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I Magi siamo noi!

Andrej Rublëv, Raffaello e Giorgione, Kandinski e Tarkovskij, e l’invisibile torre di Tatlin … tra Epifania italiana e Natale russo, un viaggio nell’arte dell’icona e nel suo avvolgente movimento verso il divino

Noiosa introduzione storica – prima parte

L’Epifania, ci avverte Wikipedia, è “una delle massime solennità dell’anno liturgico, come la Pasqua, il Natale e la Pentecoste”. Perché? Perché è la festa in cui si celebra il manifestarsi della Divinità, in cui ciò che era nascosto, intuito, eppure ancora avvolto nei dubbi, ci si mostra in modo tale da superare le nostre incertezze. Oggi è anche la Vigilia del Natale per gran parte del cristianesimo ortodosso: due diverse feste si sfiorano dunque oggi al crocevia tra i diversi calendari liturgici. Ma questo accade anche, molto spesso, nelle più grandi opere d’arte: dove il Natale e l’Adorazione dei Magi possono convivere nello spazio mistico di una piccola tavola di legno, o di un guscio di pistacchio.

I lettori ci perdoneranno se iniziamo con un’immagine dal nostro Museodivino: questo presepe in geode di quarzo nero è presepe a tutti gli effetti secondo le intenzioni del suo autore, ma rappresenta al contempo i Magi in adorazione del “Ninno”. Possiamo dunque vedere Natale ed Epifania convivere nello stesso spazio, circondati da una notte lucente di stelle ©Giorgio Cossu/Museodivino

Noiosa introduzione storica – seconda parte

Natale ed Epifania sono spesso compresenti nelle opere d’arte, ma questo non significa che avvengano nello stesso momento: significa che i nostri normali schemi di lettura delle immagini, di fronte ad alcune raffigurazioni, devono cedere il passo a un altro sguardo. E anche che il significato della presenza di un personaggio in un certo angolino di un quadro, può scompaginare tutto ciò che credevamo di sapere, e dare nuova luce e nuova vita a un’opera d’arte, e forse anche a noi. Vogliamo quindi celebrare oggi anche l’arte dell’interpretazione dell’arte, ovvero l’ermeneutica, con un vero e proprio tuffo nello spazio infinito dell’icona.

Giorgione è senza dubbio uno dei pittori più enigmatici della storia dell’arte. Non solo non ci sono opere autografe, ma di alcuni dei suoi quadri (sempre che siano suoi!) non si è neppure certi di cosa esattamente venga rappresentato. Le investigazioni attorno alle sue opere possono affascinare anche i dilettanti, perché come diceva Federico Zeri spesso la storia dell’arte è una specie di “caccia all’assassino”, più divertente di un romanzo giallo. L’opera qui riprodotta è nota come “I Tre Filosofi”, ma nel suo splendido La Tempesta Intepretata Salvatore Settis propone che invece in essa Giorgione abbia voluto rappresentare i tre Magi, a un passo dalla Grotta.

Noiosa introduzione storica – terza e ultima parte

Qual è l’immagine che ci attraversa la mente quando sentiamo la parola “icona”? … A parte i simboletti di FB e di IG, ognuno di noi ha la sua icona: Marilyn Monroe, Maradona, Ariana, John Travolta ne La Febbre del Sabato Sera … Ovviamente, oggi ci occuperemo di un altro tipo di icona – o meglio dell’autentica icona, quella da cui i nostri simboletti FB o le nostre pop star hanno poi preso in prestito (o rubato!) la definizione.

Andy Warhol, The Shot Marilyns, 1964
Warhol non negò mai il suo debito nei confronti dell’arte delle icone, da cui estrapolò alcuni punti essenziali: la riproduzione seriale, l’uso simbolico e non realistico dei colori, la raffigurazione di un oggetto di culto, anche se chiaramente in chiave profana. E accadde proprio come con le icone: che le immagini stesse diventarono, in brevissimo tempo, oggetto di culto.

Benché le icone siano tra le più antiche forme di arte cristiana, si può dire che in un certo senso, con il presepe di San Francesco del 1223 rappresentato da Giotto, il loro immenso patrimonio di forme e significati scompaia dalla storia dell’arte. Sarà solo nel 1904 che l’icona tornerà a parlarci, dopo secoli, quando venne restaurata la Trinità di Andrej Rublev – una delle più alte espressioni dell’arte spirituale di tutti i tempi. Questo evento, come ci dice la nostra cara Wikipedia, segnò la riscoperta dell’icona da parte dell’estetica moderna e nei primi dieci anni del ‘900 le icone diventarono “l’ossessione dell’intellighenzia russa”. Un intero sistema di significazione e di raffigurazione rientra nel mondo dell’arte, esplodendo nei concerti visivi di Kandinskij, nelle danze dei colori di Matisse, nelle spirali verticali di Tatlin.

La Torre di Tatlin, che non fu mai costruita, fu ideata per celebrare la vittoria della Rivoluzione Russa. Eppure, Tatlin nasce come pittore di icone: e ci pare che da lì tragga anche la vertiginosa verticalità di quest’opera irrealizzata, che inneggia a quanto di più lontano si possa immaginare dalla quiete del Natale ortodosso.

Ma di tutto questo non parleremo oggi. L’introduzione storica è già durata troppo. L’informazione non è conoscenza. Lasciamoci piuttosto guidare dalle parole di Sara d’Ippolito, come nuovi e smarriti re Magi, alla scoperta di queste porte spalancate verso l’infinito. (S.C.)

L’icona di Natale: un viaggio cifrato verso la Divinità

di Sara d’Ippolito

Nella tradizione ortodossa arte spirituale per eccellenza è l’arte dell’icona. Teologia per immagini, preghiera incarnata,  l’icona concentra l’occhio e la mente attraverso una bellezza dotata di senso. L’icona ortodossa del Natale rivela una comprensione della nascita di Cristo che di discosta dall’interpretazione occidentale.

Nella nostra tradizionale iconografia al centro della Natività si pone il bambino circondato da Maria e Giuseppe (ovvero la cosiddetta Sacra Famiglia). È questa un’immagine pienamente umana della nascita di un bambino Divino.

Raffaello Sanzio, Sacra Famiglia con palma, 1506 circa, Edimburgo, National Gallery of Scotland

Nella tradizione orientale al centro dell’opera risalta in primo luogo la figura della Madre di Dio. È lei stessa il “luogo” in cui si compie la Natività. Rappresentata subito dopo il parto la Vergine riposa pensosa, lo sguardo attento ripiegato in se stesso. La Madre di Dio è raffigurata racchiusa in una sorta di rosso involucro, “hortus conclusus”, fonte sigillata del Cantico dei Cantici, porta che si è aperta per accogliere la Divinità rimanendo mirabilmente intatta e chiusa al mondo.

Icona della Nascita di Cristo, allievi di Andrej Rublev, 1410 ca, Mosca, Galleria Tretjakov

Dietro di lei di scorge dal buio di una grotta la figura più piccola della composizione: il Bambino infinito che i cieli non possono contenere è nato senza rumore. La Divinità nasce fragile, tenera e debole e la natura stessa nelle figure del bue e dell’asinello si volge a contemplarla e proteggerla. La sovrasta l’oscura grotta del peccato, notte delle passioni dell’uomo.

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

Nell’icona tutto è sincronia, movimento, contemporaneità del senso.

Magi e pastori sono raffigurati su lati opposti perché rappresentano diversi movimenti spirituali. Come scrive l’apostolo Paolo “i greci cercano la saggezza, gli ebrei cercano i miracoli”. Entrambi si muovono verso Dio.  

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

I tre Magi nell’angolo superiore a sinistra sono in dialogo fra loro, osservano il cielo per trovare la strada che li porterà al Messia.

Da sempre la filosofia è amore della sapienza Celeste. Ad osservare attentamente si nota che i Magi si differenziano per età: uno è giovane, l’altro è già maturo, il terzo è vecchio. Dopo tutto, puoi essere salvato a qualsiasi età, ma il più giovane dei saggi indica il bambino: è meglio trovare il Signore prima possibile.

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

I pastori sono più vicini alla Natività e uno degli angeli che li sovrasta si volge a loro e annuncia la nascita miracolosa. A differenza dei Magi, sapienti che sanno leggere il segno dei tempi,  gli ebrei trovano Dio non secondo ragionamento e ricerca ma per rivelazione.

I Magi sono raffigurati nella loro ascesa verso i misteri celesti. I loro sguardi si colgono in alto mentre al di sotto di loro tre angeli si colgono al contrario alla terra dove si compie il miracolo della discesa del Celeste fanciullo. Vola l’uomo verso l’alto, discende alla terra la Divinità.

Pavel Aleksandrovič Florenskij , figura straordinaria del mondo culturale d’inizio Novecento russo, fu matematico, teologo, filosofo. Lo ricordiamo qui come autore di un libro fondamentale, “Le Porte Regali. Saggio sull’Icona”, dove tutti i canoni con cui viene normalmente giudicata, indagata, insegnata e appresa l’analisi delle opere d’arte va, semplicemente, a gambe all’aria.

Come in un specchio rovesciato all’estremità opposta dell’icona la scena si ripete: ma qui pastori al contrario, attendono umilmente uno degli angeli rechi loro la buona novella, mentre altri due angeli sono in contemplazione della stella, che taglia verticalmente i tempi col suo triplice raggio divino. La nascita del bimbo segna un punto di non ritorno nelle ere celesti e terrestri. Ad essa si volgono in silenzio gli angeli, al contrario dei Magi in eterna conversazione. La filosofia è perenne movimento di scoperta. Le schiere angeliche al contrario si fermano attonite in pura contemplazione, che è fede che non chiede ragione della miracolo.

La Trinità di Andrej Rublëv . (Perché quest’opera è considerata il capolavoro dell’arte dell’icona? Quando non si può riassumere, meglio tacere … Non c’è alcun link a questa immagine: buona scoperta a chi vorrà approfondire!)

Nell’angolo in basso a sinistra c’è Giuseppe seduto in profonda riflessione. Accanto a lui in piedi c’è un uomo avvolto in una scura pelle di capra che pare suggerire a Giuseppe pensieri inquietanti. Al lato opposto dell’icona due donne apprestano il rito del Battesimo di un bimbo.  L’incontro col Divino ci pone sempre davanti a una tentazione: credere o dubitare? Giuseppe è rappresentato nel momento del dubbio, le donne al contrario accettano il mistero al punto di volerne farsene partecipi col rito del battesimo.

Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere, 1295-99

Di cosa ci parla l’icona del Natale?

La tradizione ortodossa nella sua simbologia sta a rappresentare il viaggio dell’uomo verso Dio e di Dio verso l’uomo. Se riuniamo al centro le linee che delimitano la grotta e il giaciglio di Maria vedremo formarsi un cuore. È nel cuore dell’uomo che nasce la Divinità. E il cuore stesso è zona della lotta spirituale, antro oscuro delle passioni o giardino intatto di purezza.

Dio discende all’uomo nella sua triplicità ipostatica (le triplici figure in alto a sinistra di angeli e Magi) e nella sua Divino – umanità (in basso a destra le duplici figure di pastori, donne e Giuseppe e il tentatore.

Umile preghiera che attende la rivelazione o ardita ascesa del pensiero: entrambe le vie possono condurre all’incontro della Divinità nel proprio cuore.

Gioia della fede o tormentosa incredulità, questa è la scelta che attende ogni uomo che abbia ricevuto l’angelico dono della visita del Divino nella propria anima.

Attendete senza perdere la fiducia o balzate arditamente a cavallo della vostra anima in cerca della strada che porta al senso della vostra vita! Tutto è possibile da quando la Divinità è scesa sulla terra: è questo l’appello silenzioso che ci giunge da Oriente.

A tutti, buon viaggio.

Wassily Kandinskij, In Blue, 1925, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

Microbibliografia

Salvatore Settis, La “Tempesta” interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto, Torino, Einaudi, 1978; Pavel Florenskij Le porte regali Saggio sull’icona (varie ed.); Vasilij Vasil’evič Kandinskij, Lo spirituale nell’arte (varie ed.); Andrej Tarkovskij , Martirologio. Diario 1970-1986, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2002

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arte e miniatura arte spirituale Diario del Lockdown presepi e natività Storia di Napoli tradizioni napoletane

Pazzo Ninno, che scendi dalle stelle!

Napoli, Natale 2020. Santi e pittori, preti e giornalisti, critici e poeti affollano il presepe misero e nobilissimo di Alfonso Maria de’ Liguori, dove il Natale è una stupefacente e paradossale opera d’arte universale

Definì Van Gogh in una lettera il Cristo “artista più grande di tutti gli artisti”, unico in grado di creare la propria opera non con tela e colori, ma con la propria, viva carne. Poco più in là nel tempo e nello spazio, dal carcere di Reading, Oscar Wilde scriveva all’ex amante la lunga confessione epistolare destinata a diventare il De Profundis: e proprio lui che più di tutti avrebbe incarnato il mito dell’arte-nella-vita, e dell’arte-per-l’arte, indica il vincolo “più intimo ed immediato tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista”. E ricordiamo ancora Wilde, a Napoli, alla fine della vita, che terrorizza una gran dama inglese amica di famiglia con la richiesta scandalosa di un aiuto economico per salvare i pochi denti che gli restavano in bocca. È lo stesso uomo che aveva scandalizzato Oxford con la sua eccentrica eleganza, eppure ci sta quasi più simpatico in questa veste imperfetta e obbrobriosa: strano, vero? E allora, dove finisce la bellezza e inizia la commozione per la miseria?  Al confine vibrante tra creazione e Creazione, ci muoviamo oggi per toccare la carne viva di un libro dall’apparenza severa e solenne, ma dall’animo tenero e fanciullesco. Un libro in cui, lo ammettiamo da subito, siamo felicemente immersi fino al collo anche noi del Museodivino.

Il Santo Natale Nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori  e nei presepi di Antonio Maria Esposito  Introduzione di José Tolentino de Mendonça, Postfazione di Carlo Ossola. Olschki Editore, 2020

Non è nostra intenzione recensire questo volume: altri più adatti di noi l’han fatto* e forse lo faranno. Ve lo vogliamo semplicemente presentare come l’invitato prediletto alla festa di Natale del Museodivino. Festa quest’anno forzatamente virtuale, ma non per questo meno sentita e calorosa …

www.museodivinonapoli.it
Il museo è chiuso ma vivo …

Iniziamo dunque a raccontare chi è questo signore che si aggira tra gli invitati, con l’aria seria e lo sguardo vivace – e iniziamo, com’è ovvio, dalla biografia dell’autore, e precisamente da quando un’insopprimibile implosione d’animo cambiò la vita di un giovane, promettente ragazzo della Napoli “bene” del Settecento.

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza” – con variabile inattesa

 by Lea Vagner

“Giustizia, Verità, Fedeltà, Diligenza e Scienza”. Ecco i concetti ai quali il sedicenne Alfonso Maria de Liguori tentava di attenersi quando, all’alba del secolo dei Lumi, ripeteva i dodici comandamenti dell’avvocato che voleva essere: coscienzioso e con l’unico scopo di ristabilire la giustizia. Venir meno a una di queste sue regole di etica professionale non avrebbe soltanto significato perdere la credibilità che in giovane età gli era già stata data. Rischiava anche di danneggiare il cliente a lui affidato, per esempio accettando una causa che sfidasse i limiti della sua competenza, oppure usando di mezzi ingiusti per difenderla.

Iscritto all’Università a soli dodici anni, avviato a una brillante carriera nell’avvocatura, Alfonso frequenta a quei tempi un gruppo di giovani, tutti profondamente cattolici, che si schierano apertamente contro la corruzione nella Chiesa; la sua posizione è più moderata, ma mai sbilanciata del tutto dalla parte dello Stato, di cui intuisce l’ostinata difesa di interessi di potere.

Ed è proprio dopo aver preso parte a una causa ingiusta che la differenza tra il diritto scritto e quella che ritiene essere la Giustizia gli si palesa in tutta la sua gravità – ed è lo stesso momento in cui l’afflato che lo insegue da tempo gli si fa chiaro: “lascia il mondo, donati a me”. Questo è quanto al giovane parve di sentire mentre usciva dal tribunale, prima di arrendersi di fronte all’evidenza e rispondere: “eccomi, fate di me quello che volete”.

Sarà soprattutto il padre a scagliarsi contro la sua scelta, forse per via del futuro promettente che aveva in serbo per lui, dopo che molti suoi fratelli e sorelle si erano dedicati alla vita religiosa. Alfonso non era un giovane qualsiasi: primogenito di una famiglia nobile, aveva frequentato le migliori scuole tra cui, per dar la misura, quella di Francesco Solimena – sviluppando un gusto per l’arte, particolarmente quella musicale, che non lo abbandonerà mai del tutto. Ed erano state soprattutto la precocissima attitudine allo studio e la buona riuscita nella sua prima carriera ad aver fatto ben sperare il genitore. Ma l’etica si era così saldamente intrecciata alla vocazione religiosa che a nulla sarebbero valse le sue riserve: a trent’anni, nel 1726, Alfonso viene ordinato sacerdote per iniziare la vita che più ritiene in linea con i propri ideali di giustizia e di rettitudine.

Dopo averlo accompagnato nel passaggio da un mondo all’altro, salutiamo il giovane prete destinato a diventare santo, mentre inizia la sua predicazione a Napoli, sui gradini della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi …

Il Sangue che si scioglie tra i Cattivi

Special guest: Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli e Museodivino ospiti di Luigi Carrara per una bella chiacchierata sul volume Il Santo Natale

Storico giornalista del Mattino, Pietro Treccagnoli si è fatto cordialmente rapire dal Museodivino per accompagnarci a presentare Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori e nei presepi di Antonio Maria Esposito. Cosa significa per un napoletano tenere tra le mani questo libro?

Significa, per riassumere il suo articolatissimo intervento, accedere a un intero mondo di rapporti tra arte, spiritualità e popolo, che a Napoli si intrecciano in forme straordinarie e uniche. In principio ci fu il grande teatro religioso popolare del Seicento, dove “fra un angelo, un pastore e un Re Magio c’era sempre anche Pulcinella” e in cui i poveri sognavano un paradiso di perenni e inesauribili ghiottonerie. Come un fiume che straripa e morendo fa nascere nuovi torrenti, da queste rappresentazioni sacre intessute di profano prendono vita due figli maggiori che sopravvivono tutt’oggi: la Cantata dei Pastori, e sua maestà il Presepe. Caduta quasi in disgrazia ma recuperata nel secondo ‘900 da figure del calibro di Roberto De Simone, Peppe Barra, Eugenio Bennato e Carlo Faiello, la Cantata dei Pastori vede la luce nel 1699, quando Alfonso Maria ha tre anni. Quanto al presepe napoletano, la sua storia è tanto vasta che se n’è potuto appena fare un accenno, piccolo ma fondamentale: e cioè che il presepe non nasce come l’oggetto statico che noi conosciamo, ma come memoria di un evento dinamico, coinvolgente e totalizzante quale la sacra rappresentazione.

Una sola immagine per simboleggiare l’immenso lavoro che un’intera generazione di artisti e studiosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta ha fatto per salvare lo sterminato patrimonio della cultura popolare italiana: per preservarla, ricuperarla, e renderla sempre viva e vivificante.

È in questo contesto in cui la fede chiede aiuto all’arte per parlare a tutti, e in cui l’arte ha bisogno del sostegno economico della chiesa per poter vivere (approfittando magari della rivalità tra i vari ordini religiosi fioriti nel Seicento!) che cresce il nostro Sant’Alfonso. Nostro, perché come i più cari padri della Chiesa entra nel quotidiano, e quindi “se hai il torcicollo ti dicono che sembri Sant’Alfonso” … Nostro, perché pure lui, come San Gennaro, ha fatto il miracolo dello scioglimento del sangue: succedeva in una piccola chiesetta a fianco al Conservatorio di San Pietro a Majella, quella in cui si raccoglievano i fondi per il riscatto dei cristiani prigionieri dei musulmani (da ciò il nome Santa Maria della Redenzione dei Cattivi, da captivus, prigioniero).

E “nostro” anche perché vuole e sa modulare la sua voce in rapporto agli interlocutori, mettendo la sua sterminata e altissima cultura laica e religiosa al servizio di tutti: come in Quanno Nascette Ninno (in italiano Tu scendi dalle stelle), dove la soave melodia a portata di ogni voce – dal coro della parrocchia sotto casa alle grandi orchestre fino a grandi voci come Mina e Pina Cipriani – accoglie un testo semplice, intenso, e napoletanissimo, in cui il Bimbo è “arravugliato” nelle fasce … Ma non bisogna farsi ingannare da questa freschezza di espressione. Come il Ninno che scende dalle stelle, immenso e onnipotente Creatore che si “riduce” a creatura, così anche la sterminata arte retorica di Sant’Alfonso, attraverso un lavoro faticoso e complesso, si fa semplice, umile, comprensibile a tutti. E quella che altrove sarebbe stata pesante ed esibita citazione dal passo biblico sulla pace universale sboccia in questi dolcissimi versi: No ‘nc’erano nemmice pe la terra / La pecora pasceva cu ‘o lione / Cu ‘o capretto – se vedette / ‘O liupardo pazzeà …

E ora, salutato il caro Pietro Treccagnoli**, un ultimo salto prima della Nascita del Ninno…

Enzo Avitabile e la sua splendida cantata del Ninno, tra poema e canto, tra Settecento e Novecento … (clicca sull’immagine per sentire)
Quanno nascette Ninno …

Napoli, “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”

Vico Donnaregina , centro antico. Due bimbe studiano sull’asse da stiro fuori alla propria abitazione. Photo by Sergio Siano

Ogni opera d’arte è per vocazione anche un luogo di raccolta, in cui si incontrano attraverso il tempo e lo spazio tutti coloro che l’hanno vissuta, che l’hanno studiata, che hanno cercato di scoprirne le profondità e i significati, che l’hanno presa a guida e conforto nella vita. “Ho sempre sperato che non fossero solo parole”, scriveva Dostoevskij, indicando la vocazione attiva dell’arte a incidere positivamente nella realtà del cuore umano, luogo per lui destinato alla feroce e appassionante battaglia tra demoni e angeli.

Una pagina autografa dei Demoni di Dostoevskij

Nel clima natalizio delle novene di Sant’Alfonso, questa guerra spirituale è presente soprattutto al principio, nei primi discorsi, quando rivolgendosi come spesso avviene direttamente al Creatore, esclama: “[gli uomini] amano i parenti, amano gli amici, amano anche le bestie; se da quelle rice­vono qualche segno d’affetto, cercando di rimunerarcelo; e poi solo con voi sono così disamorati e sconoscenti? Ma oimè ch’io accusando quest’ingra­ti, accuso me stesso, che peggio degli altri v’ho trattato…” (Il Santo Natale nella novena di Alfonso Maria de’ Liguori )

Discorso dopo discorso, affrontando passo a passo la grandezza, la potenza, la gloria di un Dio che si fa piccolo, inerme, disprezzato, che perde la sua beatitudine infinita per diventare “miserello” come noi, il clima si va sempre più stemperando in una effusione d’affetto e stupefazione per questo Padre tenero e accorato, che non sa più che fare per dimostrare il suo amore, e che “quasi vien meno per la consolazione e tenerezza” quando ritrova il figlio perduto.

Ma, come abbiamo già detto, non è nostra intenzione recensire questo volume, e non solo perché lasciamo questo lavoro a chi davvero lo sa fare*, ma anche perché, semplicemente, è tardi. È tardi perché la novena è discorso di preparazione al Natale. È il tempo dell’attesa. È il dolce e doloroso lavoro che tocca a chi voglia arrivare a un appuntamento avendo chiarito in sé il senso profondo di quell’incontro – e noi siamo probabilmente, chi più, chi meno, in ritardo. Eppure, la generosità di questo testo è sovrabbondante, e nasce forse, come ci ricorda Carlo Ossola nella sua bella recensione***, dal terreno stesso di questa “stupenda e tormentata capitale del Mediterraneo”, questa Napoli che sa contrapporre alle facili illusioni la crudezza della realtà, e poi la verità del sogno.

È già un piccolo miracolo che tu, lettore, lettrice, stia leggendo questo articolo nel bel mezzo del 24 dicembre di un anno come il 2020. Siamo già una minuscola, imprevista comunità che accorre, seguendo i passi del giovane Alfonso Maria, verso un luogo strano: dove un Artista folle, geniale e infinitamente consapevole iniziò un tempo la sua opera d’arte più paradossale – grazie alla quale possiamo ora amare Wilde non solo nel suo elegante splendore, ma anche quando, scalcagnato e imperfetto, ci chiede una mano. Buona Veglia!

Museodivino

* Il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato in anteprima la bella presentazione di Filippo Polenchi, in cui si staglia la figura di Sant’Alfonso a cavallo tra controriforma e secolo dei lumi. * Alessandro Zaccuri su Agorà/Avvenire pone l’accento sulle due parole ricorrenti nelle novene: “pargoletto”, ovvero lo spazio minuscolo del corpo d’infante in cui l’Essere infinito si incarna, e “allegramente”, perché nonostante le sue miserabili circostanze questa nascita è proposta di affettuosa letizia. *Sull’Osservatore Romano, Maurizio Schoepflin accoglie la pregnanza della pubblicazione, che ci fa ri-conoscere l’importante figura letteraria e spirituale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, degno di uscire dai confini dello specialismo del Settecento.

** Rimandiamo chi vuol sentire l’intervento intero a questo link, e al blog L’Arcinapoletano chi vuol seguire i pensieri del signor Treccagnoli. A cui invieremo la trascrizione del nostro incontro da correggere, perché se ne possa usufruire tutti, e a cui inviamo oggi il nostro più caro augurio di buon Natale

*** E infine, Carlo Ossola dalla Domenica del Sole 24 Ore, fa del testo del De’ Liguori accostato ai presepi di Antonio Maria Esposito la porta verso un’idea di Natale “più presente e vera”, lontana dai fasti e dalle illusioni, per tornare a cibarsi, con il popolo napoletano, “di poco pane e di mirabili sogni”.

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Botticelli e Dante presepi e natività tradizioni napoletane

Caravaggio o Botticelli? Questa è la domanda del Natale

Museodivino ha trascorso le ultime feste di Natale insieme a ben undici artisti tra i più prestigiosi ad aver rappresentato la Natività. Diverse per stile, epoca e concezione, queste opere esprimono dei punti di vista a volte ben radicati in una tradizione secolare, mentre altre volte si distaccano completamente dai canoni. Un soggetto comune, quasi universale, e una moltitudine di interpretazioni.

Con l’intento di esaminare questi aspetti variegati da più vicino, abbiamo deciso di lanciare un contest con una domanda precisa: che cosa chiedete voi all’arte, oggi? Di rappresentare la realtà, sia nella sua bellezza che nel suo aspetto più crudo, o un ideale verso il quale tendere? Per rispondere, i partecipanti potevano scegliere ogni settimana fra due rappresentazioni della Natività quale, a loro parere, fosse più adatta a raccontare il nostro tempo. Tra gli artisti in corsa, solo nomi prestigiosi: Leonardo, Mantegna, Giotto, Botticelli e Caravaggio per i grandi maestri italiani, El Greco e Bosch per i più fantasiosi, Bruegel e Rubens per i nordici. Ma anche Gauguin, con la rappresentazione più insolita, e Chagall per la Natività…che non è una Natività.

Botticelli o Caravaggio?

È stata una sfida tra titani ad aprire questa prima parte del contest: la colorata e festosa Adorazione dei Magi di Botticelli “affrontava” quella molto più sobria di Caravaggio. La decisione è inappellabile: i partecipanti hanno nettamente preferito l’opera del Caravaggio, datata 1609. Vi possiamo vedere Maria, sdraiata in una stalla cupa e spoglia guardare amorevolmente il suo bambino appena nato, sotto lo sguardo non meno tenero dei pastori e di San Giuseppe. Per motivare la scelta, una partecipante scrive che “il grande Lombardo ha rappresentato una scena più realistica”, in completa opposizione con il susseguirsi di protagonisti festanti e alla gioia che emana dal quadro del pittore toscano.

Adorazione dei Magi, Sandro Botticelli, 1475-1476, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.

Leonardo o Rubens?

Andiamo avanti con due opere monumentali: l’Adorazione dei Magi incompiuta di Leonardo, o la Natività luminosa di Rubens? A sorpresa forse, il maestro italiano e la sua opera giudicata inquietante e rappresentativa dei nostri tempi bui da un partecipante sono stati battuti dal pittore fiammingo che, secondo un altro votante, “non ha nemmeno bisogno di essere elogiato”. La luce che emana dal bambino appena nato partecipa a “trasmettere gioia e serenità” sul viso dei personaggi, e di noi spettatori che contempliamo la grazia in questa Natività intimista.

Adorazione dei Magi, Leonardo da Vinci, 1481-1482, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei pastori (“La notte”) Pieter Paul Rubens, 1608, Pinacoteca civica di Fermo.

Mantegna o Giotto? Bruegel o Bosch?

La settimana seguente, l’Adorazione dei Magi di Mantegna vince su quella di Giotto. L’estasi dei Re Magi di fronte al piccolo bambino ha convinto i partecipanti, molto più della solenne processione in mezzo al deserto dei protagonisti dell’opera trecentesca.

Questa sfida però non ha appassionato i partecipanti quanto quella che ha messo a confronto due maestri fiamminghi, che a distanza di un secolo l’uno dall’altro crearono due Natività dalle caratteristiche molto particolari: entrambe opere misteriose e da osservare con estrema attenzione per poterne distinguere gli infiniti dettagli.

Da un lato, l’Adorazione dei Magi nella Neve di Bruegel: una scena che a prima vista sembra un semplice paesaggio innevato, come se il grande evento che si stesse preparando non avesse bisogno di fare così tanto rumore. Dall’altro, un trittico di Bosch, che inserisce nella sua Adorazione dei Magi dei particolari quanto meno bizzarri, come questa donna aggredita da un lupo in sottofondo, oppure questo cacciatore che sta morendo schiacciato dal peso di un orso. Dopo una lunga battaglia, i partecipanti votano per l’opera di Bosch, più “adatta nonostante il paesaggio irreale”.

Adorazione dei Magi, Andrea Mantegna, 1497-1500, Getty Museum, Los Angeles, USA.
Natività di Gesù, Giotto, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova.
Adorazione dei Magi nella neve , Pieter Bruegel il Vecchio, 1563, collezione Oskar Reinhart, Villa Am Römerholz, Zurigo, Svizzera.
Trittico dell’Adorazione dei Magi , Hieronymus Bosch, Museo del Prado di Madrid, 1485-1500 circa

Gauguin o Chagall?

Mancano due settimane alla prossima tappa del contest: non potevano mancare le Natività insolite. Paul Gauguin ne dipinse una nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi in Polinesia francese. A prima vista, e senza guardare il titolo, è difficile intuire che si tratti proprio di una Natività.

Eppure, a ben vedere, gli indizi sono molti: l’aureola che circonda le teste della madre e del bambino, le ali verdi della donna angelo e il bue in sottofondo sono chiari riferimenti alle Natività più tradizionali. Ma secondo varie interpretazioni, il bambino di Gauguin compie il cammino contrario. Non si tratta di una Natività classica, bensì della sublimazione di un terribile episodio vissuto dall’artista. A questa scena tragica, i partecipanti hanno preferito seguire la Madonna del Villaggio di Chagall nella sua processione di pace e serenità, accompagnata dagli angeli e dalle trombe.

Te Tamari No Atua (La Nascita di Cristo, figlio di Dio), Paul Gauguin, 1896, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera, Germania.
La Madonna del Villaggio, Marc Chagall, 1938-1942, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid, Spagna.

El Greco o… El Greco?

Per chiudere in bellezza questa prima parte del contest, non potevamo non mettere una delle Natività di El Greco. Ma come sceglierne una sola? Abbiamo delegato la responsabilità della scelta ai partecipanti proponendone due, con dei punti di vista molto diversi nonostante le opere fossero state dipinte dallo stesso artista. Nella prima, noi spettatori ci troviamo al posto del bue, testimoni discreti di una scena familiare intima. Nell’altra invece, celebriamo insieme ai tanti personaggi dai corpi deformi e dalle vesti di colore vivido la nascita del bambino, immersi in un’atmosfera fantasiosa. Questa Natività, che provoca nello spettatore un senso di meraviglia, come se l’evento fosse troppo bello per essere vero, vince la sfida.

L’Adorazione dei pastori, El Greco, 1612-1614, Museo del Prado, Madrid, Spagna.
Natività, El Greco, 1597-1603, Illescas, Santuario di Nostra Signora della Carità.

E il vincitore è…

Dando un’occhiata veloce ai risultati, è facile notare che l’estasi, la pace, la gioia e la serenità prevalgono su ogni altro sentimento. È di questo che abbiamo bisogno oggi? È quello che chiediamo all’arte? La risposta non tarderà ad arrivare. Dopo aver messo a confronto le due opere seicentesche di Rubens e Caravaggio, di Mantegna e di Bosch, e le due Natività atipiche di El Greco e di Chagall, ci siamo ritrovati in finale con un trio di spicco. El Greco, Mantegna e Caravaggio si sono disputati il primo posto, fino alla decisione finale dei partecipanti che hanno eletto… l’Adorazione dei Pastori del Caravaggio.

Secondo voi, che cosa rivela questa scelta del nostro tempo? Secondo noi, è la vittoria dell’umiltà sul fasto, della serenità sulla gioia frenetica, della felicità per le piccole cose sulle feste grandiose. È l’autentico contro la superficialità, l’essenziale contro la sfavillante fantasia.

Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.