nostro viaggio di oggi
Cliccando sull’immagine troverete un bel video di presentazione della biblioteca

Il coraggio e il rigore russo a difesa del patrimonio culturale italiano: Maria Bakunina

di Sara D’Ippolito

Napoli, 1943, i tedeschi danno fuoco ai libri nelle biblioteche universitarie. Una donna. Sola, le braccia incrociate, lo sguardo dritto, il taglio degli occhi vagamente straniero siede tranquilla in prossimità delle fiamme nel cortile della biblioteca della facoltà di chimica. Non servono discorsi, non servono gesti inconsulti: il comandante tedesco, ammirato da tanto coraggio, dà ordine al suo plotone di ritirarsi. La donna si chiama Maria Bakunina, ed è la figlia del rivoluzionario e filosofo Michail Bakunin.

Michail Bakunin ritratto dal fotografo Nadar

“Le cose più serie e importanti di quante ve ne sono al mondo”

di Léa Vagner

Stessa città, stessa epoca, altro grande gesto di protesta contro la volontà di distruggere preziose tracce del passato. Questa volta però, non si tratta di una protesta muta bensì di condurre camion pieni di casse contenenti le opere della Biblioteca Universitaria di Napoli al riparo delle bombe nelle abbazie dell’Irpinia. Approfittando della posa di una targa a suo nome nello scorso luglio, e della pubblicazione a cura dell’editore Dante&Descartes delle sue memorie di Benedetto Croce, ricordiamo oggi anche Maria Giuseppina Castellano Lanzara, la storica direttrice della Biblioteca Universitaria di Napoli. Per la sua determinazione nel difendere l’accesso alla cultura in un posto che, secondo le parole di Benedetto Croce in occasione della sua ultima visita nel 1948 “invita veramente allo studio”, il quale ritiene assieme al raccoglimento “le cose più serie e importanti di quante ve ne sono al mondo” .

Benedetto Croce che, certamente, leggeva molto

Maria Bakunina arriva a Napoli

Maria Bakunina nasce in Siberia a Krasnojarsk il 2 febbraio 1873 dal rivoluzionario là deportato e da Antonina Kwjatkowskaja, figlia di un altro deportato politico polacco. Con la famiglia riesce a fuggire in Europa, prima in Svizzera a Berna, dove nel 1876 muore il padre, poi a Napoli con la madre e i fratelli Carlo e Sofia. Qui prendono alloggio in una villa di Capodimonte di proprietà del noto socialista l’avvocato Gambuzzi, che in seguito sposerà Antonina Kwjatkowska.

Maria Bakunin

Matrimonio di un matematico napoletano

Maria studia all’Università di Napoli, dove diviene giovanissima «preparatore» nei laboratori dell’università napoletana e dove si laurea nel 1895 con il massimo dei voti con una tesi sulla stereochimica. Poco dopo sposa Agostino Oglialoro-Todaro, direttore dell’Istituto di Chimica Generale dell’Università di Napoli. La sorella Sofija Bakunin sposerà il noto chirurgo napoletano Caccioppoli, da cui avrà nel 1904 un figlio, Renato, figura di primo piano nella matematica italiana del ‘900, professore universitario geniale ed eccentrico (è lui che è dedicato il film di Mario Martone Vita di un matematico napoletano).

Renato Caccioppoli

Un’altra Maria arriva a Napoli

Nata a Trani nel 1900 da genitori napoletani, Maria Giuseppina Castellano Lanzara torna nella città partenopea dopo pochi anni quando la madre rimane vedova. Lì si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, dove si laurea con successo prima di vincere un concorso pubblico nelle biblioteche governative a 32 anni. Dopo una breve esperienza a Firenze, si insedia a Napoli dove rimarrà per quasi un trentennio.

Maria Giuseppina Castellano Lanzara

Maria è professore

Tra il 1909 e il 1940 Maria Bakunin insegna Chimica applicata, Chimica tecnologica organica e Chimica industriale presso la Scuola Politecnica di Napoli, contribuendo con le sue ricerche ai progressi della chimica moderna. Dal 1940 ricopre il ruolo di professore di Chimica organica presso la Facoltà di Scienze della Università di Napoli: è una delle prime docenti donna.

Maria diventa direttrice

All’arrivo di Maria Giuseppina Castellano Lanzara alla direzione della Biblioteca Universitaria di Napoli, l’edificio rischia già la chiusura. Qualche anno prima infatti, nel 1930, un grave terremoto non aveva fatto  altro che indebolire ulteriormente una struttura già precaria. Le opere che costituivano la ricca biblioteca avrebbero dovuto essere distribuite tra varie Facoltà per preservarne l’integrità. Ma la neo direttrice si oppose e si diede da fare proprio per salvaguardare quella che un tempo era stata la biblioteca più grande d’Italia. 

Uno dei due testi di Maria Giuseppina Castellano Lanzara pubblicati dalla Libreria Dante&Descartes

Signora vs Guerra 1-0

Forte e volitiva, Maria Bakunin gode di prestigio fra i colleghi, ed è molto temuta dagli allievi e dai collaboratori; abita in grandi locali attigui alla facoltà e si racconta che la mattina quando la vedevano arrivare l’istituto appariva all’improvviso straordinariamente operoso.

Morte di un matematico napoletano: anche gli scienziati mangiano sulle tovaglie a quadretti. Ma perché non c’è Maria a questa tavolata?

Innumerevoli sono gli aneddoti legati alla sua audacia: nel 1938 mentre Mussolini era in visita a Napoli il nipote Renato Caccioppoli tenne un discorso pubblico contro di lui e contro Hitler in presenza della polizia segreta fascista facendo suonare la marsigliese da una piccola orchestra. Fu arrestato (e non era la prima volta) ma sua zia, la Bakunin, riuscì a farlo scarcerare convincendo le autorità dell’incapacità di intendere e di volere del nipote.

Il cortile delle statue nella Biblioteca Universitaria di Napoli è anche set del film Morte di un matematico napoletano (clicca sull’immagine per scoprire la teoria di Caccioppoli sul rapporto tra Vita e Parola)

Sempre nel 1943, l’anno della sua muta difesa della biblioteca universitaria, nella città bombardata, senza acqua, luce e gas, ottiene stavolta dagli ufficiali militari alleati alcool e ovatta, per far funzionare le attrezzature del suo laboratorio. Migliaia di litri di alcool e centinaia di chili di ovatta riempirono via Mezzocannone. Batuffoli di ovatta imbevuti di alcool servirono a riscaldare le provette mentre bruciatori alimentati ad alcool facevano funzionare le attrezzature e i gruppi elettrogeni. Gli ufficiali furono molto generosi con la Accademia Pontaniana con regali di libri e denaro adoperandosi perché l’Accademia non divenisse un alloggio per le truppe.

Bimba vs Bomba 1-0

Signora vs Guerra 2-0

Qualche metro più a sud, la Biblioteca Universitaria di Napoli rischia la distruzione in ogni momento. Senza curarsi dei rischi, Maria Giuseppina Castellano Lanzara insieme a qualche valoroso impiegato fa trasportare via camion le opere ritenute più preziose: dall’Abbazia di Montevergine fino a Minturno, molti volumi vengono messi al riparo dalle bombe che piovono sulla città martoriata.

Ma lungi dalla coraggiosa donna l’idea di lasciare una città abbandonata a sé stessa: se quelle che vengono spostate sono opere di notevole valore, tutte le altre sono a disposizione dei cittadini. L’accesso ai libri, “sopra tutte le cose espressione di civiltà, strumento di elevazione umana” secondo Benedetto Croce, proprio in questo periodo, diventa una priorità e Maria Giuseppina Castellano Lanzara prende la decisione di lasciare la biblioteca aperta. E, probabilmente desiderosa di mantenere un tale luogo neutrale, rifiuterà anche l’occupazione dei locali da parte delle forze armate, per cui scriverà varie lettere al colonello Kraege che finirà per cedere alle sue ripetute richieste.

La Coraggiosa Presidente

Maria aveva rivelato un carattere forte e generoso fin da giovinetta. Una volta, passeggiando per via Toledo in calesse con i fratellini, riuscì a domare il cavallo improvvisamente imbizzarrito. Un’altra volta, quando la sorellina Sofia cadde in un pozzo di Capodimonte si fece calare essa stessa nel pozzo riuscendo ad afferrarla per i capelli.

Benedetto Croce oltre a leggere e scrivere, talvolta fumava.

Coraggio e rigore che le valsero la nomina a presidentessa dell’Accademia Pontoniana per opera di Benedetto Croce. Lo stesso filosofo scrive  alla prima pagina del Volume I degli Atti dell’Accademia il 13 Gennaio 1949: “Nel 1934 il governo fascista, che si era dato a immischiarsi nelle cose delle accademie e a imporre a queste giuramenti politici, pensò addirittura di sopprimere la Pontaniana. Rammento che il provvedimento fu così bene eseguito che la biblioteca contenente circa 3800 volumi rimase abbandonata, in preda di chiunque entrasse nell’edificio di Tarsia…  Nove anni dopo, nel 1943, nei pochi giorni che le soldatesche germaniche tennero Napoli e dintorni, furono da queste, per vendetta e con freddo proposito, bruciate, insieme col nostro glorioso e secolare Archivio di Stato, le biblioteche della Società Reale e della Pontaniana. Ciò non ostante, l’anno appresso, 1944, l’Accademia, spoglia di tutto, spiritualmente risorse, raccolse i suoi vecchi soci, ne nominò di nuovi, ed ebbe forze giovani a sua disposizione sotto la presidenza della chimica Maria Bakunin.”

L’Accademia Pontaniana, forse la più antica accademia d’Italia. Fondata in pieno Rinascimento, venne chiusa due volte nel corso della storia: nel 1542 da Don Pedro de Toledo che ne temeva le spinte antispagnole, e nel 1934 dal regime fascista che (con la scusa di un cavillo formale) voleva mettere a tacere le prestigiose voci che ne animavano la direzione.

Maria Bakunin, Marussia per gli amici, la Signora per gli altri era temuta da tutti. Ma in una sessione di esami del 1941 un ufficiale in divisa si presentò a sostenere l’esame di chimica organica (secondo una disposizione Ministeriale i militari in divisa godevano di molte agevolazioni e non potevano essere bocciati). La Signora l’apostrofò: cosa fa lei qui così travestito? L’ufficiale, sentendosi offeso, mise mano alla pistola e solo l’intervento tempestivo ed intelligente di un docente evitò una tragedia.

Dopo la morte del marito avvenuta il 21 giugno 1923 continuò la sua vita solitaria tutta dedicata allo studio e all’insegnamento all’Istituto Chimico. La Bakunin era molto dura ed esigente con il personale dell’istituto. In una sua pubblicazione scientifica nell’angolo destro in alto è scritto: “prendere a calci Vincenzino (il custode) perché non si è fatto le basette”. Ma se qualcuno di loro si ammalava allora correva a visitarli ed ad assisterli. La sua casa ampia ora vuota era abitata solo dai gatti che le facevano compagnia anche a tavola. I pasti (raccontano gli ospiti) erano frugali, il caffè di semi da lei stessa tostati. Nonostante ciò, durante la guerra autorità civili, militari e religiose sedettero al tavolo della Bakunin o vennero semplicemente per aiuto e consiglio.

Dopo una vita dedicata allo studio e alla ricerca Maria Bakunina muore nel 1960 e viene seppellita al cimitero di Poggioreale (zona russa, tomba di famiglia dei Bakunin-Gambuzzi). La ricordiamo con rispetto.

L’Illustre Bibliotecaria

Se nella sua breve pubblicazione “L’ultima visita di Benedetto Croce alla Biblioteca Universitaria di Napoli” ricorda volentieri lo storico come un Illustre Visitatore, siamo noi oggi a ricordare Maria Giuseppina Castellano Lanzara come l’Illustre Bibliotecaria che ha saputo salvaguardare quella che è tutt’oggi una delle biblioteche più ricche e importanti d’Italia con circa 900.000 volumi.

Esplorate, esplorate con passione il sito della Biblioteca Universitaria di Napoli!

Ecco alcuni dei titoli del fondo Imbriani, arrivati fino a noi grazie a Maria Castellano Lanzara: Istoria della vita e morte di un famoso bandito Giuseppe Mastrillo accaduto al 1725. ; Istoria delli Spicciarelli dove si raccontano le prodezze fatte da un padre, e cinque figli quattro maschi ed una femina di Ponte vicino Sessa.; Contrasto curioso nel quale s’intende quali siano più gravi tormenti o la fame, o l’amore

Ed è proprio a quella donna, dedicatasi anima e cuore all’accesso libero alla cultura nei momenti più bui della sua epoca che il sindaco Luigi De Magistris dedica queste parole: “la città di Napoli arranca nell’ordinario, ma nei momenti difficili sa esattamente dove andare senza dimenticare le sue profonde radici”.

Benedetto Croce cerca di risolvere il problema del rapporto tra Vita e Parola sollevato da Caccioppoli. Forse basta usare le due mani?

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Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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arte spirituale Diario del Lockdown presepi e natività Storia di Napoli tradizioni napoletane

Prima Napoli!

Bisogna soffrire BENE!

I dieci primati di Napoli che ci hanno incantato: dai corridoi del Cotugno al presepe in seme di canapa all’arte di soffrire bene. Una passeggiata fuori da ogni cliché nel cuore della città “più cool del momento”

Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri
Partenope, dall’alto del Teatro San Carlo, incorona oggi la città nei suoi primati più seri e più bizzarri

Dopo il plauso dei media a favore del modo esemplare con cui ha gestito la recente pandemia, l’ospedale Cotugno di Napoli gode di una fama che attraversa ormai i confini della penisola italiana. Per rendere merito a chi, ieri come oggi, ha dovuto superare sé stesso per il bene comune, che si tratti di curare una persona in difficoltà o di offrire a chi è in cerca di bellezza un altro gioiello, abbiamo colto questa occasione per fare un giro nelle vie della città partenopea alla ricerca dei suoi primati. E, senza sorpresa, abbiamo scoperto che essi non mancano: dai più prestigiosi ai più inaspettati, ogni angolo di Napoli cela in sé qualcosa di straordinario… che si trova perfino nel DNA dei napoletani!

Incamminiamoci subito per una passeggiata attraverso i numerosi record di Napoli, iniziando dai quartieri alti della città, entro le mura dell’ospedale Cotugno, fino a scendere nei vicoli del centro storico alla scoperta del presepe più piccolo del mondo. 
E il premio va…

1 – Al Cotugno, il miglior ospedale in Italia nella lotta contro il Covid-19

Fondato nel 1884, il Cotugno di Napoli si era già dimostrato un’eccellenza nell’ambito delle malattie infettive. Tuttavia, se oggi il nome dell’ospedale partenopeo echeggia anche nelle orecchie straniere, è proprio per l’ottimo atteggiamento con cui ha gestito, e gestisce tutt’ora, la recente pandemia. Questo lo dice un giornalista inglese, Stuart Ramsay, che per conto di Sky News UK realizza un reportage in immersione nei corridoi del reparto di terapia intensiva dell’ospedale napoletano. Infatti, stando alle sue parole, non solo le misure preventive sono state rispettate alla lettera dopo che i medici campani, consapevoli della situazione che dovevano fronteggiare i colleghi del Nord Italia, sono riusciti a attrezzare il proprio personale medico in modo adeguato – si pensa per esempio alla doccia disinfettante che faceva ogni operatore sanitario prima di entrare in contatto con un paziente.

La prudenza non è mai troppa e proseguendo si scopre che un’infermiera, pur non essendo entrata in contatto diretto con un paziente, si cambiò la tuta ermetica e i guanti. Il lavoro paga e, almeno per molto tempo, il Cotugno di Napoli era uno dei pochi ospedali in cui non fu registrato nessun caso di coronavirus tra il personale curante: probabilmente un record a sé stante.

2 –All’Università Federico II, la prima università statale del mondo 

Alleata con l’Ospedale Cotugno nella lotta contro il Covid-19, l’Università degli studi Federico II di Napoli può anche vantare un altro premio: si tratta infatti della prima università statale al mondo. Se è vero che le università di Bologna e di Padova sono decisamente più antiche di quella partenopea, la Federico II resta tuttavia la prima università statale al mondo, e tutt’ora una delle più importanti in Italia. Arriva infatti al terzo posto della classifica del Miur, dopo le università di Bologna e di Roma. Istituita nel 1224 per volere dell’imperatore Federico II, nasce con l’obiettivo di formare i futuri gestori dell’Impero, motivo per cui i corsi erano principalmente incentrati sulla giurisprudenza. 

Stiamo per proseguire la nostra strada in direzione del Duomo di Napoli, ma prima di arrivarci vi raccontiamo un aneddoto che il nostro interesse per l’opera dantesca ci spinge a condividere: a partecipare attivamente allo sviluppo della neonata università partenopea fu proprio Pier delle Vigne, fedele notaio dell’imperatore che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno, e che viene rappresentato nella Divina Commedia in guscio di noce dell’artista stabiese Antonio Maria Esposito.

Facciata dell'Università degli Studi "Federico II”, la prima università statale al mondo.
Facciata dell’Università degli Studi “Federico II”, la prima università statale al mondo. Cliccando sull’immagine scoprirete una scoperta felicissima per chi ama la liquirizia

3 – Al tesoro di San Gennaro, il più ricco al mondo

“San Gennaro batte Elisabetta II”, si può leggere in un articolo che ci informa che il tesoro del Santo Patrono di Napoli vale molto di più di quello della regina d’Inghilterra. Tra le tante meraviglie, la mitra di San Gennaro, che conta ben 18 kg di pietre preziose. Arricchito per più di 250 anni dai monarchi che sono passati dalla città partenopea, il tesoro ha raggiunto un valore letteralmente inestimabile. Ma si legge sul sito del Museo del Tesoro che perfino una donna del popolo avrebbe regalato al Santo patrono il suo bene più prezioso: un paio di orecchini per ringraziarlo di averla protetta proprio durante un’epidemia – di peste questa volta- che ai suoi tempi devastò la città di Napoli.

La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire
La mitra di San Gennaro, che siamo abituati a immaginare come un imperatore: cliccando sull’immagine apparirà una delle più antiche icone del Santo, dalle miniature del Menologio di Basilio II, che ce lo mostra nella sua semplice, e poverissima, regalità di martire

4 – Alla stazione della metropolitana Toledo, la più bella d’Europa

Tra le tante bellezze che popolano la città di Napoli, ce n’è una un po’ più inaspettata, interamente creata da mano umana. Tutti già sanno che in molti si fermano alla stazione della metropolitana di via Toledo soltanto per poter ammirare un gioiello di arte contemporanea che si iscrive anche in un percorso turistico promosso dall’Amministrazione comunale. Ma chi potrebbe affermare che fu ufficialmente eletta stazione più bella d’Europa? Il premio in realtà esiste, e viene dal giornale inglese “Daily Telegraph” che nel 2012 – anno della sua inaugurazione- decide di attribuirlo proprio alla stazione partenopea, unica italiana nella top 10, che nel suo piccolo già aveva conquistato il premio di stazione più profonda di Napoli. Ma la fama della stazione della metropolitana Toledo non si ferma qui, poiché nel 2015 vince un sorprendente Oscar: quello delle opere pubbliche sotterranee.

Stazione metropolitana di Toledo
Stazione metropolitana di Toledo.

Immergersi nella stazione Toledo è effettivamente una gioia e una meraviglia per gli occhi e per la mente di qualsiasi viaggiatore, dal turista di passaggio al frequentatore abituale. Progettata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, questa vera e propria discesa nel fondo del mare (o risalita all’aria aperta, a seconda del punto di vista!) è impreziosita dai mosaici a tema di William Kentridge, e dai pannelli lenticolari di Bob Wilson che riproducono le onde del mare. Chi, soffermandosi sulle opere di Kentridge, volesse scoprire un altro frammento dell’opera di questo eclettico artista può spostarsi nei dintorni di Napoli: la sua immersiva installazione “More Sweetly Play the Dance” è visibile fino al 2 dicembre 2020 all’Antico Arsenale della Repubblica di Amalfi.

L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi
L’installazione di Kentridge che ha inaugurato il primo settempre la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi

5 – Al teatro San Carlo, il teatro più antico del mondo ancora in attività 

Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare“. Questo lo scrive Stendhal all’inizio dell’Ottocento, dopo aver visto il San Carlo in occasione della sua riapertura dopo l’incendio che lo distrusse nel 1816. Oltre a essere il teatro più antico ancora in attività, il San Carlo di Napoli vanta anche il primato di teatro più bello al mondo secondo la lista stilata dal sito Best5.it., mentre era già apparso nella classifica del National Geographic senza riuscire a rubare il primo posto alla Scala di Milano.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

Interno del teatro San Carlo di Napoli.

6 – Al Museo Archeologico di Napoli, per la digitalizzazione all’avanguardia dell’arte più antica

Un altro primato in ambito culturale che merita di essere ricordato è quello attribuito dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali al Mann che, fra tutti i musei italiani, è riuscito a sopperire in modo più efficiente alla chiusura dei luoghi di cultura grazie a un’attività incessante sui social. Il Museo Archeologico di Napoli è stato anche, come si legge nel sito, “il primo museo archeologico a produrre un videogame destinato al pubblico internazionale di tutte le età”: si tratta di Father and Son, scaricabile gratuitamente, in cui un figlio, per incontrare il padre mai conosciuto, esplora la città e anche le collezioni del museo.

7 – Al presepe in seme di canapa conservato al Museodivino, il più piccolo al mondo 

Napoli è senza dubbio la città dei record se si parla di presepi. Mentre San Gregorio Armeno, la cosiddetta “Via dei presepi”, batte ogni anno dei record di frequenza, il presepe del Duomo di Napoli vince il premio di presepe più grande al mondo con delle statue alte ben 4 metri. Ma quello che ci interessa ora è invece un piccolo gioiello: all’interno di un un seme di canapa, il prete stabiese Antonio Maria Esposito (1917-2007) realizza il più piccolo dei suoi presepi, tutti esposti negli spazi di Museodivino nel centro storico di Napoli. Si tratta con ogni probabilità del presepe più piccolo al mondo fatto da mano umana.

A guardare da vicino, e con una lente d’ingrandimento, si può infatti distinguere la Santa Famiglia rappresentata con dei dettagli straordinari: il velo sulla testa di Maria, i capelli del giovane Giuseppe e l’aureola sopra la testa del Bambino sono contenuti in questo semino di soli tre millimetri.

Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana, custodito al Museodivino di Napoli
Il presepe in un seme di canapa di Antonio Maria Esposito, che potrebbe essere il più piccolo presepe del mondo creato da mano umana

8 – Alla città di Napoli, la più hype dell’anno

Se ne parla molto in questo periodo: gli italiani che prima andavano volentieri all’estero per trascorrere le ferie stanno traendo beneficio da una situazione ancora in bilico per riscoprire il proprio paese. In questo contesto, Napoli diventa una delle mete più ambite per trascorrere le vacanze estive.

Ma non c’è neanche bisogno di passeggiare per le vie della città per rendersene conto: l’Osservatorio sul turismo e marketing di Bruxelles ha infatti realizzato uno studio che ha permesso di stabilire che la città di Napoli è la più seguita sui social dopo Londra. Inoltre, nel settembre del 2019, il Lonely Planet omaggia la città partenopea dichiarandola la città più “cool” del momento: dai bar di piazza Bellini ai concerti improvvisati nel cuore dei Quartieri Spagnoli passando per i numerosi musei, gallerie d’arte e le passeggiate nelle vie dello street art, Napoli guadagna sempre più punti nel cuore dei turisti.  

Via Marina a Napoli come Miami Beach
Los Angeles? Miami? No, via Marina. Napoli knows its way…https://youtu.be/jCfIR0xVqvc

9 – Il podio dei premi improbabili

“Fashion”, “figo”, “spettacolare”, “emozionante”. Ecco cosa si può leggere nei commenti di elogio al posto che venne definito il più “cool” d’Europa da una giuria di esperti di design e urbanistica.  E’ ancora Napoli a aggiudicarsi un primo posto, questa volta nell’improbabile gara al parcheggio più cool del mondo. Vince infatti il Morelli, ricavato nel tufo della grotta del Chiatamone: luci soffuse, spazio, modernità e vicinanza alla galleria borbonica e a una suggestiva sala eventi gli conferiscono una hype che è riuscita a fare colpo sulla giuria del concorso. E infatti, il parcheggio partenopeo batte di netto il Belgio e l’Inghilterra, con il doppio dei punti a favore. 

I premi che ci lasciano un po’ perplesse…

Un altro premio che ci lascia perplesse è quello attribuito al pino di Posillipo, visibile dalla chiesa Sant’Antonio a Posillipo: sarebbe l’albero più famoso di tutta Italia. A conferirgli il premio è il National Geographic, che si basa sui numerosi dipinti e fotografie che lo hanno ritratto nell’arco dei suoi 129 anni di esistenza. Va anche detto che la città di Napoli conta nel suo palmarès più di un albero premiato: anche l’albero di Natale inaugurato nel 2016 ha conquistato il premio di albero più alto del mondo con ben 40 metri di negozi e ristoranti. Ma la sua fama non è durata a lungo poiché ha dovuto affrontare i riscontri piuttosto negativi dei napoletani che lo ritengono una “massa di ferraglia su uno dei lungomari più belli del mondo”. 

Giacomo Brogi (1822-1881) - "Napoli - Panorama preso dal Vomero" (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano.
Giacomo Brogi (1822-1881) – “Napoli – Panorama preso dal Vomero” (in realtà da Posillipo), colorizzata a mano. Colonna sonora: dai Duran Duran a Lucio Dalla.

10 – Al popolo napoletano, il più felice d’Italia

Se non è bastata la classifica stilata dalla Lonely Planet per convincervi a visitare Napoli, ecco un modo insolito di promuovere il turismo: lo dice perfino il sindaco Luigi De Magistris, chi è depresso venga a Napoli! Sembra che il capoluogo campano sia infatti la città in cui si consumi il minor numero di psicofarmaci in Italia, secondo uno studio realizzato dal Quotidiano Nazionale sulla depressione, un male sempre più diffuso tra gli italiani. Forse sono il sole e la brezza marina a influire sul morale della gente, o forse, come sostengono alcuni, è una questione di filosofia di vita, che i napoletani si portano fin dentro il sangue. Perché, come ci ricorda Massimo Troisi, anche soffrire è una vera e propria arte: e se si deve soffrire, bisogna soffrire bene!

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Storia di Napoli tradizioni napoletane

Passeggiata nella Napoli Liberty: la bellezza fiorita

La bellezza fiorita!

Oggi vi portiamo a fare una passeggiata virtuale sulle tracce del Liberty napoletano, partendo da quello che fu il quartiere “nuovo” della fine dell’Ottocento, ovvero il Vomero. La prima tappa del tour sarà proprio la via Luigia Sanfelice, tutta cosparsa di villette in stile floreale.

La Palazzina di stile Liberty “Russo Ermolli”, progettata da Stanislao Sorrentino.

Oltre alla Villa Santarella, famosa dimora del commediografo Eduardo Scarpetta, incontreremo vari palazzi edificati dall’architetto Adolfo Avena, che sperimentò lo stile in tarda carriera. Prima di interessarsi all’edificazione di palazzi, il fantasioso ingegnere aveva proposto al comune il progetto di una funicolare aerea, pienamente sostenuto da Gustave Eiffel. Il progetto alla fine verrà però abbandonato, e l’architetto napoletano si dedicherà invece alla sperimentazione dello stile floreale, in particolare al Vomero.

Noto testimone di questo periodo è il palazzo Avena, che fronteggia la funicolare di Piazza Fuga. Pur ispirandosi, ovviamente, al nuovo stile in voga, Avena aggiunge al Liberty un pizzico di Medioevo, di cui era molto appassionato. L’esempio di questo stile ibrido ma equilibratissimo si noterà particolarmente nel suo palazzo di via Tasso: un palazzo che ospitò anche lo straordinario cast del film “Giallo Napoletano” del 1979 con Ornella Muti, Michel Piccoli, Renato Pozzetto, Peppino de Filippo, Zeudi Araya, Capucine, Peppe Barra … e un arruffato, adorabile mandolinista interpretato dal grande Marcello Mastroianni.

Villa Spera, Adolfo Avena, dove fu girato il film “Giallo Napoletano” nel 1979.

Il Liberty vomerese

In generale, il liberty vomerese è diverso da quello delle altre città, e degli altri quartieri napoletani stessi. Lo stile floreale diventa un tratto distintivo del quartiere quando, alla fine dell’Ottocento, vengono intrapresi imponenti lavori per fare della collina – nota fino ad allora solo perché vi si coltivavano i broccoli! – un quartiere residenziale, destinato in seguito a diventare fra i più prestigiosi della città.

Il liberty nell’architettura napoletana non solo si può ammirare sulle facciate ornate da motivi floreali dei palazzi, o alzando la testa per contemplare le torrette che, secondo Eduardo Scarpetta, fanno sembrare queste ville un “comò sotto e n’coppa”. A volte, i gioielli sono proprio nascosti… come all’interno del palazzo Mannajuolo, dove si trova la maestosa scala elicoidale!

La scala elicoidale del Palazzo Mannajuolo, in via dei Mille.
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Storia di Napoli tradizioni napoletane

10 luoghi di Napoli da vedere d’estate (senza rischiare un colpo di sole)!

Il recente lockdown ci impedirà forse di girare il mondo, ma non è un motivo per rinunciare alle vacanze! Per i napoletani, è un’ottima scusa per riscoprire la propria città, e per i rari turisti, di visitare una Napoli quasi deserta. La situazione è insolita, ma noi preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno: meno fila davanti ai musei, mezzi di trasporto meno affollati… Napoli è ricca di luoghi suggestivi da visitare immediatamente, ad una condizione: non collassare dal caldo! Ecco quindi 10 luoghi di Napoli incantevoli e freschi, che potete tranquillamente visitare d’estate.

1. Passeggiata con Goethe al Parco Virgiliano

luoghi napoli estate

Dal Parco Virgiliano, sulla collina di Posillipo, vi aspetta un panorama mozzafiato che si estende, oltre che su gran parte della città, anche fino alle tre isole di Capri, Ischia e Procida e alla penisola sorrentina. Proseguendo fino alla “Valle dei re” si ammira la parte più spettacolare del promontorio, con Cala Trentaremi e Cala Badessa. Anche chiamato “Parco della Rimembranza”, il Parco Virgiliano deve il suo nome al grande poeta latino, benché la sua tomba sia sita nel Parco Vergiliano a Piedigrotta: un altro luogo da visitare d’estate, aperto al pubblico dalle 9.00 alle 19.00. Ma ora, prendetevi il tempo di passeggiare per il “Parco Letterario” di Napoli, all’ombra dei suoi oltre 250 alberi, in compagnia dei grandi artisti che si sono fermati ad ammirare questa tappa obbligatoria del “Grand Tour” grazie a dei cartelloni disposti lungo la strada. Infatti, si dice che è dopo aver ammirato questo panorama unico che Goethe avrebbe scritto: “Siano perdonati tutti coloro che a Napoli perdono il senno!

Ingresso: Viale Virgilio
Orario estivo: 07:00-24:00

2. Atmosfera settecentesca a Capodimonte 

luoghi napoli estate

Non lasciamo il Settecento, ma ci spostiamo sulla collina a fianco. Il Real Bosco di Capodimonte è uno dei polmoni verdi della nostra città: oltre 1000 alberi costituiscono questo splendido giardino all’inglese. Un pomeriggio intero non basterebbe per vederlo tutto: la maestosa Fontana del Belvedere, le aree giochi e gli edifici storici non sono che una parte di questo parco immenso. E se dopo esservi persi tra le mille sorprese nascoste nel parco, passeggiando o allenandovi per rimettervi in forma dopo il lockdown, non siete ancora stanchi, non perdetevi l’occasione di fare un salto al museo! Fra i tantissimi dipinti, potrete ammirare i quadri dei più grandi maestri napoletani, ma anche di Tiziano, Raffaello, El Greco o ancora Botticelli.

Ingresso principale del parco: Porta Grande, Via Capodimonte 24
Orari ingresso al parco:: 07:15-21:00
Ingresso al museo: 08-30 – 19.30. Attenzione! Per accedere al museo, è obbligatoria la prenotazione e l’acquisto dei biglietti online, o tramite l’app Capodimonte.

3 e 4. Immersione nelle tenebre delle Catacombe di Napoli

luoghi napoli estate

Sulla strada di ritorno da Capodimonte, prendetevi un momento e fermatevi alle Catacombe di San Gennaro. Scendete i cento scalini che vi separano dal mondo esterno, alla scoperta delle sepolture dei primissimi cristiani, sulle tracce del famoso patrono di Napoli. Con lo stesso biglietto poi, andate a dare un’occhiata alle Catacombe di San Gaudioso: antichi rituali macabri e tombe misteriose vi aspettano in questo luogo meno noto ma non meno suggestivo. Un percorso lontano dall’afa cittadina, in un’atmosfera fuori dal tempo e dallo spazio. Ma non è solo un luogo abbandonato ai numerosi scatti dei turisti: a volte viene ancora celebrata la messa nella Basilica ipogea di Sant’Agrippino, il primo patrono di Napoli.
Uscite dalle catacombe: siete nel mezzo della Sanità, uno dei quartieri più vivi di Napoli, chiamato così perché, si dice, sono proprio le numerose tombe di santi a proteggerla.

Catacombe di San Gennaro: Basilica del Buon Consiglio, Via Capodimonte, 13
Dal lunedì al sabato dalle 10:00 alle 17:00 (ultimo ingresso ore 17:00)  Domenica dalle 10:00 alle 14:00 (ultimo ingresso ore 14:00)

Catacombe di San Gaudioso: Basilica Santa Maria della Sanità, Piazza Sanità 14
Lunedì-domenica: dalle 10:00 alle 13:00

5. La vita anche a 35 metri di profondità: il piccolo orto della Napoli sotterranea

luoghi napoli estate

Stanchi di esplorare il sottosuolo di Napoli? Se la risposta è “no”, una tappa alla Napoli sotterranea è d’obbligo. Lasciamo le tenebre delle catacombe per compiere un viaggio sotterraneo nella storia partenopea, dall’antichità fino alla seconda guerra mondiale. Ma il tragico lascia spazio alla tenerezza: tra cunicoli, cisterne e anfiteatri romani si nasconde infatti un piccolo orto. I 35 metri di profondità non impediscono al basilico, al prezzemolo o al melograno di crescere, al riparo dall’inquinamento cittadino. Forse molti di noi hanno iniziato a soffrire di claustrofobia dopo il lockdown: niente paura, le guide vi indicheranno man mano i percorsi adatti a voi.

Indirizzo: Piazza San Gaetano, 68
Per le prenotazioni delle visite guidate, vi rimandiamo al sito ufficiale di Napoli Sotterranea.

6. Sotto la Basilica di San Lorenzo Maggiore, un’intera città nascosta

Avete avuto un assaggio dello splendore di Napoli in epoca greco-romana. Siete pronti a visitare un’intera città? È questo che vi aspetta alla Basilica di San Lorenzo Maggiore, il più rilevante sito archeologico del centro storico di Napoli. Questo straordinario complesso cela nel proprio sottosuolo i resti dell’antico Foro di Neapolis: un salto nel passato, attraverso il mercato romano e le sue nove botteghe. Risalendo, si arriva alla Basilica di San Lorenzo Maggiore, con la sua sontuosa sala capitolare in stile gotico.

Indirizzo: Piazza San Gaetano, 316
Orari: tutti i giorni dalle 9:30-17:30

7. Il giardino incantato del complesso monumentale di Santa Chiara

Il centro storico di Napoli è un museo all’aria aperta, e non si finirà mai di scoprirne le bellezze. Ma se cercate un punto di riposo e di refrigerio, nonché uno dei luoghi più suggestivi della città, vi consigliamo il Complesso Monumentale di Santa Chiara. La chiesa conserva ancora oggi le sue originarie forme gotiche, con ampie volte a crociera, che furono ricostruite dopo il bombardamento che la dilaniò durante la guerra. Ma non perdetevi un altro gioiello: il chiostro settecentesco. Diviso in quattro sezioni, i suoi viali sono sostenuti da pilastri a pianta ottagonale e rivestiti da maioliche con festoni vegetali. Sito nel cuore del centro storico, il chiostro fu anche testimone figurativo delle vicende napoletane del Seicento e del Settecento, raccontate attraverso una serie di affreschi: li potrete ammirare, insieme a raffigurazioni di Santi e scene dell’Antico Testamento, sedendovi sulle panche che collegano i vari pilastri. Indirizzo: Via Santa Chiara 49

Orari apertura/ chiusura complesso monumentale
Lunedì-Sabato: 9:30 – 17:30
Domenica: 10:00 – 14:30
Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura

Orari apertura/ chiusura basilica
Tutti i giorni 7:30 /13:00 – 16:30 / 20:00

8. La galleria borbonica: un viaggio attraverso la storia partenopea

Dopo la piacevole e leggera passeggiata tra i fiori delle maioliche di Santa Chiara, siete pronti ad affrontare un viaggio attraverso le ore più buie della storia napoletana. La Galleria Borbonica venne in origine progettata per conto di Ferdinando II di Borbone. Si trattava di un percorso militare rapido che permetteva la difesa della Reggia e la fuga dei monarchi in caso di emergenza. Ma durante la seconda guerra mondiale ebbe anche funzione di riparo dai terribili bombardamenti aerei per i cittadini napoletani. Testimoni del loro passaggio – più o meno breve – sono oggetti vari, giochi per bambini, e scritte piene di speranza sui muri.

Ingresso principale: Vico del Grottone, 4 (zona Piazza Plebiscito)
Gli orari delle visite possono variare ad agosto, per cui vi invitiamo a tenervi aggiornati sul sito ufficiale

9. Tra sogno e realtà al MANN

Tra i luoghi di Napoli da vedere d’estate, merita una menzione speciale per il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli): un posto da non perdere d’estate, non solo per via dell’ambiente fresco, grazie all’ottima posizione della struttura e ai suoi splendidi giardini e al fornitissimo MannCaffè dove rinfrescarsi, ma soprattutto perché, in questo periodo, il Museo Archeologico offre tante interessanti novità. Sarà in corso fino ad agosto la mostra “Thalassa, meraviglie sommerse del Mediterraneo”, così come la mostra interattiva “Capire il cambiamento climatico” in collaborazione con National Geographic Society. Se non avete né il tempo né la forza di vedere tutte le meraviglie di questo museo, niente panico: la mostra sugli Etruschi, in cui i visitatori sono condotti alla scoperta di una civiltà florida e ricca di bellezza, prosegue fino al 2021.

Indirizzo: Piazza Museo, 19
Orari: 09:30-19:30 (chiuso il martedì)

10. I presepi soleggiati del Museodivino

Dulcis in fundo, non possiamo che consigliare anche il nostro Museodivino nato appena un anno fa. Pensate che i presepi siano belli da vedere solo d’inverno? Cambierete idea quando scoprirete le miniature di Don Antonio Maria Esposito e il suo Gesù Bambino che nasce sotto le palme, in mezzo al deserto. Scolpite in gusci di noce, noccioli di ciliegia e persino in un seme di canapa, le opere non si possono ammirare senza l’aiuto di una lente d’ingrandimento. Oltre ai presepi mediorientali, scolpita in gusci di noce c’è anche una serie dedicata alla Divina Commedia, unica nella storia dell’arte. E non vi fidate del caldo sole che splende sui presepi, o delle ardenti fiamme dell’Inferno dantesco… al Museodivino, gli ambienti sono particolarmente freschi, ed è meglio portarsi una giacca! E se le sere estive a Napoli sono ancora troppo calde per voi, potrete frequentare il museo anche di notte, con un bicchiere di vino in mano mentre vi godete uno spettacolo teatrale.

Indirizzo: Via San Giovanni Maggiore Pignatelli 1b
Orari: 10.00  – 00.00

E voi, avete suggerimenti da aggiungere a questi splendidi luoghi di Napoli da vedere d’estate?

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Botticelli e Dante presepi e natività tradizioni napoletane

Caravaggio o Botticelli? Questa è la domanda del Natale

Museodivino ha trascorso le ultime feste di Natale insieme a ben undici artisti tra i più prestigiosi ad aver rappresentato la Natività. Diverse per stile, epoca e concezione, queste opere esprimono dei punti di vista a volte ben radicati in una tradizione secolare, mentre altre volte si distaccano completamente dai canoni. Un soggetto comune, quasi universale, e una moltitudine di interpretazioni.

Con l’intento di esaminare questi aspetti variegati da più vicino, abbiamo deciso di lanciare un contest con una domanda precisa: che cosa chiedete voi all’arte, oggi? Di rappresentare la realtà, sia nella sua bellezza che nel suo aspetto più crudo, o un ideale verso il quale tendere? Per rispondere, i partecipanti potevano scegliere ogni settimana fra due rappresentazioni della Natività quale, a loro parere, fosse più adatta a raccontare il nostro tempo. Tra gli artisti in corsa, solo nomi prestigiosi: Leonardo, Mantegna, Giotto, Botticelli e Caravaggio per i grandi maestri italiani, El Greco e Bosch per i più fantasiosi, Bruegel e Rubens per i nordici. Ma anche Gauguin, con la rappresentazione più insolita, e Chagall per la Natività…che non è una Natività.

Botticelli o Caravaggio?

È stata una sfida tra titani ad aprire questa prima parte del contest: la colorata e festosa Adorazione dei Magi di Botticelli “affrontava” quella molto più sobria di Caravaggio. La decisione è inappellabile: i partecipanti hanno nettamente preferito l’opera del Caravaggio, datata 1609. Vi possiamo vedere Maria, sdraiata in una stalla cupa e spoglia guardare amorevolmente il suo bambino appena nato, sotto lo sguardo non meno tenero dei pastori e di San Giuseppe. Per motivare la scelta, una partecipante scrive che “il grande Lombardo ha rappresentato una scena più realistica”, in completa opposizione con il susseguirsi di protagonisti festanti e alla gioia che emana dal quadro del pittore toscano.

Adorazione dei Magi, Sandro Botticelli, 1475-1476, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.

Leonardo o Rubens?

Andiamo avanti con due opere monumentali: l’Adorazione dei Magi incompiuta di Leonardo, o la Natività luminosa di Rubens? A sorpresa forse, il maestro italiano e la sua opera giudicata inquietante e rappresentativa dei nostri tempi bui da un partecipante sono stati battuti dal pittore fiammingo che, secondo un altro votante, “non ha nemmeno bisogno di essere elogiato”. La luce che emana dal bambino appena nato partecipa a “trasmettere gioia e serenità” sul viso dei personaggi, e di noi spettatori che contempliamo la grazia in questa Natività intimista.

Adorazione dei Magi, Leonardo da Vinci, 1481-1482, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei pastori (“La notte”) Pieter Paul Rubens, 1608, Pinacoteca civica di Fermo.

Mantegna o Giotto? Bruegel o Bosch?

La settimana seguente, l’Adorazione dei Magi di Mantegna vince su quella di Giotto. L’estasi dei Re Magi di fronte al piccolo bambino ha convinto i partecipanti, molto più della solenne processione in mezzo al deserto dei protagonisti dell’opera trecentesca.

Questa sfida però non ha appassionato i partecipanti quanto quella che ha messo a confronto due maestri fiamminghi, che a distanza di un secolo l’uno dall’altro crearono due Natività dalle caratteristiche molto particolari: entrambe opere misteriose e da osservare con estrema attenzione per poterne distinguere gli infiniti dettagli.

Da un lato, l’Adorazione dei Magi nella Neve di Bruegel: una scena che a prima vista sembra un semplice paesaggio innevato, come se il grande evento che si stesse preparando non avesse bisogno di fare così tanto rumore. Dall’altro, un trittico di Bosch, che inserisce nella sua Adorazione dei Magi dei particolari quanto meno bizzarri, come questa donna aggredita da un lupo in sottofondo, oppure questo cacciatore che sta morendo schiacciato dal peso di un orso. Dopo una lunga battaglia, i partecipanti votano per l’opera di Bosch, più “adatta nonostante il paesaggio irreale”.

Adorazione dei Magi, Andrea Mantegna, 1497-1500, Getty Museum, Los Angeles, USA.
Natività di Gesù, Giotto, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova.
Adorazione dei Magi nella neve , Pieter Bruegel il Vecchio, 1563, collezione Oskar Reinhart, Villa Am Römerholz, Zurigo, Svizzera.
Trittico dell’Adorazione dei Magi , Hieronymus Bosch, Museo del Prado di Madrid, 1485-1500 circa

Gauguin o Chagall?

Mancano due settimane alla prossima tappa del contest: non potevano mancare le Natività insolite. Paul Gauguin ne dipinse una nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi in Polinesia francese. A prima vista, e senza guardare il titolo, è difficile intuire che si tratti proprio di una Natività.

Eppure, a ben vedere, gli indizi sono molti: l’aureola che circonda le teste della madre e del bambino, le ali verdi della donna angelo e il bue in sottofondo sono chiari riferimenti alle Natività più tradizionali. Ma secondo varie interpretazioni, il bambino di Gauguin compie il cammino contrario. Non si tratta di una Natività classica, bensì della sublimazione di un terribile episodio vissuto dall’artista. A questa scena tragica, i partecipanti hanno preferito seguire la Madonna del Villaggio di Chagall nella sua processione di pace e serenità, accompagnata dagli angeli e dalle trombe.

Te Tamari No Atua (La Nascita di Cristo, figlio di Dio), Paul Gauguin, 1896, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera, Germania.
La Madonna del Villaggio, Marc Chagall, 1938-1942, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid, Spagna.

El Greco o… El Greco?

Per chiudere in bellezza questa prima parte del contest, non potevamo non mettere una delle Natività di El Greco. Ma come sceglierne una sola? Abbiamo delegato la responsabilità della scelta ai partecipanti proponendone due, con dei punti di vista molto diversi nonostante le opere fossero state dipinte dallo stesso artista. Nella prima, noi spettatori ci troviamo al posto del bue, testimoni discreti di una scena familiare intima. Nell’altra invece, celebriamo insieme ai tanti personaggi dai corpi deformi e dalle vesti di colore vivido la nascita del bambino, immersi in un’atmosfera fantasiosa. Questa Natività, che provoca nello spettatore un senso di meraviglia, come se l’evento fosse troppo bello per essere vero, vince la sfida.

L’Adorazione dei pastori, El Greco, 1612-1614, Museo del Prado, Madrid, Spagna.
Natività, El Greco, 1597-1603, Illescas, Santuario di Nostra Signora della Carità.

E il vincitore è…

Dando un’occhiata veloce ai risultati, è facile notare che l’estasi, la pace, la gioia e la serenità prevalgono su ogni altro sentimento. È di questo che abbiamo bisogno oggi? È quello che chiediamo all’arte? La risposta non tarderà ad arrivare. Dopo aver messo a confronto le due opere seicentesche di Rubens e Caravaggio, di Mantegna e di Bosch, e le due Natività atipiche di El Greco e di Chagall, ci siamo ritrovati in finale con un trio di spicco. El Greco, Mantegna e Caravaggio si sono disputati il primo posto, fino alla decisione finale dei partecipanti che hanno eletto… l’Adorazione dei Pastori del Caravaggio.

Secondo voi, che cosa rivela questa scelta del nostro tempo? Secondo noi, è la vittoria dell’umiltà sul fasto, della serenità sulla gioia frenetica, della felicità per le piccole cose sulle feste grandiose. È l’autentico contro la superficialità, l’essenziale contro la sfavillante fantasia.

Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.
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Storia di Napoli tradizioni napoletane

Noci e nocillo, tra sogno e destino

Un racconto di Nino Leone per il primo compleanno di Museodivino

Buon compleanno Museodivino! Iniziamo questa giornata di festeggiamenti con un graditissimo regalo del caro Nino Leone , che poco prima della chiusura di marzo ha incantato gli ospiti del museo con i suoi studi sul Carnevale. Oggi condivide con noi il dolce e fiabesco amarcord della notte di San Giovanni: la raccolta delle noci, i sogni per il futuro. Proprio per questa tradizione fu scelta la data del 24 giugno per inaugurare il museo un anno fa, in omaggio alla straordinaria Divina Commedia in guscio di noce qui custodita . Dalle 16.30 porte aperte al Museodivino, vi aspettiamo!

La Divina Commedia in guscio di noce custodita al Museodivino

Nocillo di San Giovanni, che sarà di me?

“Il 24 giugno, solstizio d’estate e per la tradizione cristiana ricorrenza di San Giovanni Battista, è sempre stata una giornata, e una nottata, particolare. A questa giornata e al santo, fin dai tempi più antichi, sono stati dedicati riti e manifestazioni dai molti significati in ogni paese. Festeggiamenti pubblici e privati, divinazioni, fuochi, cresime di massa e nocino: San Giovanni ha imperturbabilmente mostrare di gradire.
Gradevole sorpresa arrivare a Modena e scoprire anche lì, un consolidata devozione verso il liquore di noci di cui, alcune farmacie del centro e soprattutto antichi negozi di coloniali fuori città, – di quelle che ancora sentono di vaniglia e cannella – a dispetto delle più moderne tecniche, continuano, con meticolosa e certosina pazienza, a preparare la ricetta pestando gli ingredienti per conciare l’infuso in tintinnanti mortai di bronzo. 
Per un buon nocino, è d’obbligo perpetuare anche il rito suo rito e annesse liturgie, benché presto saranno non più necessarie. 
La levata è prima delle cinque, immersi nell’odore fortissimo di stoppie secche, per portarsi subito al “pasteno” delle noci, col sole radente sulle foglie più larghe magicamente trasformate, con un abile intreccio degli steli in un ampio cappello. Ventitré teneri malli di noci nuove, tanti ne occorrono per insaporire un buon litro di spirito, ma non ci giurerei sul numero: la biodiversità antropologica italiana dice perfino ventissette. Sembrano pochi, eppure non cadono così velocemente nel sacchetto come si desidererebbe: bisogna saltare, abbrancare, sfrascare e, se possibile, non fare troppo danno alla pianta e ad altre colture. 
Solo così prima di mezzogiorno potranno finire a tranci nell’alcool e lasciarsi consumare per quaranta giorni scaricando tra iodio e sole una mistura capace di annerire San Giovanni, anima e barba. Eh già, sarà l’autunno ad amalgamare la volatilità dell’alcool con le fragranze di chiodi di garofano e cannella, zucchero e caffeina. Ci penserà infine l’inverno a far scendere di livello la bottiglia; a far rimpiangere l’infuso dell’anno prima, a mettere buona speranza in quello del prossimo.

Ci penserà infine l’inverno a far scendere di livello la bottiglia …

Il rito di San Giovanni

Fino a ieri, per questa notte, era anche tradizione mettere «alla serena», cioè all’umido della notte, una brocca di vetro colma d’acqua; dentro si versava del bianco d’uovo o del piombo fuso. Di mattina, il primo pensiero, e nessuno avrebbe potuto impedirlo, era per la brocca: tutti di corsa, a spiare il risultato. Eppure, quell’ieri era un tempo senza troppi mezzi di comunicazione, e soprattutto senza i ripetitivi fotoromanzi della televisione, e poiché gli uomini non sanno vivere senza storie, ci furono tempi in cui ognuno se le fabbricava con i mezzi che poteva.
Ne correvano di avventure davanti al naso schiacciato contro il vetro di caraffe barocche nella speranza di afferrare con l’ingenuità di uno sguardo, in una battuta di ciglia, il fascino e persino l’ombra dell’insondabile mistero che attraversava la mente, e si perdeva dietro le sartie e le vele che l’albume, all’insaputa di tutti ma con l’aiuto di San Giovanni, aveva saputo intrecciare durante la notte. Su quella barca sfocata, varata senza nome, se ne andavano i sogni di molti, grandi e piccoli, e a seconda di chi leggeva, si lenivano passioni, si sopivano angosce: il figlio sotto il militare, la figlia emigrata in Argentina, il fidanzato che tarda a trovare, la penultima di casa, la più malandrina, la bonafficiata mancata per un numero. 
Il rito era semplice, ma carico di significati, e insegnava anche a chi era piccolo a riflettere e interrogarsi sul futuro, a prendervi la dovuta confidenza, a pensare al domani come a un lungo, possibile e sopportabile sogno. Tutto sommato serviva a sdrammatizzare tutto sommato, le ambasce della vita affidandole alla vela del tempo e, perché no, alla protezione del Santo…
Eppure la cosa non sempre è stata proficua.

… le sartie e le vele che l’albume, all’insaputa di tutti ma con l’aiuto di San Giovanni, aveva saputo intrecciare durante la notte …

Che la festa abbia inizio!

C’è stato un periodo nella storia di Napoli in cui per questa giornata si organizzavano in città grandi festeggiamenti con fervida e massiccia partecipazione popolare, come sempre si è contraddistinto lo spirito partenopeo.
Al tempo in cui la città era amministrata da Piazze e Sedili, l’Eletto del Popolo indiceva a nome del “sieggio pittato”, espressione appropriatamente colorata per indicare il Sedile del Popolo, una grande festa ricca di cibarie e celebrazioni, con carri allegorici e ingegnosi altari cittadini, e riceveva in pompa magna il viceré «come in propria dimora». Cavalcando al suo fianco, insieme a lui visitava gli «istraordinari e magnifici apparati», le allegorie delle quattro stagioni. «Alle piazza Larga vi era un giardino con fiori e fontane che rappresentava la primavera; alla Sellaria un palazzo con giardino, con frutta e peschiera per l’estate; al Pendino, per la vendemmia vi erano uomini in veste di vendemmiatori che motteggiavano le dame di passaggio: erano la raffigurazione dell’autunno, mentre per l’inverno vi erano alla porta del Vino macellai che facevano vista di uccidere maiali e fabbricare salsicce». 
Sotto i moti, durante la visita del duca di Medina alla festa approntata «dall’eletto Nauclerio con più solenne apparato del solito, per dare a vedere che il popolo della città stava pago e contento del governo del duca», nel mezzo della parata, il viceré a cavallo, la viceregina in seggetta, si scatenò un temporale di tale violenza che tornarono a palazzo inzuppati fradici. Per la stessa festa, ogni sei anni si ergeva un catafalco a memoria dell’antico sedile del popolo fatto distruggere dagli aragonesi. Anche questa era un’occasione per giostre, giuochi «di lance all’anello» e grandi tavolate in cui «i cuochi spiumavano oche, scannavano maiali, scorticavano capretti, lardellavano arrosti, schiumavano pentole, battevano polpette, imbottivano capponi e facevano mille bocconi ghiotti».

I nostri libri preferiti di Nino Leone, accompagnati dall’immagine di un presepe del Museodivino: in calice, per brindare, e decorato come di lava del Vesuvio!

Ringraziamo ancora Nino Leone per il suo racconto, e auguriamo a tutti gli amici del Museodivino una buona festa … Vi aspettiamo nel guscio di una noce!