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I Magi siamo noi!

Andrej Rublëv, Raffaello e Giorgione, Kandinski e Tarkovskij, e l’invisibile torre di Tatlin … tra Epifania italiana e Natale russo, un viaggio nell’arte dell’icona e nel suo avvolgente movimento verso il divino

Noiosa introduzione storica – prima parte

L’Epifania, ci avverte Wikipedia, è “una delle massime solennità dell’anno liturgico, come la Pasqua, il Natale e la Pentecoste”. Perché? Perché è la festa in cui si celebra il manifestarsi della Divinità, in cui ciò che era nascosto, intuito, eppure ancora avvolto nei dubbi, ci si mostra in modo tale da superare le nostre incertezze. Oggi è anche la Vigilia del Natale per gran parte del cristianesimo ortodosso: due diverse feste si sfiorano dunque oggi al crocevia tra i diversi calendari liturgici. Ma questo accade anche, molto spesso, nelle più grandi opere d’arte: dove il Natale e l’Adorazione dei Magi possono convivere nello spazio mistico di una piccola tavola di legno, o di un guscio di pistacchio.

I lettori ci perdoneranno se iniziamo con un’immagine dal nostro Museodivino: questo presepe in geode di quarzo nero è presepe a tutti gli effetti secondo le intenzioni del suo autore, ma rappresenta al contempo i Magi in adorazione del “Ninno”. Possiamo dunque vedere Natale ed Epifania convivere nello stesso spazio, circondati da una notte lucente di stelle ©Giorgio Cossu/Museodivino

Noiosa introduzione storica – seconda parte

Natale ed Epifania sono spesso compresenti nelle opere d’arte, ma questo non significa che avvengano nello stesso momento: significa che i nostri normali schemi di lettura delle immagini, di fronte ad alcune raffigurazioni, devono cedere il passo a un altro sguardo. E anche che il significato della presenza di un personaggio in un certo angolino di un quadro, può scompaginare tutto ciò che credevamo di sapere, e dare nuova luce e nuova vita a un’opera d’arte, e forse anche a noi. Vogliamo quindi celebrare oggi anche l’arte dell’interpretazione dell’arte, ovvero l’ermeneutica, con un vero e proprio tuffo nello spazio infinito dell’icona.

Giorgione è senza dubbio uno dei pittori più enigmatici della storia dell’arte. Non solo non ci sono opere autografe, ma di alcuni dei suoi quadri (sempre che siano suoi!) non si è neppure certi di cosa esattamente venga rappresentato. Le investigazioni attorno alle sue opere possono affascinare anche i dilettanti, perché come diceva Federico Zeri spesso la storia dell’arte è una specie di “caccia all’assassino”, più divertente di un romanzo giallo. L’opera qui riprodotta è nota come “I Tre Filosofi”, ma nel suo splendido La Tempesta Intepretata Salvatore Settis propone che invece in essa Giorgione abbia voluto rappresentare i tre Magi, a un passo dalla Grotta.

Noiosa introduzione storica – terza e ultima parte

Qual è l’immagine che ci attraversa la mente quando sentiamo la parola “icona”? … A parte i simboletti di FB e di IG, ognuno di noi ha la sua icona: Marilyn Monroe, Maradona, Ariana, John Travolta ne La Febbre del Sabato Sera … Ovviamente, oggi ci occuperemo di un altro tipo di icona – o meglio dell’autentica icona, quella da cui i nostri simboletti FB o le nostre pop star hanno poi preso in prestito (o rubato!) la definizione.

Andy Warhol, The Shot Marilyns, 1964
Warhol non negò mai il suo debito nei confronti dell’arte delle icone, da cui estrapolò alcuni punti essenziali: la riproduzione seriale, l’uso simbolico e non realistico dei colori, la raffigurazione di un oggetto di culto, anche se chiaramente in chiave profana. E accadde proprio come con le icone: che le immagini stesse diventarono, in brevissimo tempo, oggetto di culto.

Benché le icone siano tra le più antiche forme di arte cristiana, si può dire che in un certo senso, con il presepe di San Francesco del 1223 rappresentato da Giotto, il loro immenso patrimonio di forme e significati scompaia dalla storia dell’arte. Sarà solo nel 1904 che l’icona tornerà a parlarci, dopo secoli, quando venne restaurata la Trinità di Andrej Rublev – una delle più alte espressioni dell’arte spirituale di tutti i tempi. Questo evento, come ci dice la nostra cara Wikipedia, segnò la riscoperta dell’icona da parte dell’estetica moderna e nei primi dieci anni del ‘900 le icone diventarono “l’ossessione dell’intellighenzia russa”. Un intero sistema di significazione e di raffigurazione rientra nel mondo dell’arte, esplodendo nei concerti visivi di Kandinskij, nelle danze dei colori di Matisse, nelle spirali verticali di Tatlin.

La Torre di Tatlin, che non fu mai costruita, fu ideata per celebrare la vittoria della Rivoluzione Russa. Eppure, Tatlin nasce come pittore di icone: e ci pare che da lì tragga anche la vertiginosa verticalità di quest’opera irrealizzata, che inneggia a quanto di più lontano si possa immaginare dalla quiete del Natale ortodosso.

Ma di tutto questo non parleremo oggi. L’introduzione storica è già durata troppo. L’informazione non è conoscenza. Lasciamoci piuttosto guidare dalle parole di Sara d’Ippolito, come nuovi e smarriti re Magi, alla scoperta di queste porte spalancate verso l’infinito. (S.C.)

L’icona di Natale: un viaggio cifrato verso la Divinità

di Sara d’Ippolito

Nella tradizione ortodossa arte spirituale per eccellenza è l’arte dell’icona. Teologia per immagini, preghiera incarnata,  l’icona concentra l’occhio e la mente attraverso una bellezza dotata di senso. L’icona ortodossa del Natale rivela una comprensione della nascita di Cristo che di discosta dall’interpretazione occidentale.

Nella nostra tradizionale iconografia al centro della Natività si pone il bambino circondato da Maria e Giuseppe (ovvero la cosiddetta Sacra Famiglia). È questa un’immagine pienamente umana della nascita di un bambino Divino.

Raffaello Sanzio, Sacra Famiglia con palma, 1506 circa, Edimburgo, National Gallery of Scotland

Nella tradizione orientale al centro dell’opera risalta in primo luogo la figura della Madre di Dio. È lei stessa il “luogo” in cui si compie la Natività. Rappresentata subito dopo il parto la Vergine riposa pensosa, lo sguardo attento ripiegato in se stesso. La Madre di Dio è raffigurata racchiusa in una sorta di rosso involucro, “hortus conclusus”, fonte sigillata del Cantico dei Cantici, porta che si è aperta per accogliere la Divinità rimanendo mirabilmente intatta e chiusa al mondo.

Icona della Nascita di Cristo, allievi di Andrej Rublev, 1410 ca, Mosca, Galleria Tretjakov

Dietro di lei di scorge dal buio di una grotta la figura più piccola della composizione: il Bambino infinito che i cieli non possono contenere è nato senza rumore. La Divinità nasce fragile, tenera e debole e la natura stessa nelle figure del bue e dell’asinello si volge a contemplarla e proteggerla. La sovrasta l’oscura grotta del peccato, notte delle passioni dell’uomo.

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

Nell’icona tutto è sincronia, movimento, contemporaneità del senso.

Magi e pastori sono raffigurati su lati opposti perché rappresentano diversi movimenti spirituali. Come scrive l’apostolo Paolo “i greci cercano la saggezza, gli ebrei cercano i miracoli”. Entrambi si muovono verso Dio.  

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

I tre Magi nell’angolo superiore a sinistra sono in dialogo fra loro, osservano il cielo per trovare la strada che li porterà al Messia.

Da sempre la filosofia è amore della sapienza Celeste. Ad osservare attentamente si nota che i Magi si differenziano per età: uno è giovane, l’altro è già maturo, il terzo è vecchio. Dopo tutto, puoi essere salvato a qualsiasi età, ma il più giovane dei saggi indica il bambino: è meglio trovare il Signore prima possibile.

Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966

I pastori sono più vicini alla Natività e uno degli angeli che li sovrasta si volge a loro e annuncia la nascita miracolosa. A differenza dei Magi, sapienti che sanno leggere il segno dei tempi,  gli ebrei trovano Dio non secondo ragionamento e ricerca ma per rivelazione.

I Magi sono raffigurati nella loro ascesa verso i misteri celesti. I loro sguardi si colgono in alto mentre al di sotto di loro tre angeli si colgono al contrario alla terra dove si compie il miracolo della discesa del Celeste fanciullo. Vola l’uomo verso l’alto, discende alla terra la Divinità.

Pavel Aleksandrovič Florenskij , figura straordinaria del mondo culturale d’inizio Novecento russo, fu matematico, teologo, filosofo. Lo ricordiamo qui come autore di un libro fondamentale, “Le Porte Regali. Saggio sull’Icona”, dove tutti i canoni con cui viene normalmente giudicata, indagata, insegnata e appresa l’analisi delle opere d’arte va, semplicemente, a gambe all’aria.

Come in un specchio rovesciato all’estremità opposta dell’icona la scena si ripete: ma qui pastori al contrario, attendono umilmente uno degli angeli rechi loro la buona novella, mentre altri due angeli sono in contemplazione della stella, che taglia verticalmente i tempi col suo triplice raggio divino. La nascita del bimbo segna un punto di non ritorno nelle ere celesti e terrestri. Ad essa si volgono in silenzio gli angeli, al contrario dei Magi in eterna conversazione. La filosofia è perenne movimento di scoperta. Le schiere angeliche al contrario si fermano attonite in pura contemplazione, che è fede che non chiede ragione della miracolo.

La Trinità di Andrej Rublëv . (Perché quest’opera è considerata il capolavoro dell’arte dell’icona? Quando non si può riassumere, meglio tacere … Non c’è alcun link a questa immagine: buona scoperta a chi vorrà approfondire!)

Nell’angolo in basso a sinistra c’è Giuseppe seduto in profonda riflessione. Accanto a lui in piedi c’è un uomo avvolto in una scura pelle di capra che pare suggerire a Giuseppe pensieri inquietanti. Al lato opposto dell’icona due donne apprestano il rito del Battesimo di un bimbo.  L’incontro col Divino ci pone sempre davanti a una tentazione: credere o dubitare? Giuseppe è rappresentato nel momento del dubbio, le donne al contrario accettano il mistero al punto di volerne farsene partecipi col rito del battesimo.

Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere, 1295-99

Di cosa ci parla l’icona del Natale?

La tradizione ortodossa nella sua simbologia sta a rappresentare il viaggio dell’uomo verso Dio e di Dio verso l’uomo. Se riuniamo al centro le linee che delimitano la grotta e il giaciglio di Maria vedremo formarsi un cuore. È nel cuore dell’uomo che nasce la Divinità. E il cuore stesso è zona della lotta spirituale, antro oscuro delle passioni o giardino intatto di purezza.

Dio discende all’uomo nella sua triplicità ipostatica (le triplici figure in alto a sinistra di angeli e Magi) e nella sua Divino – umanità (in basso a destra le duplici figure di pastori, donne e Giuseppe e il tentatore.

Umile preghiera che attende la rivelazione o ardita ascesa del pensiero: entrambe le vie possono condurre all’incontro della Divinità nel proprio cuore.

Gioia della fede o tormentosa incredulità, questa è la scelta che attende ogni uomo che abbia ricevuto l’angelico dono della visita del Divino nella propria anima.

Attendete senza perdere la fiducia o balzate arditamente a cavallo della vostra anima in cerca della strada che porta al senso della vostra vita! Tutto è possibile da quando la Divinità è scesa sulla terra: è questo l’appello silenzioso che ci giunge da Oriente.

A tutti, buon viaggio.

Wassily Kandinskij, In Blue, 1925, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

Microbibliografia

Salvatore Settis, La “Tempesta” interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto, Torino, Einaudi, 1978; Pavel Florenskij Le porte regali Saggio sull’icona (varie ed.); Vasilij Vasil’evič Kandinskij, Lo spirituale nell’arte (varie ed.); Andrej Tarkovskij , Martirologio. Diario 1970-1986, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2002

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presepi e natività Storia di Napoli

Un presepe dal mare: l’origine del mondo in una conchiglia

Un presepe dal mare

Dopo la passeggiata tra le fiamme dell’Inferno sulle spiagge di Jesolo, vi riportiamo a Napoli, in pieno centro storico. Lì, in via Capitelli, l’antichissima ottica aperta nel 1802 dallo scienziato-letterato Raffaele Sacco: tra i vari strumenti, la famiglia conserva anche un bene a dir poco insolito da ricordare nel bel mezzo delle vacanze estive. Si tratta di un presepe, per di più perfettamente ancorato nella tradizione partenopea: dall’annunciazione ai pastori fino alla nascita del Bambino in una grotta posta al centro della scena passando dai commensali dell’osteria, non manca nulla.

Strana idea, quindi, quella di presentarvi una Natività proprio il giorno di Ferragosto, mentre il Natale sembra così lontano? Non tanto, se precisiamo che il presepe della Casa Sacco venne quasi interamente realizzato in conchiglie, cozze e vongole, e presentato su una pianta circolare, alla maniera del più classico dei castelli di sabbia.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Raffaele Sacco, lo scienziato-poeta che omaggia la tradizione partenopea

Seguendo la lunga tradizione dei medici-umanisti, dedicando la propria vita alla scienza quanto alla cultura, Raffaelle Sacco ha lasciato un segno indelebile nella storia partenopea. Non solo perché l’attività, ripresa dai discendenti – la famiglia Carelli – esiste tutt’ora, ma anche perché quell’ottico all’avanguardia è l’autore della famosissima “Te voglio bene assaje e tu nun pienze a me“, la canzone che ha attraversato i secoli e i confini della città di Napoli.

Ma se oggi ricordiamo Raffaele Sacco, non è né per il suo capolavoro musicale, né perché ha rivoluzionato il mondo dell’ottica con l’invenzione dell’aletoscopio destinato a verificare l’autenticità dei bolli, bensì perché ha lasciato in eredità alla propria famiglia una tradizione che tutt’ora viene conservata: quella del presepino di mare, quasi interamente fatto di conchiglie se si escludono i pastorelli realizzati in creta.

Per la creazione di questo suo presepe, Raffaele Sacco usa un materiale che sulle spiagge campane non manca: conchiglie, cozze, vongole e lumache, come elencati dallo scrittore Gennaro Borrelli nel libro da cui è tratto il titolo di questo articolo, “Un presepe dal mare, il presepe della famiglia Sacco”. Come quando il sacerdote Antonio Maria Esposito, l’artista dei presepi in miniatura custoditi negli spazi del Museodivino, andava per il Monte Faito a raccogliere degli elementi naturali per creare i suoi minuscoli presepi, così Raffaele Sacco si avvaleva di un materiale comune per raccontare la bellezza semplice della Natività ed omaggiare la natura anche in un presepe affollato e festante, strettamente legato alla tradizione partenopea.

Insieme della composizione del “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco – foto di Massimo Velo.

Il tempo che passa e la resurrezione della natura

Dai personaggi vestiti alla moda seicentesca ai giubbotti dei giacobini che forse gli ricordano il suo primo maestro, il prete Marcello Scotto, vittima della caduta della Repubblica Napoletana nel 1799, fino alle “mosse e ampie gonne delle contadine” dell’Ottocento, il presepe della Casa Sacco sembra attraversare i secoli della storia partenopea. L’opera si presenta su una base che “elenca” tutti i materiali che vengono usati per formare le varie componenti del presepe.

Lì, la natura sembra adeguarsi al desiderio dell’artista: le conchiglie diventano i piatti dentro i quali mangiano gli ospiti dell’osteria, le telline bianche e rosa sono i fiori del monte e perfino i gusci delle cozze, sotto la luce, imitano il fuoco acceso dell’osteria. I sentieri sono invece fatti di sabbia vulcanica, simbolo del tempo che passa come il presepio è simbolo di rigenerazione. In effetti, per citare Roberto De Simone nel suo libro “Il presepe popolare napoletano”, la nascita del Bambino simboleggia la speranza che, dopo un lungo inverno, la natura possa risorgere.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio) – foto di Massimo Velo.

L’origine del mondo in una conchiglia

E, a pensarci bene, quale materiale è più adatto di una conchiglia per rappresentare la nascita di Cristo? Secondo Botticelli, di cui ci siamo già occupate quando abbiamo studiato la figura della Matelda raccontata da Dante (sarebbe proprio lei, la Flora della famosa Primavera!), anche Venere nasce dentro una conchiglia, vero e proprio simbolo dell’origine del mondo. Ma non solo: rappresenta anche la fecondità, e grandi artisti rinascimentali come Piero della Francesca nella sua Pala di Brera hanno dipinto il Bambino e sua madre, al sicuro sotto un’enorme conchiglia.

Nascita di Venere (dettaglio), Sandro Botticelli, 1483-1485, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Pala di Brera, Piero della Francesca, 1472-1473, Pinacoteca di Brera, Milano.

Nel presepe della Casa Sacco, nella scena più dolce di tutta l’opera, la capanna che fa da riparo al Bambino appena nato è circondata da piccoli rami di corallo rosso, colore del sangue e della vita.

Il “presepino di conchiglie” della famiglia Sacco (dettaglio)- foto di Massimo Velo.
Fonti

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Un presepe dal mare – il presepe della famiglia Sacco” di Gennaro Borrelli, consultabile al Museodivino.
“Storia delle Conchiglie”, Settemuse.it.

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Botticelli e Dante presepi e natività tradizioni napoletane

Caravaggio o Botticelli? Questa è la domanda del Natale

Museodivino ha trascorso le ultime feste di Natale insieme a ben undici artisti tra i più prestigiosi ad aver rappresentato la Natività. Diverse per stile, epoca e concezione, queste opere esprimono dei punti di vista a volte ben radicati in una tradizione secolare, mentre altre volte si distaccano completamente dai canoni. Un soggetto comune, quasi universale, e una moltitudine di interpretazioni.

Con l’intento di esaminare questi aspetti variegati da più vicino, abbiamo deciso di lanciare un contest con una domanda precisa: che cosa chiedete voi all’arte, oggi? Di rappresentare la realtà, sia nella sua bellezza che nel suo aspetto più crudo, o un ideale verso il quale tendere? Per rispondere, i partecipanti potevano scegliere ogni settimana fra due rappresentazioni della Natività quale, a loro parere, fosse più adatta a raccontare il nostro tempo. Tra gli artisti in corsa, solo nomi prestigiosi: Leonardo, Mantegna, Giotto, Botticelli e Caravaggio per i grandi maestri italiani, El Greco e Bosch per i più fantasiosi, Bruegel e Rubens per i nordici. Ma anche Gauguin, con la rappresentazione più insolita, e Chagall per la Natività…che non è una Natività.

Botticelli o Caravaggio?

È stata una sfida tra titani ad aprire questa prima parte del contest: la colorata e festosa Adorazione dei Magi di Botticelli “affrontava” quella molto più sobria di Caravaggio. La decisione è inappellabile: i partecipanti hanno nettamente preferito l’opera del Caravaggio, datata 1609. Vi possiamo vedere Maria, sdraiata in una stalla cupa e spoglia guardare amorevolmente il suo bambino appena nato, sotto lo sguardo non meno tenero dei pastori e di San Giuseppe. Per motivare la scelta, una partecipante scrive che “il grande Lombardo ha rappresentato una scena più realistica”, in completa opposizione con il susseguirsi di protagonisti festanti e alla gioia che emana dal quadro del pittore toscano.

Adorazione dei Magi, Sandro Botticelli, 1475-1476, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.

Leonardo o Rubens?

Andiamo avanti con due opere monumentali: l’Adorazione dei Magi incompiuta di Leonardo, o la Natività luminosa di Rubens? A sorpresa forse, il maestro italiano e la sua opera giudicata inquietante e rappresentativa dei nostri tempi bui da un partecipante sono stati battuti dal pittore fiammingo che, secondo un altro votante, “non ha nemmeno bisogno di essere elogiato”. La luce che emana dal bambino appena nato partecipa a “trasmettere gioia e serenità” sul viso dei personaggi, e di noi spettatori che contempliamo la grazia in questa Natività intimista.

Adorazione dei Magi, Leonardo da Vinci, 1481-1482, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Adorazione dei pastori (“La notte”) Pieter Paul Rubens, 1608, Pinacoteca civica di Fermo.

Mantegna o Giotto? Bruegel o Bosch?

La settimana seguente, l’Adorazione dei Magi di Mantegna vince su quella di Giotto. L’estasi dei Re Magi di fronte al piccolo bambino ha convinto i partecipanti, molto più della solenne processione in mezzo al deserto dei protagonisti dell’opera trecentesca.

Questa sfida però non ha appassionato i partecipanti quanto quella che ha messo a confronto due maestri fiamminghi, che a distanza di un secolo l’uno dall’altro crearono due Natività dalle caratteristiche molto particolari: entrambe opere misteriose e da osservare con estrema attenzione per poterne distinguere gli infiniti dettagli.

Da un lato, l’Adorazione dei Magi nella Neve di Bruegel: una scena che a prima vista sembra un semplice paesaggio innevato, come se il grande evento che si stesse preparando non avesse bisogno di fare così tanto rumore. Dall’altro, un trittico di Bosch, che inserisce nella sua Adorazione dei Magi dei particolari quanto meno bizzarri, come questa donna aggredita da un lupo in sottofondo, oppure questo cacciatore che sta morendo schiacciato dal peso di un orso. Dopo una lunga battaglia, i partecipanti votano per l’opera di Bosch, più “adatta nonostante il paesaggio irreale”.

Adorazione dei Magi, Andrea Mantegna, 1497-1500, Getty Museum, Los Angeles, USA.
Natività di Gesù, Giotto, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova.
Adorazione dei Magi nella neve , Pieter Bruegel il Vecchio, 1563, collezione Oskar Reinhart, Villa Am Römerholz, Zurigo, Svizzera.
Trittico dell’Adorazione dei Magi , Hieronymus Bosch, Museo del Prado di Madrid, 1485-1500 circa

Gauguin o Chagall?

Mancano due settimane alla prossima tappa del contest: non potevano mancare le Natività insolite. Paul Gauguin ne dipinse una nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi in Polinesia francese. A prima vista, e senza guardare il titolo, è difficile intuire che si tratti proprio di una Natività.

Eppure, a ben vedere, gli indizi sono molti: l’aureola che circonda le teste della madre e del bambino, le ali verdi della donna angelo e il bue in sottofondo sono chiari riferimenti alle Natività più tradizionali. Ma secondo varie interpretazioni, il bambino di Gauguin compie il cammino contrario. Non si tratta di una Natività classica, bensì della sublimazione di un terribile episodio vissuto dall’artista. A questa scena tragica, i partecipanti hanno preferito seguire la Madonna del Villaggio di Chagall nella sua processione di pace e serenità, accompagnata dagli angeli e dalle trombe.

Te Tamari No Atua (La Nascita di Cristo, figlio di Dio), Paul Gauguin, 1896, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera, Germania.
La Madonna del Villaggio, Marc Chagall, 1938-1942, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid, Spagna.

El Greco o… El Greco?

Per chiudere in bellezza questa prima parte del contest, non potevamo non mettere una delle Natività di El Greco. Ma come sceglierne una sola? Abbiamo delegato la responsabilità della scelta ai partecipanti proponendone due, con dei punti di vista molto diversi nonostante le opere fossero state dipinte dallo stesso artista. Nella prima, noi spettatori ci troviamo al posto del bue, testimoni discreti di una scena familiare intima. Nell’altra invece, celebriamo insieme ai tanti personaggi dai corpi deformi e dalle vesti di colore vivido la nascita del bambino, immersi in un’atmosfera fantasiosa. Questa Natività, che provoca nello spettatore un senso di meraviglia, come se l’evento fosse troppo bello per essere vero, vince la sfida.

L’Adorazione dei pastori, El Greco, 1612-1614, Museo del Prado, Madrid, Spagna.
Natività, El Greco, 1597-1603, Illescas, Santuario di Nostra Signora della Carità.

E il vincitore è…

Dando un’occhiata veloce ai risultati, è facile notare che l’estasi, la pace, la gioia e la serenità prevalgono su ogni altro sentimento. È di questo che abbiamo bisogno oggi? È quello che chiediamo all’arte? La risposta non tarderà ad arrivare. Dopo aver messo a confronto le due opere seicentesche di Rubens e Caravaggio, di Mantegna e di Bosch, e le due Natività atipiche di El Greco e di Chagall, ci siamo ritrovati in finale con un trio di spicco. El Greco, Mantegna e Caravaggio si sono disputati il primo posto, fino alla decisione finale dei partecipanti che hanno eletto… l’Adorazione dei Pastori del Caravaggio.

Secondo voi, che cosa rivela questa scelta del nostro tempo? Secondo noi, è la vittoria dell’umiltà sul fasto, della serenità sulla gioia frenetica, della felicità per le piccole cose sulle feste grandiose. È l’autentico contro la superficialità, l’essenziale contro la sfavillante fantasia.

Adorazione dei Pastori, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609, Museo Regionale, Messina.